La satira di Caio Lucilio poeta latino aurunco

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Personaggio satirico  Scipione Emiliano Nel clima culturale e letterario, maturatosi nell’area geografica delle storiche regioni Lazio e Campania, come è noto, alquanto meno estese delle attuali, fiorì ed ebbe straordinario successo lo spirito comico e satirico, che informò le forme pre-letterarie ed arcaiche, come le “Sature”, le Atellane, i Fescennini (componimenti per lo più improvvisati, mordaci, licenziosi) e la commedia latina, in particolare plautina. Era l’humus già idoneo a recepire la satira vera e propria in quanto genere a sé, che la tradizione letteraria attribuiva all’aurunco Caio Lucilio, considerato l’inventore del genere, chiamato da Orazio “intactum Graecis” e Quintiliano, con orgoglio nazionale, proclamava che la satira era “tota nostra”. La satira era un componimento che si proponeva la lezione moraleggiante agli uomini urbanizzati, bollandone le illusioni, le viltà, le miserie, le menzogne, gli eccessi; una riflessione etica, secondo l’esemplare di uomo libero da condizionamenti, semplice nella vita quotidiana, il saggio autosufficiente (l’ideale dell’autárkeia), ben tratteggiato dalla filosofia stoica ellenistica, con un’espressione propria, argutamente mimetica di un dialogo, ironica o sferzante, pacata o impetuosa, in relazione al tono discorsivo o biasimevole. Poco ci è dato sapere sulla satira arcaica latina; immaginiamo che la stessa parola “satura” compare per la prima volta in Orazio, che il venosino preferiva definire “sermo” (conversazione); Lucilio, per attribuire un nome, con parola greca, ai suoi componimenti, parlava di “schedia” (versi improvvisati e poco curati) ed, altrove, come di una felice combinazione (“ludus et sermo”) tra scherzo e discorso moraleggiante. Ancora meno sappiamo della satira di Cneo Nevio, stando all’incerta glossa di Sesto Petronio Festo (“Saturnium populum pepulisti”), per cui “satura” poteva essere un testo teatrale, col quel titolo, come la “fabula togata” di Quinzio Atta e l’Atellana di Lucio Pomponio, entrambe intitolate “saturae”. Comunque, iniziatore della satira fu il poeta apulo Quinto Ennio, che scelse il titolo “saturae” per la raccolta di quattro libri di poesie di vario argomento e metro, di cui rimane quasi nulla, in tutto una trentina di versi, troppo poco per valutarne argomenti ed impostazione, tranne una probabile “humanitas”, cultura ed amicizia, colte da Aulo Gellio, come canoni intellettualistici ed etici della satira successiva. Scrisse “saturae” anche Marco Pacuvio, nipote di Ennio, ma ne abbiamo solo notizia dai grammatici Diomede e Porfirione. Il vero e proprio “inventor” della satira romana, secondo l’autorevole testimonianza di Orazio, fu Caio Lucilio, al quale spetta la corona “con molta lode”. Il dato più importante, infatti, è che la sua produzione satirica, per copiosità, qualità ed efficacia, contribuì con certezza al passaggio del termine “satura” dal significato generico di raccolta mista (“lanx satura”) a quello specifico e caratteristico di un genere letterario, tale per contenuto e forma. Con Lucilio, insomma, la satira si appropria umori, temi, idee, stile, che resteranno tipici nella tradizione letteraria occidentale. L’origine della satira, dunque, in senso stretto, risale ad Ennio, ma già nell’antichità il grammatico Diomede distinse due sottogeneri di satire, una di Ennio (tratta da vari componimenti poetici), che conteneva varietà di argomenti e di forme letterarie, e quella di Lucilio che, riallacciandosi all’aggressività polemica della commedia greca attica (pensiamo ad Aristofane), creò quel genere originale e personale. Lucilio, che con tutta certezza elevò a nuova ed originale dignità la satira, associando l’acrimonia dello scandalo e la gravità della morale, nacque sicuramente a Suessa (od. Sessa Aurunca), sulle pendici occidentali del monte Massimo, che fa da confine tra Campania e Lazio. Sulla cronologia della nascita, la controversia tra i dotti non si è ancora risolta: la data riferita da Gerolamo (148 aC) sembrò poco plausibile, per cui, stando alla testimonianza del campano Velleio Patercolo, avrebbe partecipato all’assedio di Numanzia (133 aC) appena quindicenne; inoltre, Orazio non avrebbe chiamato “senex” un uomo morto a quarantasei anni e, nello stesso luogo, asserendo rapporti familiari con Scipione (che morì nel 129), gli studiosi all’epoca avrebbero considerato Lucilio all’età di appena diciannove anni; alcuni filologi dell’Ottocento proposero il 180 aC; in tal caso, sarebbe stato troppo maturo per comporre le sue opere; studiosi nel secolo successivo pensarono ad una data intermedia (168 aC), che potrebbe conciliare le due ipotesi. Nel gusto osco-campano era innata la facezia ed il motteggio, come anche nel capuano Nevio, ma con la differenza che Lucilio vantava amicizia e familiarità con i potenti del tempo. Di famiglia equestre del luogo, fu antenato indiretto di Pompeo Magno, godette gli agi della condizione sociale e, venuto giovane a Roma, frequentò il circolo degli Scipioni e, soprattutto nella campagna di Numanzia, si trovò a contatto con una schiera di dotti e dei futuri personaggi politici, letterati e storici (Polibio, Panezio, P.Rutilio Rufo, Asellione, C.Gracco, Mario, Giugurta), che influì sulla formazione culturale di primo piano, motivo per cui, dopo quella fortunata e stimolante campagna, intraprese a scrivere satire. Certamente, non diventò poeta satirico da un giorno all’altro, con probabilità nelle fasi iniziali della produzione poetica, indugiò su componimenti letterari e comici, visto che usò anche il settenario trocaico, proprio di Plauto e delle “saturae” enniane, ed il senario giambico. Nella prima produzione satirica, predominava lo spirito fescennino, alla quale forse alludeva Orazio, il quale disse di Lucilio che “traeva alla gogna tutti i magnati e tutta la città, tribù per tribù, solo alla virtù ed ai virtuosi benigno”. Con molta probabilità, visitò la Grecia, consuetudine sempre più formativa, per abbeverarsi alle fonti del vero e completo sapere. Maturo, ebbe amici apprezzati dotti, come l’oratore A.Postumio Albino, il grammatico Elio Stilone, il filosofo Clitomaco; persone semplici ed umili, come il banditore A.Granio; uomini potenti, come C.Lelio e L.Scipione Emiliano; anche molti nemici, tra tutti coloro che non potevano compiacersi degli attacchi personali e della sua eccessiva simpatia per gli aristocratici. Morì a Napoli nel 102 aC, onorato con fastoso pubblico funerale. Per sua ammissione, Lucilio, avendo tratto i versi dai precordi, scrisse trenta libri di satire; dai metri della fase prima passò all’esametro ed al pentametro dattilici. L’asprezza dell’attacco scemava col tempo (lo dice con evidenza il metro), alla quale sovente subentravano la sostenutezza letteraria, il didattismo enniano, la poesia di circostanza, intima, di immaginazione, di rimembranza, passaggio testimoniato da Orazio. Egli ebbe quasi la stessa parabola di Giovenale, che escogitò l’ingegnosa e d’effetto sicuro la trovata della “persona”. L’età avanzata è un elemento da non trascurare, ma non bisogna esagerare nel tratteggiare un Lucilio addomesticato. * * * Gli autori latini per Lucilio ebbero notevole considerazione, in senso positivo ed anche in senso negativo, da Varrone ad Orazio, da Cicerone a Quintiliano, ad Aulo Gellio, che in ogni caso lessero attentamente le sue satire anche nella latinità tarda. Complessivamente, i giudizi espressi da questi e da altri letterati, si bilanciarono in modo equo, prova del fatto che gli autori successivi avvertirono un particolare interesse non solo per la forma espressiva, ma anche per l’originale contenuto dell’opera luciliana. La perdita della maggior parte della produzione è grave e difficile da spiegare. In casi simili, si adduce l’arcaicità, l’eccessiva quantità dei versi, la concorrenza degli autori successivi, in particolare Orazio, motivi di solito ritenuti fondati. Tra i motivi possibili (in ogni caso sempre valido), ritengo che la grande fortuna dei neoteroi ed, in generale, della letteratura dell’età di Cesare, oscurasse l’originalità e la sostanza della satira luciliana, poco copiata, trascritta e commentata; oppure, mi sfugge qualche particolare del quadro politico e sociale che, in un periodo senza dubbio delicato, mutò e si alterò in termini di trapasso epocale. Ci rimangono solo più di mille versi in gran parte frammentari, ma sono sufficienti per valutare il contenuto e lo stile. La sua satira ritraeva, ridicolizzava o fustigava ogni aspetto della vita dei singoli e della società, nobili e plebei, ogni fatto ogni persona, insomma, tutto ciò che si agitava nella Roma del tempo, scossa da fermenti morali, sociali, politici, che