Giovanni Barbera professore di filosofia trucidato a Fossoli

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Ha pienamente ragione Alessandro Manzoni, quando sostiene che “la storia è una guerra illustre col tempo, perché togliendoli di mano gli anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia”. Sono trascorsi sessantacinque anni, tre generazioni: si sono dileguati i ricordi, i documenti, le reminiscenze. Per fortuna, rimane qualche scritto, ingiallito ed incompleto; il resto è stato ricostruito da alcuni tasselli che ho avuto la passione e la pazienza di mettere insieme.

La storia di Giovanni Barbera è singolare e dolorosa, meritevole di essere scritta negli annali del liceo classico “Cn.Nevio”, allora “Tommaso di Savoia”. Conosco ben poco del professore Giovanni Barbera: era nato a Napoli nel 1916, conseguì la maturità classica, s’iscrisse nella Facoltà di Lettere e Filosofia nell’Ateneo Federiciano. Laureando o appena laureato in Filosofia (1938), fu nominato professore (credo supplente) di storia e filosofia per l’a.s. 1939-40.

Il capo d’istituto era il mitico preside Alfredo Sabetti, da Roseto Valfortore; i colleghi dei due corsi (proprio in quell’anno fu aggiunto il secondo) erano gli indimenticabili professori Francesco Scandiffio da Napoli (italiano), Renato Grelle da Sessa (greco), Innocenzo Muzzo da Pietramelara (greco), Ester Selvaggio da Catanzaro (matematica), mio padre Giuseppe Perconte Licatese da Sciacca (ed.fisica m.), Simone Mincione da Casalba (religione), Renato D’Angelo da Caserta (arte), Filomena Buonincontro da S.Maria (ed.fis.f.), Luigi Triunfo da Napoli…Purtroppo, tutti sono da tempo trapassati e, di conseguenza, nessuno è in grado di ricordare quel giovane, valoroso e speranzoso docente.

Parla a questo punto il suo stato di servizio, l’unico testimone dei fatti: “Nel luglio 1940, G.Barbera fu richiamato nel Battaglione Universitario ad Albavilla (Co) e Brescia, poi in Francia; tornato in Italia, a Milano cooperò coi patrioti, ove fu arrestato nel febbraio 1944 e chiuso nel campo di Fossoli (Mo). Il 12 luglio 1944, con altri sessantasette patrioti fu fucilato (dai tedeschi, nda) in quel campo concentramento a seguito dell’uccisione di settantasette (ritengo sette, per  l’uso barbaro di moltiplicare per dieci, nda) tedeschi  per mano di partigiani il 25 giugno precedente a Genova”.

Il linguaggio burocratico, scarno ed involontariamente lacunoso, tuttavia dà un’idea di quanto successe: un giovane professore, dopo un anno di servizio, immagino con merito, deducendolo dalla serietà secolare di quell’istituto, e della professionalità del preside e dei docenti dell’epoca, fu travolto nell’immane tragedia di quella guerra e dileguatosi nell’oblio e nel silenzio. Gli eventuali alunni, parenti ed amici che hanno qualche notizia o una fotografia, si mettano in contatto con la redazione.

Il campo di Fossoli, presso Carpi, nel Modenese, era istituito dagli Italiani nel maggio 1942, come campo per prigionieri inglesi. Dopo l’8 settembre 1943, fu occupato dai tedeschi, prescegliendolo per le strutture murarie moderne e per la posizione strategica sulla strada ferroviaria che porta al nord. Il campo fu ceduto verso la fine del 1943 alla Repubblica sociale, che ne fece un centro di raccolta per ebrei, in ottemperanza ai dettami della Carta di Verona.

Dall’8 febbraio 1944 subentra la gestione diretta del campo da parte delle SS, che vi attuò la deportazione di prigionieri politici e razziali, destinati ai lager dell’Europa centrale. Dalla stazione di Carpi partirono in otto mesi otto convogli ferroviari, una buona parte ad Auschwitz. Sul primo, il 22 febbraio 1944, viaggiò lo scrittore Primo Levi, che ebbe occasione di rievocare la sua breve esperienza a Fossoli, nelle prime pagine di “Se questo è un uomo” e nella poesia “Tramonto a Fossoli”.

Il 12 luglio 1944 vengono trucidati sessantasette prigionieri, come ritorsione per l’uccisione a Genova di forse sette (sul numero esiste una divergenza notevole rispetto allo stato di servizio) tedeschi. Tra i fucilati, oltre al prof. Barbera, figura Poldo Gasparotti, figlio di Luigi, l’ex-ministro della Guerra nel dicastero Ivanoe Bonomi. In ogni caso, fu una rappresaglia bestiale, immotivata, perché condotta contro prigionieri inermi e lontani dal luogo dell’attentato. Con l’ultimo convoglio (2 agosto 1944), il campo fu trasferito a Bolzano-Gries, quando fu deportato anche Odoardo Focherini, un coraggioso ed altruista bolognese, che si era prodigato per salvare ed aiutare un centinaio di ebrei, e da lì a Flossemburg in Germania.

Dal campo di Fossoli, alla data della chiusura (4 agosto 1944) passarono circa 5.000 deportati, la metà ebrei, un terzo degli ebrei italiani che passarono per Fossoli (in tutto 7.500). Successivamente, il campo fu utilizzato dai profughi giuliani e dalmati che trasformarono l’ambiente lugubre e tragico. Nel 1973 a Carpi fu aperto il Museo al Deportato, utilizzando in questo modo il campo di Fossoli, dichiarato monumento nazionale.