Il computer è intelligente o stupido?

Posted on 5 ottobre 2016 by alberto

 

 

Alberto Perconte Licatese

 

 

 

L’aforisma dello scrittore scomparso Umberto Eco recita: Il computer non è una macchina intelligente, che aiuta le persone stupide; anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani di persone intelligenti.

L’espressione dello studioso di filosofia, semeiotica, religione, estetica (troppo intellettuale che non mi suscita eccessiva simpatia) mi sembra più un gioco di parole, e di conseguenza, non risolve il quesito posto.

 

L’irruzione dell’informatica nel novero delle scienze tradizionali risale al lontano 1847, quando l’inglese George Boole elaborò per la prima volta un’analisi matematica della logica. In realtà, l’informatica è una disciplina multimediale, nella quale s’incontrano l’ingegneria, la matematica, la fisica e la logica. Il termine, diventato poi molto diffuso, studia il trattamento delle informazioni, sostituito dall’inglese computer science, che era riferito solo alle macchine, rimaste in ogni caso “ordigni che calcolano”. Ma, la tecnologia inerente fu il risultato della manipolazione di simboli, con la data di nascita 1936, per merito del pioniere Charles Babbage, l’inventore della prima macchina analitica, diventata, a suo dire “suscettibile di dimostrazione”, concepita come possibile di estensione arbitraria nel numero delle variabili e nella dimensione di registri, con funzioni ricorsive e/o intuitive.

 

 

 

Già altri, in particolare David Hilbert (1900), avevano formulato il concetto di “decisione”, annunciando l’assioma della risolubilità di tutti i problemi. La prima definizione delle funzioni ricorsive risale al matematico Kurt Gödel, sviluppando l’aspetto logico della deduzione dei valori. Si era arrivato, così, anche al 1936 con Alonso Church, il quale assiomatizza la nozione della funzione, con l’applicazione coerente ad una funzione ad un argomento.

 

Procedendo sulla strada del concetto logico dell’effettuabilità, Alan Turing conduce l’analisi del calcolo infinito, condotta in termini di macchine, ottenendo un linguaggio prettamente meccanico. Nell’immediato secondo dopoguerra (1947), egli progettò la costruzione di un calcolatore elettronico; anche se già nel 1936 aveva pensato ad una macchina, che aveva un meccanismo centrale ed una memoria infinita conservata in un nastro infinito.

 

La storia del computer riprende dal progetto ACE (Automatics Computing Engine), avviatosi alla costruzione di una macchinetta molto simile a quella pensata da Alan Turing, col compito non certo di pensare o ragionare, ma semplicemente eseguire ordini in una forma standard, che è capace di intendere, cioè di manipolare simboli in opposizione a calcolatori analogici.

 

A parte i problemi tecnici, come per es., la possibilità di cancellare la memoria, la sostituzione delle antiquate schede, la ripetività dei processi digitali, la scrittura ed il linguaggio simbolici, secondo una logica simbolica, si pone il quesito se ci sia la simulazione delle attività umane, compresa la possibilità di pensare.

 

Il cervello umano è una macchina discreta (in quanto distingue e sceglie), così la macchina a stati finiti è quello che muove, con salti improvvisi, da uno stato definito ad un altro. La discrezione del cervello animale, come si sa, un piccolo errore sull’informazione dell’impulso nervoso in arrivo ad un neurone può produrre una grande differenza rispetto alla misura o intensità o durata dell’impulso di uscita; in altri termini, se si sbaglia la domanda, si sbaglia la risposta. La corteccia cerebrale contiene parti riservate a scopi definiti, ma le attività intellettive sono troppo varie per essere gestite su questa determinata base.

 

Nel neonato, queste parti non hanno molto effetto (tabula rasa), sull’adulto invece hanno un effetto notevole ed orientato. Ma, come si fa per addestrare le macchine? Programmarla, senza aver la pretesa di costruire una macchina universale e perfetta; altrimenti, l’adulto reagirebbe, senza fiatare agli ordini più ridicoli, né avrebbe buon senso e/o in assenza di ordini, andrebbe in stato comatoso. Nessuna corteccia cerebrale umana sarebbe virtualmente inutile, se non fosse fatto nessun tentativo per organizzarla.

 

In conclusione, il computer può vincere parecchi esseri umani, soggiogati dalla rapidità e della complessità dei processi funzionali, affascinati dalle immagini, ammaliati dalle strabilianti offerte; ma, per fortuna, molti homines sapientes, pur considerarlo uno scemo velocissimo, rimangono più intelligenti di esso, continuando a far ricorso alla razionalità, all’intuito, al sentimento, alla fantasia.