Virtù e vizi della donna ateniese nell’età di Pericle

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Le donne libere ad Atene nell’età classica, alla stregua degli schiavi, non godevano diritti politici e giuridici. L’Atene dei V-IV sec. aC non conosceva nulla di paragonabile ai costumi della civiltà cretese e micenea, né tanto meno ai collegi per giovinette agiate e di elevata condizione, come quel famoso tiaso diretto dalla poetessa Saffo a Lesbo; né tanto meno nelle istituzioni ginniche e pedagogiche di Sparta, dove le donne erano vestite con abiti che mostravano le gambe, cosa di cui il tragediografo Euripide si scandalizzava. Eppure, senza intaccare questa consolidata opinione, forse troppo semplificata, non sarebbe fuor di luogo avvicinarsi con maggiore profondità ed articolazione, secondo le più recenti acquisizioni storiografiche del francese Robert Flacelière, accorto e anticonformista critico della vita quotidiana in Grecia: spesso la storia procede seguendo pigri schemi di comodo ed è difficile contrastare le opinioni consolidate.

Innanzitutto, l’ateniese sposata, pur confinata nel suo regno, il gineceo, governava con autorità la casa, i figli, le ancelle, le schiave. La condizione subordinata della donna era ancor più evidente nel tempo e nel modo in cui accedevano al matrimonio. Segregate sempre nella casa, le fanciulle ateniesi a stento apparivano nel cortile interno dell’abitazione, per non essere viste dai maschi. Il padre o, in sua assenza, un fratello maggiore o un tutore, sceglieva il marito. La “ratio” principale del matrimonio era di avere figli (almeno un maschio, che perpetuasse la stirpe); il celibato, invece, per il motivo contrario, era biasimato e criticato; comunque, per il commediografo Menandro, il matrimonio era un “male necessario”. L’amore tra fidanzati c’era appena traccia, spesso fra gli sposi, come l’attestano Senofonte, Platone ed Aristotele. L’incesto era proibito e considerato abominevole tra ascendenti e discendenti, però i casi d’incesto tra fratelli erano rari e più frequenti tra fratellastri. L’età consigliata per sposarsi era di trenta anni per l’uomo, quindici per la donna, ma c’erano delle differenze anche vistose e gli ateniesi arrivavano al matrimonio non prima della maggior età per l’uomo (diciassette anni) e talora prima della pubertà per la donna (tredici anni).

Il marito aveva sempre il diritto di ripudiare la moglie anche senza un motivo valido, ma le cause più comuni erano l’adulterio e la sterilità. La donna, invece, aveva solo la possibilità di rivolgersi all’arconte preposto agli incapaci per richiedergli la separazione, non tanto per l’infedeltà del marito, ma quanto per i maltrattamenti continuati subiti dalla moglie. La donna sposata era malvista, se si attardava sull’uscio. Invece, i poveri permettevano alla moglie di uscire, spesso costretta a lavorare fuori casa, a fare la spesa al mercato; le borghesi uscivano raramente per gli acquisti, accompagnata da un’ancella, soprattutto in occasione di feste (le Tesmoforie riservate alle donne) e di eventi familiari (matrimoni, funerali); anche nelle feste in casa, stavano con gli uomini. L’insegna dell’autorità, per una donna, erano le chiavi del magazzino delle provviste e della cantina. Le spedizioni militari consentivano forzate eccezioni, in assenza prolungata degli uomini, allusione chiara nella “Lisistrata” di Aristofane, dove si immaginava una serrata, astenendosi dai doveri coniugali, per mettere fine alle continue guerre.

Alle rappresentazioni teatrali le donne avevano diritto di assistervi, ma Platone fa pensare che le ateniesi bene educate preferissero le tragedie ai drammi satireschi ed alle commedie, opere più licenziose. Tra i coniugi c’era poca intimità, scarso scambio intellettuale, pochissimo vero amore; gli uomini, vedendo la moglie essenzialmente come madre dei figli, soddisfacevano gli appetiti sessuali fuori casa con giovinetti e cortigiane. Sicuramente, la guerra del Peloponneso provocò vari cambiamenti nei costumi delle donne. Anche la peste contribuì al deterioramento della moralità pubblica, della quale Tucidide descrisse gli effetti disastrosi. Così, le donne contrassero abitudini più libertine e si mescolarono più spesso agli uomini, per cui fu istituito un magistrato ad hoc, il gineconomo. Lo stesso Pericle, principe e signore di Atene, aveva sposato una parente dalla quale ebbe due figli; la ripudiò e sposò in seconde nozze Aspasia, una donna colta. Nel sec. IV, molti ateniesi avevano una concubina, senza peraltro separarsi dalla moglie legittima. Il “misogino” Euripide era bigamo e disse con sarcasmo di aver avuto due occasioni per conoscere la malvagità delle donne; Plutarco, quando la moglie era insopportabile, consigliava di prendersi una compagna straniera, naturalmente dietro mercede.

Le cortigiane o etere erano soprattutto schiave, che si accontentavano di un modesto compenso, altre volte, se si trattava di meretrici d’alto bordo, costavano molto agli amanti facoltosi. La celebre Frine divenne assai ricca e fu concubina dell’oratore Iperide, che la fece assolvere in un processo, intentatole per empietà: strappandole le vesti la presentò nuda ai giudici esclamando: ”È mai possibile che una donna così bella abbia commesso un reato?” Allo scultore Prassitele, poi suo amante, fece da modella per molte statue di Afrodite. A parte il libertinaggio sessuale, col passare del tempo, per uomini e donne, certamente la prostituzione era molto diffusa, specie nel Pireo, dove pullulavano etere (all’aperto negli angiporti e chiuse in case di tolleranza), che avevano ricevuto un’educazione più liberale di quelle borghesi, specie nella musica, danza e canto, arti nelle quali davano prova soprattutto nei banchetti.

Generalmente, i figli legittimi scarseggiavano, sia per motivi economici, sia per l’abitudine di frequentare etere. C’erano, in ogni caso, due sistemi per limitare la famiglia: l’aborto e l’esposizione dei neonati, pratiche non vietate, ma la religione e le leggi intervenivano (senza troppa efficacia). I figli illegittimi, destinati all’esposizione, erano molti; per un paradossale compenso, spesso le mogli sterili, per appagare le naturali aspirazioni di donne, ingannavano i mariti con la frequente pratica delle gravidanze simulate, comprando al mercato appunto i neonati esposti dai mariti. Tra il cinismo e la furbizia si chiudeva, in un certo senso, il cerchio dell’ipocrita  perbenismo.