L’ACQUEDOTTO CAROLINO

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 Ponti della Valle di MaddaloniL.Vanvitelli, ritratto di G.Diano Carlo di Borbone, fin dal 1735, in quel terreno fertile e pianeggiante, aveva intenzione di costruire una reggia come il nucleo di una nuova città satellite, col ruolo di capoluogo artistico, storico ed economico di Terra di Lavoro, al quale sarebbe imposto il nome di Villa Reale. Ferdinando Patturelli (1826) sottolineò che, in tale disegno organico di controllo e gestione territoriale, si era inserito il progetto della costruzione di una nuova capitale, che avrebbe dovuto soddisfare le esigenze sia di sfarzo, sia della sicurezza. La prima pietra della reggia fu posta nel 20 gennaio 1752, con grande pompa, presenti Carlo, Amalia e Bernardo Tanucci. Come progetto complementare al complesso monumentale, sorse subito un’altra imponente opera d’ingegneria idraulica ed architettonica, l’acquedotto carolino ed, in particolare, i Ponti della Valle di Maddaloni. Luigi Vanvitelli presto si pose il problema di reperire le fonti e sorgenti, che potessero assicurare al maestoso complesso notevoli quantità d’acqua. Esso è stato concepito e realizzato, innanzitutto, per animare le numerose fontane, indispensabile ornamento alla magnificenza del palazzo; tuttavia, l’esigenza d’approvvigionamento idrico corredava anche l’ambizioso progetto reale per la nuova città, che sarebbe sorta intorno alla residenza reale. Quindi, la perseveranza di Carlo e l’ingegno dell’architetto, chiamato per la bisogna, che seppe unire, con unica maestria, l’utile al dilettevole, consentirono di attuare un progetto che per molti era una pura utopia. Così, iniziò nel maggio 1753 l’opera dell’acquedotto carolino, al quale lavorarono, oltre a Vantitelli, due collaboratori valenti, l’ing. Francesco Collecini e l’aiutante Marcello Fonton. Il sito delle delizie reali di Caserta era così elevato, che sembrava impossibile condurvi copiose acque. Bisognò, quindi, volgere le ricerche al di là dei monti Tifata, verso le alte montagne dalle quali defluiva limpida acqua. Ancora vivo era il ricordo, nelle memorie degli antichi scrittori, di una sorgente d’acqua chiamata ”Giulia” dal nome di Giulio Cesare, il quale donò questa sorgente alla colonia di Capua. Nonostante lunghe e faticose ricognizioni, Vanvitelli non era riuscito a trovare traccia dell’antico acquedotto romano. Di esso esistevano confuse ed incerte notizie fornite da Velleio Patercolo e da Dione Cassio. Gli storici, però, non ne indicarono la fonte alla quale si arrivò studiando il percorso dell’antico acquedotto, verso i confini del Sannio, ovvero alle pendici del monte Taburno. Alla ricerca dell’acqua Giulia, fu delegato Francesco Avellino, che con successo riuscì nella sua impresa. Il ritrovamento di quest’acqua migliorò di molto lo stato di Caserta e apportò un considerevole risparmio alle finanze pubbliche che, altrimenti, sarebbero state duramente compromesse, se si avesse provveduto alla ricerca di fonti d’acqua, attraverso la costruzione di pozzi profondi, indispensabili per raggiungere le falde idriche. La falda meridionale del monte Taburno era prodiga d’acque, che vengono a trovarsi in un’amena pianura di altezza notevole, pari a quella di alcuni monti di Caserta, la Valle Caudina. Sotto quel monte, inizia l’acquedotto, con pendenze vantaggiose, che raccoglie le acque delle sorgenti Fizzo, Noce, Fico, Molinise, Marano, Sambuco, San Sebastiano, Volla, Rapillo e Peschiera del Principe, che si trovavano nel territorio del duca di Airola, Bartolomeo di Capua, il quale decise di farne dono al re. Nel fabbricare l’acquedotto, si scoprirono altre fonti che, raccolte, fornirono una quantità di circa 1000 lt/s d’acqua senza pressione fluente. Che l’antica acqua Giulia derivasse da queste fonti, era una semplice congettura, ma divenne certezza, quando si scavò il condotto sotterraneo; dopo la sorgente del Molinise, si scoprì l’acquedotto fabbricato dai Romani, per incanalare l’acqua Giulia verso Capua, S’incominciò a lavorare all’opera per un tratto di km.6, sempre sottoterra; fu bonificata anche una zona paludosa e, per risolvere il problema, Vanvitelli piantò delle palizzate, che consentivano di attraversare la zona. Terminata la palude, si trovò un suolo tutto composto da minuto lapillo e in questo luogo, al fine di raccogliere un numero