preludevano a cambiamenti profondi. Colpiva indistintamente gli ipocriti, gli ingordi, gli arrivisti, i superstiziosi, gli avidi di ricchezze e di potere, le donne come le matrone, alle quali piaceva andare in giro per la città, mentre in casa regnava la sporcizia; ridicolizzava l’ellenomania di letterati presuntuosi, come Tito Albucio; descriveva luoghi episodi, personaggi, luoghi visitati, vissuti, incontrati, durante un viaggio da Roma a Capua e in Sicilia (che Orazio prese come modello); si interessava di questioni linguistiche e letterarie. Sparlava perfino degli Scipioni, ma era pronto a scagliare i suoi strali contro i loro avversari, come Lentulo Lupo. Demistificava i grandi miti, p. es., quello dell’omerico Polifemo, “lungo duecento piedi”, o Alcmena presentata con le gambe storte ed Elena, che non osava apostrofare coll’epiteto che meritava (“moecha”), per timore di aspettarsi la sorte del greco Stesicoro. Quanto all’arte, il classico Orazio lo criticò per la trascuratezza, la prolissità, la poca fluidità della versificazione, ma la critica più recente ha rivisto questo giudizio ingeneroso; in realtà, lo stile si adattava bene all’asprezza del linguaggio, al crudo realismo, la varietà dei registri espressivi, alla mordacità degli attacchi, senza attribuire eccessiva importanza al lavoro di lima, all’eleganza lessicale, rischiando di smussando l’invettiva, che esigeva un linguaggio gergale e perfino volgare, mai osceno. Secondo Nicola Terzaghi, Lucilio potè conservare l’equilibrio e le giuste proporzioni nella satira, permettendosi il lusso di rimanere libero e sereno. La sua posizione sociale, l’amicizia dei potenti e la ricchezza gli consentirono di pensare e dire tutto quello che voleva, senza rischiare di diventare una vittima, come era capitato al conterraneo Nevio. Secondo Mario Citroni, solo con Lucilio la satira si prese carico in modo caratterizzante la funzione di dare spazio letterario ed artistico all’esigenza antropologica dell’aggressività verbale. Quanto all’elemento mimico, esso è rilevante nella tradizione satirica e si spiega con gli influssi della commedia e del mimo letterario dell’idillio, oltre che come naturale sviluppo di un genere, che osservava e ritraeva la realtà sociale. Ettore Paratore, nella poesia luciliana sottolineò, ancor più nettamente di quella di Terenzio, questo bisogno di smobilitazione spirituale: così, Lucilio non risparmia le frecciate a Nevio, ad Ennio, a Terenzio, a Pacuvio ad Accio, facendo intendere che non era più il tempo degli eroici furori, ma bisognava abituarsi ad una poesia tenue e sincera, che parlasse con voce dimessa. Si preparava in tal modo, forse involontariamente, la deviazione del gusto verso la poesia ellenistica, vale a dire quella dei poeti neoteroi e, con marcato intimistico, di Catullo. Su questa strada, Lucilio inventa una poesia soggettiva, sentimentale, come si nota nel XVI libro, intitolato “Collera”, lo pseudonimo della sua amata donna. Ma sempre anticipando Catullo, la satira di Lucilio si caratterizza come specchio di un’eticità che trova nella “virtus” la base più salda e convincente, quando il poeta di Suessa, smessi i panni del fustigatore, assume il ruolo del maestro: “La virtù consiste nell’apprezzare le cure e gli affari della vita, nel sapere il valore di ciascuna cosa, il giusto, l’utile, l’onesto; la virtù è onorare ciò che lo merita, mettere al primo posto gli interessi della patria”. Oltre alla polemica politica, la satira di Lucilio è di costume; egli mostra di essere un osservatore acuto della realtà umana, di cui traccia alcuni ritratti che diventeranno termini di confronto per i sermoni di Orazio. Infatti, in un frammento descrive la figura dell’avaro che non si stacca mai dalla borsa, tanto che con essa cena, fa il bagno e dorme; in un altro, racconta un aneddoto che ha per protagonista Scipione ed un seccatore, figura che farà da modello alla satira oraziana; altrove, prende di mira la figura del demagogo che urla e minaccia, mette alla berlina le donne, delle quali anche fonicamente enfatizza le qualità di eroine con epiteti omerici, utilizzati per criticare quelli che cercavano sembrare ad ogni costo filellenici, pedissequi seguaci di una moda ed inconsapevoli sostenitori di un’esigenza, per altri versi, fondata e reale culturale.

 

 

One Comment

  1. Moreno
    2680 giorni ago

    Grazie mille! Ottimo materiale!