Il Novantanove in Terra di Lavoro

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Ugo Foscolo, nelle “Prose politiche” (1817), scrisse che Jean-Étienne Championnet, di fronte all’offensiva dell’esercito napoletano contro Roma, “avendo un piccolo esercito, temendo la disapprovazione, era incerto tra ricongiungersi con l’armata francese in Lombardia e l’ambizione di conquistare un regno, spinto da circa trecento rivoluzionari radunati da ogni regione d’Italia”. Una buona parte dell’intellettualità napoletana, convertitasi dal riformismo moderato alla causa rivoluzionaria, trovò lo sbocco naturale nel 1799 e le sue sollecitazioni furono appunto determinanti per la decisione del generale francese. Intorno al 1796-99, in realtà, maturò la prassi rivoluzionaria, in modo tardivo rispetto alla conclusione della Rivoluzione francese (1794); a parte i dibattiti romani del 1798, in un contesto ideologico e politico, si realizzò, senza adeguata preparazione, l’esperienza effimera ed amara napoletana. Non si vuole sottovalutare le origini del giacobinismo napoletano, nel quale si ravvisano, come prodromi e cause, le agitazioni ed i processi del 1794, che portarono all’esilio i gruppi progressisti, avendo essi l’opportunità di abbozzare una metodologia giacobina, anzi Nicola Nicolini (1939) precisò con chiarezza che le radici rivoluzionarie conservano tutto il loro valore nel “preparare una mentalità antiborbonica nel Mezzogiorno nel vasto movimento eversivo del Risorgimento italiano”. Ma, appare almeno strano un simile cambiamento, dopo un sessantennio di monarchia e di riforme, che aveva visto un’intesa tra sovrani ed intellettuali tanto stretta, al punto che nelle idee e nelle azioni dello stesso Francesco Mario Pagano, formatosi nel clima dell’illuminismo riformatore, la lealtà alla dinastia borbonica era indiscussa. Quanto alla conclusione rovinosa della Rivoluzione era già nelle premesse, in un certo senso contraddittorie o, quanto meno, prodotte da una gestazione non del tutto lineare, e le idee di Cuoco furono confermate nella sostanza dal dibattito storiografico, ripreso da Benedetto Croce, da Nicola Nicolini, da Nino Cortese e da altri: la mancanza di collegamento tra capi e popolo, l’elevata utopia, l’eccesso di francesismo, la mancanza di adeguati sostegni militari e politici. La reazione ebbe buon gioco, con l’aiuto delle milizie del cardinale Fabrizio Ruffo, e portò alla ghigliottina ed all’impiccagione, a Napoli e nei dipartimenti, un ingente numero di “giacobini” o semplicemente idealisti. Ritornava, quindi, il borbone Ferdinando, attuando con testardo zelo una restaurazione, a sua volta anacronistica, ottusa e sanguinaria. Sulla condizione politica delle province, le “Istruzioni generali”, emanate il 9 febbraio 1799, delinearono il quadro amministrativo locale, civile e militare: i repubblicani venivano invitati ad organizzare le municipalità, composte da un Presidente, da un segretario e da sette-quindici membri (in rapporto alla grandezza dei comuni), a nominare i giudici di pace, ad organizzare la Guardia Nazionale. Vincenzo Cuoco formulò un giudizio molto severo sulla politica provinciale della Repubblica: “il miglior partito sarebbe stato farvi le minori novità possibili”, paventando un conflitto tra le antiche autorità con i democratici, estranei alle realtà locali. Cuoco sembrò condividere le preoccupazioni di Pagano, in quanto i rivoluzionari erano ancor più ignari delle situazioni periferiche, soprattutto incerti sulla problematica definizione preromantica di popolo e plebe. Di fatto, col dilagare delle insorgenze, le popolazioni si trasformavano più facilmente in plebe, che faceva causa comune con la monarchia. Si spiegava, così, perché mai gli alberi erano piantati, abbattuti o bruciati dall’anarchia popolare, ripiantati e di nuovo rovesciati, in quanto per la plebe filoborbonica la rivoluzione era un pretesto per abbandonarsi a saccheggi nelle case dei possidenti, repubblicani o presunti, ad assalti ai magazzini di grano, ad incendi degli archivi comunali, all’invasione delle terre demaniali. Col passare dei mesi, aumentavano gli episodi di controrivoluzione, le devastazioni di