Il ciborio rinascimentale del Duomo di S.Maria

Posted on 10 novembre 2013 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Il classicismo cinquecentesco è la piena e coerente maturazione dell’arte del secolo precedente. Per limitarsi alle opere esaminate, relative a tale periodo, sarà opportuno sottolineare che la scultura esercitò grande influsso non solo sui grandi artisti, ma anche sulle maestranze locali, la cui profonda perizia tecnica portò al gruppo e alla ricerca del movimento, con la preferenza per i temi tradizionali, come la mitologia e le Sacre Scritture.

Il pezzo artisticamente più significativo è il ciborio (XVI sec.) di S.Maria Maggiore, un grande bassorilievo (mt.3×2) di alabastro, impreziosito da bordature in oro zecchino, dal quale spicca una struttura architettonica, raffigurante in prospettiva un tempio nel tempio. Da un basamento con bassorilievi, costituiti ai lati da fregi e al centro dalla scena del Sacrificio di Isacco, si levano tre corpi, divisi da quattro pilastrini addossati e scanalati e ripiene fino ad un terzo dell’altezza, terminanti con capitelli di stile corinzio; i due elementi inglobano nicchie con i SS. Pietro e Paolo, mentre al centro lo scomparto principale contiene due angeli in piedi che reggono, in atto di adorazione, l’ostensorio ottagonale;  tra i due angeli campeggia la scritta

QVI MANDVCAT HVNC PANEM VIVET IN AETERNVM.

In alto, si vedono altri due angeli più piccoli in mistica adorazione, mentre la parte centrale è chiusa da un sottarco a cassettoni a tutto tondo, ai lati del quale due colonnine reggono un architrave, su cui è raffigurato un semicerchio con una colomba (lo Spirito santo che si irraggia nel mondo), sul quale sovrasta Cristo benedicente. Sugli architravi, che chiudono i santi Pietro e Paolo sottostanti, poggiano seduti due evangelisti, Giovanni e Matteo. L’iconografia rispecchia la sintassi e le tematiche tipiche del Cinquecento, riscontrabili nelle simmetrie, nella geometria classica e soprattutto nei temi aderenti secondo le Sacre Scritture.

Il ciborio del Cinquecento

Questo bassorilievo, che forse si trovava in altra parte della chiesa o in altra chiesa, fu sistemato all’epoca della costruzione della cappella da Gennaro Di Lucca, il maestro marmorario che costruì l’altare; il pavimento della cappella, forse rifatto, è datato, con l’iscrizione che ricorda il benefattore

CASIMIRVS CANONICVS FVNARO AERE PROPRIO FECIT ANNO 1877

in un tondo al centro, con lo stemma di un’aquila con le ali semi-spiegate in atto di proteggere i pulcini. Casimiro Funaro era stato prima (1869) mansionario, poi (1870) canonico della cattedrale.

I santi Pietro e Paolo sono scolpiti in altorilievo, poggiati su di una sottile mensoletta sporgente. Sulla sinistra, S.Pietro, con la testa ricciuta e la barba folta, sembra incedere lentamente, come suggerisce il ginocchio flesso; avvolto in un mantello, in una mano stringe le chiavi e con l’altra tiene un libro. S.Paolo, dalla lunga barba molle, è in posizione statica, ha sulla destra un libro, mentre con la sinistra, appoggiata al corpo, regge la spada; l’ampio mantello si articola in pieghe morbide e s’increspa all’altezza della cintola. Le nicchie, fiancheggiate da una coppia di paraste scanalate, sono sormontate da una doppia trabeazione. In alto, poggiati sulla sommità, gli evangelisti Luca e Giovanni, intenti a scrivere; ancora più in alto, a formare la cimasa del ciborio, è realizzata una  struttura semicircolare, scanalata all’interno, nella quale vola la colomba dello Spirito Santo; in alto, in piedi sulla sommità della decorazione, un Cristo benedicente avvolto in un morbido manto trapuntato da stelle dorate. Nella parte bassa, si trova la predella della struttura tripartita  con nastri e festoni di frutta, mentre al centro è raffigurato il Sacrificio di Isacco: sulla sinistra Abramo, con il braccio destro alzato, è pronto a compiere il terribile gesto, mentre con la mano sinistra trattiene Isacco; al centro su di un monticello, è pronta l’ara sacrificale; sulla destra appare l’angelo che, portando l’ariete per le corna, indica ad Abramo il monte sul quale tra poco verrà sacrificato l’animale, significando la salvezza del piccolo Isacco.

Sono ben pochi gli studiosi che abbiano fatto cenno al bel ciborio. Francesco Granata riferisce che l’arcivescovo di Capua, card. Nicolò von Schomberg (1520-36) donò un ciborio dorato alla cattedrale di Capua, ma non è possibile seguire le vicende di questo pezzo d’arte e i vari trasferimenti, potendosi trattare di altri oggetti simili. Nel 1746, l’erudito Giuseppe Di Capua Capece gli aveva dedicato queste poche parole: un bellissimo balaustro di bianchissimo marmo, fatto lavorare nel 1754 da Domenico Fiorillo per sua devozione, il quadro è cosa singolare perché è d’alabastro con più statue di eccellente mano scolpite. Poi, nel 1766, nella descrizione redatta dall’arciv. Michele Capece Galeota, si tratta del ciborio, collocato nella navata sinistra, marmoreo ed indorato, rappresentante gli apostoli Pietro e Paolo, gli evangelisti Giovanni e Matteo, lo Spirito Santo e il Padreterno. Tra i contemporanei, il primo che accennò al ciborio è Giuseppe De Bottis (1929) in un libretto, edito in occasione del Primo Congresso Eucaristico, mettendolo in relazione con le opere di Benedetto Di Maiano. Nel corso dei lavori, eseguiti all’inizio dell’Ottocento, esso fu sistemato nell’attuale cappella del Sacramento, nella navata destra. In ogni caso, dalle congetture di Francesca Amirante (1991), il ciborio di S.Maria Maggiore, per tipologia e per fattura di similari pezzi, sembra molto vicino allo stile della bottega di Andrea Bregno, che a Roma realizzava cibori caratterizzati da strutture complesse, nicchie, partiture e dorature. In area napoletana, si possono stabilire anche analogie con il Tabernacolo della Bruna, nella chiesa del Carmine, e con quello del Santuario di Montevergine. Sulla base dell’analisi iconografica, tenuto conto delle analogie con il Sepolcro di Vito Pisanello, nella chiesa di S.Lorenzo Maggiore, la studiosa conclude che quest’opera si può inserire nella bottega di Romolo Balsimelli, che lavorò nei primi decenni del Cinquecento a Napoli.