L’ATELLANA, UNA FARSA ARCAICA CAMPANA

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

Le origini della satira, come atteggiamento dello spirito, sono connaturate al temperamento umano: il movente primario alla tendenza alla burla, allo scherzo è la stessa naturalezza razionale, che prende e ravviva i sentimenti: ogni infrazione alle leggi logiche ed ogni collisione con esse suscita l’indignazione o il riso. Quindi, nell’uomo è innato il desiderio di punzecchiare atteggiamenti, parole e fatti altrui, con cui si spezzano le norme del pensiero. Si capisce che nella società primitiva emergano espressioni di questo spirito scherzoso, soprattutto nelle feste, quando si sciolgono le briglie agli animi; infatti, presso i popoli dell’antichità italica nelle stagioni della mietit

ura e della vendemmia, terminati i lavori dei campi, si celebravano feste in onore agli dei agresti per eccellenza, Cerere e Bacco, chiamate Cerialia e Liberialia. Nacquero, così, i fescennini (diverbi dialogati, originari di Fescennia, città dell’Etruria), i fliaci (spettacoli tragicomici, inventati dal greco tarentino Rintone), la satura, (un “piatto misto”, fatto di danza, canto e mimi) e l’Atellana (una farsa tipica di Atella, città osco-etrusca della Campania).

La spiegazione della genesi di tali generi, fornita da Tito Livio nel settimo libro, salva qualche possibile obiezione non peregrina, è generalmente accolta: protraendosi e non attenuandosi una pestilenza, le autorità dell’epoca decisero di istituire, tra gli altri tentativi di placare l’ira celeste, anche gli spettacoli teatrali, una novità per un popolo bellicoso (esistevano solo i giochi

del circo); si trattò di cosa modesta ed importata dall’esterno, furono chiamati danzatori, suonatori ed attori dall’Etruria, la gioventù romana prese ad imitarli, lanciandosi facezie reciproche, in versi rozzi, e gesti non discordanti dalle parole. Così, presero forma le suddette rappresentazioni teatrali arcaiche, come appunto l’Atellana. La derivazione etrusca non sembra del tutto scontata, essendosi discussi non solo gli aspetti esterni etruschi, ma anche della possibile mediazione greca diretta o indiretta tramite gli etruschi; ma, quando si tratta di disposizione spirito, allora sembra che gli studiosi siano d’accordo che la vis comica è propria degli italici. Non per niente, Orazio in una satira insiste sull’italum acetum, inteso come mordacità italica e, parecchio tempo dopo, Quintiliano con orgoglio nazionale tenne a ribadire che la satira fu un

genere del tutto italico, “satura tota nostra est”. D’altro canto, pur ammettendo che ci sia stato qualche contatto, un tipo di imitazione formale o un sistema abituale di contaminazione, ebbene, le occasioni, l’ambiente, l’indole sono estremamente lontani dalla raffinatezza della comicità greca politica e borghese, discorso, d’altro canto, che vale anche per il più importante comico latino, Plauto.

In ogni caso, tra questi generi della comicità popolare italica, l’Atellana occupa un posto di rilievo, non solo per le attestazioni documentarie, ma anche per gli sviluppi in età graccana e sillana, ripresa con forma letteraria da Novio e Pomponio. Si trattava, nella sostanza, di una rappresentazione buffonesca, agreste, nata e prosperata in ambiente campano, tra Capua e Napoli (Atella fu riconosciuta con fatica nell’attuale Sant’Arpino, nell’agro aversano). Essa, adatta all’arcaica società italica e contadina, corrispondeva ad un mondo teatrale portata sulla scena dell’atellana di cui effigiava gli aspetti che meglio si prestavano alla burla primigenia, volgare, schietta, screanzata (la ghiottoneria, la sensualità procace, la dabbenaggine, la furbizia).

L’Atellana si basava su un canovaccio (trica, intrigo), nel quale erano tratteggiate le parti dei singoli attori, che impersonavano ciascuno una maschera (phersu, persona) diversa ed improvvisavano in scena le battute, recitavano a soggetto, secondo la maniera che sarà poi propria nel Sei-Settecento della commedia dell’arte. Le maschere erano fisse e raffiguravano tipi convenzionali, nel senso che il carattere, la mimica, il linguaggio di ciascuna di loro obbedivano a tratti convenzionali, verso cui si orientavano le attese del pubblico e l’offerta degli attori. Ci sono note quattro maschere, i cui nomi adombravano derivazioni latine, greche ed etrusche di termini poi osci: Maccus, il ghiottone (lat. mac, maxilla, mascella), sciocco ed innamorato con la testa a punta e il naso sporgente a becco di gallina, una specie di anticipazione del Pulcinella napoletano; Pappus, il vecchio ridicolo, rimbecillito, avaro e destinato ad essere gabbato (gr. Pappos, nonno); Dossenus, il gobbo astuto (etr. dossus, dorso, gobba), Buccus, fanfarone e millantatore (lat. bucca, bocca), il tipico chiacchierone che trova riscontro nella figura plautina del Miles gloriosus.

Dopo il successo teatrale della proto-commedia italica, l’Atellana, prima di essere ripresa in forma letteraria, sopravvisse a lungo in quanto exodia, le comiche finali, conclusioni farsesche degli spettacoli regolari, mantenendo un certo prestigio, come è dimostrato dal fatto che agli attori di atellane era riconosciuto il privilegio di non perdere l’onorabilità sociale. Nel I sec.aC, essa acquistò una dignità letteraria con Lucio Pomponio, conservando il repertorio di maschere rintracciabile nei titoli Buccone gladiatore, Macco soldato, Pappo trombato, cimentandosi in particolare nella satira politica, vedi il verso “Oggi giù, domani su: così fa il popolo” (trad.C.Marchesi); altri titoli invece fanno pensare a parodie del mito e della tragedia, come “Il giudizio delle armi”, “Andromaca”, “Ercole esattore”. Nell’età di Cesare, l’Atellana fu definitivamente soppiantata dal mimo, che andava incontro ai gusti pervertiti del popolino grossolano, perseguendo una forma di verismo, spesso degenerato nella violenza, nell’oscenità, nella crudezza fine a sé, quando perfino si arrivò, con la partecipazione delle donne, a numeri di spogliarello e, peggio ancora, che i condannati a morte venivano giustiziati sulla scena.

Ritornando all’Atellana, essa ebbe tanto rilievo culturale non solo dal fatto che numerosi autori, da Varrone a Cicerone, da Petronio a Giovenale, ma anche dal particolare che alla morte di Tiberio a Capri (37 dC), come racconta Svetonio, la folla pretendeva che il cadavere fosse cremato nell’anfiteatro di Atella, o avendo quel saggio principe frequentato la città per assistere a spettacoli teatrali, o per la fama che quell’anfiteatro aveva per le cerimonie funebri, che consistevano anche in rappresentazioni teatrali. Infine, per stabilire i rapporti tra Atella e Capua, trovo coincidenze non casuali, in quanto Pomponio compose una fabula intitolata Campani, la quale terminava con un banchetto offerto dallo stato a Dosseno ed ai lavandai (fullones) di Capua; e che in una commedia,  di cui non si conosce il titolo, un attore, rivolto ad un certo Antifonte gli chieda lepidum unguentum nisi quod ex Seplasia est?, riferendosi alla celebre piazza di Capua, dove si vendevano i profumi; infine, nelle Quinquatrus un personaggio riferisce che un tale era venuto a chiedergli quando essent nostrae Seplasiae, alludendo malinconicamente alle feste di Capua, alle rappresentazioni ed alle altre caratteristiche usanze purtroppo scomparse.