Nella scuola serve ancora il latino?

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

discepolo-maestroLa prima obiezione sul marcato anacronismo del latino, col suo apparato linguistico apparentemente complicato e quasi indecifrabile ai non addetti ai lavori, fatto di lessico, di morfologia e di sintassi, è che il sermone di Cicerone sarebbe troppo distante dai nostri tempi. In verità, tra l’inizio del periodo del principato al primo decennio del terzo millennio, intercorrono almeno duemila anni; se, poi, consideriamo che i primi documenti letterari risalgono al III secolo aC, si tratta addirittura di duemila e trecento anni. Obiettivamente, se calcoliamo col calendario, è una distanza enorme, che spaventa gli scolari, i genitori e vari docenti: ebbene, questo è uno dei frutti tardivi della mentalità antistorica, formatasi negli anni della seconda metà del Novecento, a partire dal Sessantotto. Una cultura senza storia non è cultura, riferita né all’italiano, né alla geografia, né alla matematica, né alla fisica, né all’arte. I pedagogisti neogiacobini, nell’accesa smania deleteria ed iconoclastica, predicano una cultura letteraria, che dovrebbe essere solo riguardante il Novecento e l’attualità. Ragionando con mente equilibrata, la distanza temporale tra il latino di Cesare ed i tempi attuali non si deve misurare con i secoli, tanto meno con gli anni; per il semplice fatto che, con la caduta dell’impero romano, il latino non scomparve, ma pian piano si trasformò nelle lingue romanze (tra cui il nostro amato italiano), che subirono le evoluzioni per ragioni complesse o banali. Non voglio dire che l’italiano d’oggi sia altro che la trasformazione del latino ma, appunto grazie alla storia, non sono mancati grossi contributi venuti dal greco, dall’arabo, dal francese, dallo spagnolo, dal germanico, dall’inglese. Un’altra obiezione, anch’essa molto diffusa, è che il latino sarebbe difficile, soprattutto per le menti dei giovani, per le quali non c’è molto spazio per l’apprendimento mnemonico, per la riflessione severa, per il sogno incantato sulla più estesa e duratura civiltà dell’Europa e del mondo allora conosciuto. È ben noto che il 70% del latino si poggia sulla memoria; ma per caso esiste un’altra disciplina che si basa in grandissima parte sulla memoria? Non è vero che la memoria rientra nelle funzioni della mente e dell’intelligenza? Inoltre, è troppo difficile agli alunni d’oggi calarsi nel mondo latino, nella sua civiltà, storia, cultura, mentalità, processo propedeutico indispensabile per la comprensione di una realtà, certamente diversa da quell’attuale, fatta d’istituzioni politiche, militari, civili, religiose, di rigorosi schemi mentali, di sistemi induttivi e deduttivi, propri della razionalità antica e moderna. Una terza obiezione, in verità peregrina, deprimente, futile e pretestuosa è che non servirebbe a nulla nei tempi d’oggi, dominati dall’utilitarismo assoluto, dal materialismo gretto, dall’edonismo sfrenato. Il consumismo ha pervertito il gusto, la fruizione, il giudizio, il valore complessivo di un fenomeno grandioso ed irripetibile, come la civiltà latina. Per il loro habitus mentale, i giovani misurano l’utilità con le leggi del mercato, per fortuna inapplicabili per i beni culturali, spirituali, morali, etici; altrimenti, si rischia di adottare criteri venali che predominano nel mondo del commercio, costruito sull’imperativo immorale: attribuisci un valore venale a tutto ciò che rende un utile immediato. Dopo aver tentato di confutare le obiezioni ed i pregiudizi più comuni sul latino e prima di valutare il beneficio alla mente ed alla cultura dei giovani, bisogna sgomberare il campo da una rovinosa illusione od un piano perverso, mirante ad una strisciante abolizione del latino. Il sottoscritto ha avuto la fortuna di aver iniziato, in tempi non sospetti, lo studio di quella lingua, in forma obbligatoria dal secondo giorno della prima media, di averla studiata ed insegnata per vari decenni, di averla apprezzata, amata e rivelatasi come uno strumento insostituibile di permanente rigenerazione mentale; ma anche ha avuto l’esperienza amara di aver assistito a graduali semplificazioni, riduzioni, eliminazioni ed a pretesi nuovi metodi, ideati nella poco pia utopia di rendere più piacevole e fruttuoso l’apprendimento con sistemi molto vicini a quelli delle lingue straniere, grazie ad un fardello disorganico e farraginoso di termini utilizzabili per un possibile dialogo del tipo: Come ti chiami? A che ora parte il treno? Vogliamo andare al cinema? Gradisci un caffé? È un’insulsa scoperta di pedagogisti in vena di novità: pretendere di insegnare il latino, come se fosse uguale all’inglese o al francese. Questo è l’estremo sfregio permanente, l’oltraggio più umiliante e deprimente per i nuovi docenti e per i futuri alunni. Sia chiaro: non serve imparare a parlare in latino, piuttosto il latino deve insegnare a pensare, a riflettere, in ultima analisi, a parlare e scrivere bene in italiano. Innanzitutto, il “sermo latinus” ha una particolare capacità di formare la mente dell’adolescente, abituandola all’analisi delle parole e delle accezioni logiche, spaziali e temporali. Questo deve avvenire, secondo natura, negli anni più giusti, vale a dire nella scuola media inferiore. Dal costante esercizio grammaticale e logico, nasce l’esigenza di articolare il pensiero, di non contentarsi delle apparenze, ma di guardare alla sostanza. L’insegnante deve affrontare la grammatica elementare, cosa possibile ed efficace in menti elastiche, per riconoscere le diverse funzioni dei morfemi e dei sintagmi. Un altro effetto salutare del latino, in quanto madre dell’italiano, è che esso illumina, arricchisce, rende consapevoli i discenti nel possesso e nell’uso opportuno della nostra lingua: il docente aiuterà a scoprire i legami semantici che stringono, i meccanismi razionali per riconoscere le radici alla base di singoli o gruppi di vocaboli. Inoltre, potrebbe abituare gli alunni all’esplorazione etimologica dell’origine latina del nostro patrimonio lessicale palese od occulto. Così, i ragazzi si renderebbero conto non solo della formazione di parole, ma anche delle parentele intercorrenti tra loro. L’ultima potenzialità, implicita in un buon insegnamento della lingua latina, è la valenza educativa e morale: la saggezza eterna, che la civiltà latina ha elaborato, il modo migliore per contrastare il nichilismo della nostra gioventù, il rispetto di sé e delle cose proprie ed altrui, di valori civili e morali. Quindi, il latino suggerisce la sapienza antica che, ricca di intense emozioni, nutre la mente e l’anima dei ragazzi. La politica scolastica, miope ed ideologizzata degli ultimi decenni, gradualmente nella sostanza ha eliminato il latino, provocando, di conseguenza, nei giovani docenti e nei discenti, futuri professionisti, sciocca ignoranza ed insipienza operativa. Sia chiaro che non esistono scorciatoie (far eseguire poche e grossolanamente manipolate versioni, dettare la traduzione del classico in classe, banalizzare la storia della letteratura con insulsi appunti o riassuntini). Il latino o deve essere studiato ed imparato con serietà sotto la guida di capaci docenti e su validi libri di testo o sarebbe meglio essere abolito. L’impegno e lo sforzo mentale sono connaturati in quest’insegnamento, che fa acquisire meccanismi mentali che diventano capaci di dispiegare la loro efficacia in tutti i campi dello scibile: una ricchezza culturale “tota nostra”, che non possiamo, né dobbiamo permetterci il lusso di gettare alle ortiche.