abitazioni e di conventi, l’esecuzione di “giacobini”, le teste tagliate e lasciate sospese dall’albero o conficcate su aste ed esposte al pubblico ludibrio, come successe al pio vescovo di Potenza, Andrea Serrao. Sugli aspetti delle insorgenze, la storiografia ottocentesca ha insistito sul divario tra un’insana massa plebea ed una ragionevole borghesia illuminata; piuttosto, per A.Maria Rao, si trattava di “uno scontro tra due culture, una popolare profonda radicata, che affermava la propria presenza con la violenza pari all’entità dei pericoli e delle incognite che l’altra, parimenti popolare, maturata nel riformismo e nell’illuminismo, minacciava lo status quo”. Le prime province ad essere “repubblicanizzate” furono quelle settentrionali, per l’arrivo delle truppe francesi alla fine di gennaio 1798 (Pescara, Aquila, Vasto, Sulmona, Chieti), ancor prima della proclamazione della rivoluzione napoletana (22 gennaio 1799). Nella parte settentrionale della provincia di Terra di Lavoro, il passaggio delle truppe francesi (Fondi, Itri, Sessa) determinò focolai di rivoluzioni, insorgenze e banditismo, proprio al confine con lo stato pontificio, dove furono attive le bande di Michele Pezza, detto Fra Diavolo; quelle più vicine a Napoli alla capitale simpatizzarono per la repubblica (Capua, S.Maria e Caserta), senza meno reazioni immediate. L’adesione considerevole alla repubblica di “prelati giacobini” costituì un tentativo di mediare tra il furore rivoluzionario e le esigenze della tradizione cattolica e di preservare il paese dall’anarchia. In questa ottica, il nuovo regime utilizzò una porzione del clero, quando, per es., il vescovo di Gragnano, Bernardo Della Torre, ed il parroco di S.Maria Ognibene, Aniello De Luise, furono incaricati di presiedere una commissione per la compilazione di un catechismo morale; due francescani, Giuseppe Belloni e Michelangelo Ciccone composero un “S.Evangelo in lingua nostra”; il vescovo di Vico Equense, Michele Natale, stilò un “Catechismo repubblicano”; l’abate Giuseppe Cestari fu uno dei promotori dell’abolizione della feudalità; anche l’arcivescovo di Napoli, Giuseppe Capece Zurlo, si adoperò per mettere fine ai soprusi, anche se i moniti ebbero scarso effetto. Nelle province la vita era meno facile per i dirigenti repubblicani. Nei dipartimenti periferici, si formarono bande di briganti che, giocando sui facili equivoci, si dichiaravano fedeli ai Borbone e diedero avvio alle insorgenze. In Terra di Lavoro, mentre continuavano scontri cruenti tra borbonici e repubblicani, a Caserta il 5 febbraio 1799 fu innalzato l’albero, simbolo della libertà, dal giovane indigeno Nicola Ricciardi, poi impiccato il 4 gennaio 1800 in piazza Mercato a Napoli. Il cerimoniale del “piantamento” dell’albero, un pioppo o un olmo, ornato da nastri e dalla bandiera (con i colori del giallo, rosso, turchino) e sormontato dal berretto frigio, si svolgeva nella piazza principale della città o paese, tra canti e danze e, quando i capi repubblicani avevano letto i proclami del nuovo regime, un membro del clero sanciva l’adesione dell’autorità religiosa alla rivoluzione; si concludeva con una processione e col “Te Deum”. L’impressione che la partecipazione di Terra di Lavoro non sia stata massiccia, anzi particolarmente minoritaria, in parecchie città medie e piccole, in paesi e borgate, dove avvertirono tale esigenza le frange chiassose, costituite in specie da giovani, intellettuali, piccolo borghesi, militari ed, in vari casi, dal clero illuminato; l’aristocrazia, i possidenti e il popolo medio borghese rimasero estranei, classi sociali che preferirono a rimanere a guardare alla finestra. Il problema documentario e storiografico fu affrontato con particolare lucidità da Eugenio Della Valle già nel 1955 quando, conducendo una ricerca specifica nell’archivio storico di Napoli sull’attività politica di un suo antenato novantanovista, ebbe la delusione che la maggior parte dei documenti relativi era stata distrutta dai nazisti, in particolare il “Registro dei rei notati nella visita della provincia di Terra di Lavoro nell’anno 1799”, curato dal consigliere Michele de Curtis. L’esimio grecista consultò