Chi è tradizionalista?

Posted on 25 giugno 2014 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

L’aggettivo tradizionale deriva dal vb. latino tradere (consegnare, affidare, di norma, da parte degli antenati ai posteri). Pertanto, l’uso diffuso della forma impersonale tradunt (tramandano) esprime codesto concetto, tramandare una notizia, un oggetto, un racconto, un aneddoto, un personaggio e l’autore si assume il compito di riferire, tramandato da antenati, dalle generazioni precedenti, dagli autori antichi o da fonti più o meno recenti, senza dare totale credito, ma discreta affidabilità; altrimenti, il narrant esprime un racconto in buona parte inventato o alterato.

I teorici del tradizionalismo furono Ezra Pound, Thomas S.Eliot, Ferdinand Céline, Drieu La Rochelle, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini. La tradizione è presente, nel diritto e nell’antropologia, ma non si confonda la tradizione con la reazione.

E.Pound a Venezia

Karl Mannheim (1989) distinse il tradizionalismo oggettivo (inteso come una o più teorie, tendenti a vedere il mondo esterno statico e da conservare) dal tradizionalismo soggettivo: in questa accezione antropologica, esso è l’atteggiamento magico dell’uomo, non razionale, non intellettuale, che privilegia i costumi tramandati rispetto all’innovazione, che si oppone al nuovo, all’emancipazione e persino al formalismo.

Rolf Darhendorf (1968), dopo aver definito moderno tutto ciò che era venuto dopo la Rivoluzione francese e quella industriale, aveva considerato il tradizionalismo come l’insieme dei modi di vita, dei comportamenti sociali e politici che sono pre-democratici e pre-moderni. Contro il mondo moderno, che è razionale rispetto al mercato, autocosciente, emancipato, l’uomo tradizionalista incarna il carattere sociale della rassegnazione soddisfatta e felice; egli non approfitta delle possibilità offerte, si adatta alle circostanze, è scettico rispetto alle invenzioni, insomma una figura sociale passiva, priva di rabbia e di pretese.

L.F.Céline

Il tradizionalismo ha legami stretti con altre tendenzi intellettuali e politiche. Intanto, si colloca a destra dello schieramento politico consueto e radicato: esso è sospettoso verso la scienza, la massa, la democrazia, il materialismo marxista, la modernità; il tradizionalista legge la storia come continuità o divenire e, rispetto al conservatore, si distingue per una sacralità di essa. Considerando gli autori del Novecento, il concetto di “tradizionale” coincide col passato e il nazionalismo; nella chiesa, coincide col cattolicismo e nella teologia con l’integralismo cattolico; tradizionale significa tramandato, colto e conservato da pochi eletti, contenuto nella civiltà, mitologia, le vestigia del passato; infine, assume il significato di naturale, l’adesione ad un ordine naturale, perfino il rispetto, paradossalmente, per la natura (verdi, ecologisti, bioetici, no-global, no-tav). La tradizione, intesa come passato, tramandato, cattolico, natura, è la negazione dell’idea del progresso e rappresenta l’unica salvezza rispetto alla crisi della civiltà contemporeanea; essa sostiene l’opposizione tra scienza moderna e tradizione storica.

J.Evola

Joffrey Herf (1988) evidenziò che alcuni sistemi politici (fascismo e nazismo), pur insistendo sul recupero della tradizione (gerarchia, militarismo, assolutismo, autoritarismo, parate, ecc.), perseguivano l’innovazione tecnologica (ruralità, artigianato, armamento, informazione); se si vuole tralasciare Oswald Spengler (1922), si pensi a Martin Heiddegger (1950), che criticò l’associazione nefasta della tradizione alla tecnica.

In particolare, il pensiero tradizionalista critica violentemente l’espressione politica (che assomma tutti gli altri aspetti deteriori, mentali, sociali, economici, religiosi) ampiamente esposto da José Ortega (1930) a Charles Maurras (1937), da Alexander Solgenitsin (1979) ad Augusto del Noce (1971), ad Elémire Zolla (1972), ad Ernst Junger (1951), pronunciandosi contro la democrazia, il regno della quantità e dei mediocri e/o dei peggiori, contro l’illusione del libero arbitrio, il livellamento, il dominio delle entità astratte, la sostanziale mancanza di libertà interiore.

All’origine dei mali moderni, dalla scienza galileiana ed alle teorie di J.J.Rousseau, furono gettate le basi dell’individualismo sfrenato, la spoliazione e la violenza della natura, puro oggetto a disposizione dell’uomo-padrone del creato, tesi tipiche dei filosofi  tradizionalisti, come Heiddegger e Spengler, con lo sviluppo ciclico delle civiltà che nascono e muoiono; è il caso della teoria di Julius Evola (1937), con il declino irreversibile da epoche superiori. Ancora, con E.Voegelin (1952), seguendo un percorso platonico, vede la marcia dello gnosticismo dall’immanentismo medievale, attraverso l’umanesimo, l’illuminismo, il liberismo, il marxismo ed il positivismo, vede la società occidentale destinata alla fine. Insomma, il prezzo del progresso è la morte dello spirito. Gli uomini più perseguono la frenesia gnostica, tanto più si allontanano dalla vita dello spirito e da Dio, realizzando una nuova forma di totalitarismo gnostico, intesa come arrogante ed avvilente negazione della trascendenza.