Amedeo Maiuri e Terra di Lavoro

Posted on 10 aprile 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Amedeo Maiuri nacque a Veroli, nel 1886 da un avvocato e da una donna raffinata. Frequentate le elementari a Ceprano, fu costretto ad entrare nel Seminario degli Scopoli di Alatri. Dopo cinque anni di ginnasio, uscirne fu per lui una liberazione; preferì prepararsi da solo agli esami d’ammissione al liceo “E.Q.Visconti” di Roma, dove compì gli studi del triennio e conseguì la maturità classica nel 1904. S’iscrisse, quindi, nella Facoltà di Lettere dell’Università di Roma e nel 1908 conseguì la laurea in lettere classiche, discutendo una tesi sul poeta bizantino Teodoro Prodromo.

Subito dopo, frequentò la Scuola Superiore di Archeologia e conseguì il diploma  nel 1911; dopo aver partecipato alla missione archeologica a Creta, guidata da Federico Halbherr, vinse il concorso nell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti, col grado di Ispettore presso la Soprintendenza di Napoli. Nel 1914, fu inviato a Rodi, con lo scopo di organizzare gli scavi nel Dodecanneso, occupato dall’Italia dopo la guerra italo-turca (1912) ed estese la sua attività alle coste dell’Anatolia e della Caria. Nel 1924, fu chiamato a reggere la Soprintendenza alle Antichità della Campania e del Molise, per dare nuovo impulso agli scavi di Ercolano e di Pompei ed alle ricerche nei Campi flegrei, a Cuma, Baia, Capri, Stabia.

Tra i primi aderì al fascismo napoletano e, personalità di spicco della cultura nazionale, nella Conferenza di Bologna del 30 marzo 1925 sottoscrisse, con letterati, poeti, scienziati, artisti (tra i quali, Gioacchino Volpe, Giuseppe Ungaretti, Ardengo Soffici, Luigi Pirandello), il “Manifesto degli intellettuali fascisti”, redatto dal filosofo Giovanni Gentile. Durante la guerra, custodì con diligenza i pezzi d’archeologia e partecipò al trasferimento delle opere d’arte a Montecassino. Nel settembre 1943, a Pompei fu ferito durante un’incursione aerea; nonostante le precarie condizioni di salute, riuscì ad evitare gravi danni al Museo Nazionale durante le “Quattro Giornate” di Napoli.

Nell’immediato dopoguerra, affrontò un vasto programma di lavori, a Pompei, al Museo Campano di Capua, negli Antiquaria pompeiano e flegreo. Fu nominato libero docente di Antichità Pompeiane presso l’Università di Napoli (1940) e professore di ruolo (1942); nel 1961, lasciò l’Università e la Soprintendenza, ma continuò l’attività di ricerca. Dottore honoris causa della Sorbona, socio delle principali Accademie italiane e straniere, fu autore di oltre trecento pubblicazioni, tra libri, opuscoli ed articoli usciti su riviste specializzate. Morì a Napoli nel 1963.

Le “Passeggiate campane” costituiscono un tipico trattato d’archeologia passato alla letteratura. Rileggiamone insieme qualche brano: l’antico e il moderno, la storia e la leggenda, l’ambiente geografico e la struttura economico-sociale, il greco, il latino, l’italiano, il dialetto, si tradurranno in un incanto colto nei tempi e nei luoghi, nei quali si sono stratificati storia, uomini, eventi, costumi, leggende e rovine disseminate in Terra di Lavoro.

Liternum, marzo 1934. “Liternum alla foce del Clanis, vide nel 183 aC l’esilio e la morte di Scipione l’Africano. Livio e Seneca ci parlano del suo sepolcro e della sua villa, ma dove sono? Ho errato a lungo fra queste campagne, nulla; con l’ausilio dei nuovi lavori di bonifica si potrà un giorno giungere alla scoperta?”

Domitiana, maggio 1954. “Si è riaperta al traffico l’ultima antica via della Campania, grande opera dell’ingegneria romana, magnificata da Stazio; a parte la diversità dei mezzi meccanici, non c’è gran che di cambiato: al posto di un curator viarum, c’è oggi un bravo ingegnere dell’Anas. Siamo alle antiche Aquae Sinuessanae, dove ancora sboccano acque sulfuree; in alto, mi pare scorgere la villa dalla quale emerse la Venere, che ricomposta ci ha dato una delle più conturbanti nudità della dea.”

Atella, gennaio 1935. Dell’antica città non resta che la linea demarcazione del fossato che la recingeva una grande terrazza quadrata, sopraelevata di pochi metri sul piano della campagna circostante. Delle antiche vie sono ancora riconoscibili un cardo e due decumani; unico rudere emergente, il Castellum. Nulla più traspare dell’anfiteatro, nulla del teatro, destinato alle atellane. Eppure, Cicerone l’annovera fra le città più importanti della Campania.

S.Maria C.V., agosto 1949. “Dove è la Capua Vetere, la città emula  di Roma, che Annibale aveva preconizzato capitale d’Italia? A girare per le vie, che riecheggiano i nomi dei generali vinsero con Garibaldi, senza un clivo o un’altura, si riconosce a stento il Capitolium; la Seplasia è la piazza del mercato (non ne ho mai visto uno più ordinato), mutato oggi il nome in piazza Mazzini.”

Capua, maggio 1937. “Capua vi balza incontro con le cupole delle sue chiese, con la cerchia dei suoi bastioni, con il suo fossato verde, con la curva ampia e solenne del suo gran fiume. Il Museo racchiude la più preziosa testimonianza dell’arte e della religione campana, la divinità italica della fecondità e della maternità, la Mater Matuta.”

S.Angelo in Formis, marzo 1937. “La viuzza s’inerpica a fatica, il campanile appare tozzo e possente; due santuari segnano le storiche vicende di questa terra, la basilica benedettina, voluta dall’abate Desiderio, ed il tempio di Diana Tifatina, costruita come l’arce sacra di Capua etrusca e sannita; un’acqua gelida e lieve scende giù in cento rivoli, le antiche Formae, mutate in canali e vasche.”

Cales, dicembre 1938. “La città romana alle porte della Campania, oggi Calvi Risorta, divisa nei pagi Calvi, Zuni, Visciano, Petrulo, fu officina di belle ceramiche, di preziose monete e di strumenti agricoli, prospera  di commerci e di biade”.

Teano, febbraio 1950. “Sono tornato nel paese dei Sidicini, per rivedere il vulcano addormentato, il Roccamonfina sul cui cratere pascolano pecore e maiali e si raccattano le castagne nascoste sotto il fogliame; sugli opposti versanti Sessa, in terra degli Aurunci, e Teano, volta verso i monti del Sannio e, aggrappato all’orlo del cratere, il convento dei Lattani.

 

A. Maiuri

 

 

 

 

 

 

 

 

A. Maiuri