l’esigua parte rimasta, relativa al circondario di S.Maria C.V. e fu costretto a riportare scarne notizie, stilate dalla polizia borbonica con uno stile tale “da suscitare un malizioso sorriso per la forma sciatta e sgrammaticata, tuttavia testimonia una grande rivoluzione, consacrata dal sangue versato di un Pagano, di un Cirillo, di una Sanfelice e di una Pimentel, che aperse le vie ai moti di sentimenti e di idee del nostro primo risorgimento nazionale”. Tra i sacerdoti, ricordiamo che il vescovo di Vico Equense, originario di Casapulla, già precettore dei figli di re Ferdinando, fu condannato a morte con Gennaro Serra ed Eleonora Pimentel. Il vescovo Natale era stato anche presidente della municipalità di Vico Equense ed era tornato più volte nella città natia, per placare il popolo gli animi esagitati. Per mettersi in salvo, uscendo da Capua travestito da militare, fu riconosciuto e portato davanti alla corte marziale; dopo essere stato sconsacrato, fu impiccato il 20 agosto 1799 nella piazza Mercato, insieme con il capitano Giuliano Colonna, l’archeologo e botanico Nicola Pacifico, la direttrice del “Monitore” Eleonora Pimentel, il procuratore del tribunale Vincenzo Lupo. Pasquale Battistessa di Centurano, generale della Repubblica, contro il quale sfoderò ferocia e sadismo l’inquisitore generale Vincenzo Speziale, come fece nei confronti del medico Domenico Cirillo; egli era stato commissario repubblicano del Cilento e combattè a Roccapiemonte nel Salernitano; fu impiccato il 23 luglio 1799 ad Ischia con gli ufficiali Agamennone Spanò e Giuseppe Schipani, quest’ultimo scannato sul sagrato della chiesa di S.Pietro. Inoltre, Eleuterio Ruggiero da Capua, Ercole Agnese da Piedimonte, Domenico Perla da Lusciano, un commerciante palermitano, antenato del famoso giurista, senatore Raffaele Perla, e Francesco Bagno da Cesa. A S.Maria C.V., fu trucidata la fanciulla Teresa Ricciardi, nel corso di un’incursione nell’abitazione del medico Gaetano Matarazzo, considerata un covo di liberali, da parte delle orde sanfediste. Tra i rivoluzionari, furono esiliati ed imprigionati i sammaritani Gabriele Morelli, presidente della municipalità, che nel sagrato del locale Duomo, quando (riporto la trascrizione fedele, compresi gli strafalcioni della polizia borbonica) “tutti i cittadini penetrati da gioia immenza avevano prestato giuramento di fedeltà per la repubblica; Michele Della Valle, segretario della municipalità, “dopo che un monaco conventuale ebbe recitato una predica in favore della liberta, si fece a leggere un’arringa in francese che non fù capita dagli astanti”; Crescenzio Della Valle, “ufficiale della truppa civica serviva la repubblica con molto impegno; Raffaele Del Balzo “uffiziale della truppa civica spesso estrinsecava delle parole ingiuriose contro le reali persone”; Pasquale Di Gennaro, “capitano della truppa civica, usò delle attenzioni per istruire i soldati nel maneggio dell’arme”; Gaetano Zaccaria “in tempo dell’annientata sedicente repubblica spesso soleva profferire atroci ingiuste contro le reali persone; Alessio Del Vecchio, “foriere della milizia provinciale faceva da interpetre ai francesi perche parlava bene nel loro idioma”; Pasquale Paolella “si unì coi francesi nella loro invasione in questo regno e prese le armi contro le reali truppe”; il curtense Prisco Merola “guardacaccia, addetto alla real riserva di Carditello, fù destinato a custodire la roba che esisteva nel real casino e spesso andava a caccia coi francesi nella real riserva, uccidendo animali”; i santammaresi Andrea Gravante, soldato della truppa civica, ed i cittadini Cesare Graziano e Sebastiano Leggiero, che “portarono i francesi a caccia nelle reali riserve, dove uccisero cinghiali e capri”; il dragonese Giuseppe Guidi, che ivi piantò l’albero; il capuano Campanelli “che si acquartierò in quella real piazza con i francesi; i caiatini Marrocco, Aldi, Sabetti, Mastroianni, Novelli, Sparaco, Serafini, Boncinelli ed altri. A Caserta, infine, La Ratta fu presidente della Municipalità ed i cittadini Borgognoni, Mezzacapo, Giaquinto, Vitelli, Massa ed altri. Tutti costoro furono poi liberati con l’indulto reale del 1803.