maggiore di sorgenti d’acqua, si abbassò l’acquedotto, finché si giunse alla Peschiera del Principe, ovvero in prossimità di un terreno ricco d’acqua, ma franoso. Più difficoltosa della palude fu la realizzazione, in questa zona, il condotto lungo circa km.10, con il quale, dopo aver raccolto le varie sorgenti d’acqua intorno alla Peschiera, continuava l’acquedotto in una terra tufacea, dove s’incontra un terreno arenoso “ma solido come tufo”. Fuori della terra usciva il condotto, per il quale si attraversò tutta la Valle e il fiume con l’innalzamento di un muro e di un ponte di tre archi occupando il tratto di km.6. Per volere del re, si dilatò l’acquedotto per introdurvi altre trentadue sorgenti limpidissime, che si trovano a nord dei monti Molani, opposti al Taburno, dai vari nomi. Dopo il ponte, il condotto reale si nasconde sotto la collina Prato, che fu tutta traforata a forza di scalpelli e picconi per km.2. Sempre sottoterra, cammina il condotto per la lunghezza di km.3 tra tufi distaccati, creta e macigni. Qui, furono rinvenuti i resti di un antico acquedotto romano, a lungo ricercato in precedenza senza alcun risultato, che era ad un livello più alto rispetto al condotto carolino. Il condotto, quindi, s’inoltrò nelle viscere del monte Ciesco, forato nel 1755, per arrivare fino al vallone chiamato “Molino di mastro Marco”, dove passa il fiume Faenza. Il secondo tratto dell’acquedotto carolino procurò enormi difficoltà a Vanvitelli e alle maestranze impegnate nell’impresa; infatti, i lavori, iniziati nel 1753, si protrassero fino al 1762. Il primo ostacolo da superare fu il monte Croce nel tenimento di S.Agata, perforando il quale, si lamentò un incidente mortale, che rallentò i lavori in quanto gli operai per due mesi, si rifiutarono di proseguire gli scavi. Infatti, il problema maggiore riguardava le impossibili condizioni in cui costoro lavoravano. Le mofete, esalazioni d’anidride carbonica, rendevano l’aria irrespirabile; queste emissioni di gas cessavano con l’avvento dell’inverno, ma questa stagione comportava l’impedimento delle acque, che causavano altri problemi. A causa delle mofete un operaio perse la vita e cinque persone persero i sensi, per cui si preferì lavorare di notte, quando le esalazioni erano meno violente. Comunque, gli operai che subirono danni durante le fasi dell’opera, chiesero al re delle sovvenzioni in denaro, tra i quali nel 1768 un certo Antonio Bralistwok, che, durante i lavori del traforo del Garzano, era rimasto cieco a causa dell’umidità; e un tale Luigi Lecler, che accusò un’infermità determinata dall’aria malsana durante quindici anni di lavoro nel canale di S.Agata. Quindi, l’acquedotto passava per S.Agata dei Goti, attraversando i monti Castrone, Acquavivola, Sagrestia, Stella Maggiore, Fiero e Fano, per arrivare alla Valle di Durazzano. Qui, per superare il torrente Maiorano, nel 1760 fu costruito un ponte composto da cinque archi (alto m.18,50, a quattro luci uguali, ciascuna di m.6,45), che raccoglieva la sorgente d’acqua dal tufo sotto la chiesa della Madonna di Costantinopoli. Dopo, l’acqua costeggiava, incavata nel duro sasso, l’opposta montagna Longarno, laddove sembrava retrocedere il cammino lungo la valle stessa ed, infine, si incontrava nelle acquose crete del monte Croce, luogo in cui il lavoro fu molto più difficile e dispendioso. Complicazioni sorsero durante la perforazione della montagna del Lungarno, a causa della friabilità del terreno e, per il timore di frane, si rallentò il cammino del condotto, rendendosi necessaria anche la costruzione di numerosi contrafforti, per reggere alcuni punti particolarmente friabili. Infine, il percorso dell’acqua procedeva fin sopra il casale Bagnoli e da lì il condotto si disperdeva. In un antico castello, edificato in questa lunga vallata, nella quale fu costruita la strada Sannitica, sorgeva un abitato chiamato Valle. Nelle vicinanze di questo sito erano costruite diverse capanne dei contadini e si erano formate tre stabilimenti colonici (Piedeste, Cerquarola, Antignano). Questi rioni scomparvero, perché gli abitanti si trasferirono in Valle. Questa località era situata nella provincia di Terra di Lavoro, distava circa km.25 da Napoli e confinava con Caserta, Maddaloni, Durazzano e S.Agata dei Goti. Si trovava qui un profondo vallone non molto distante dalla Valle, che divideva il monte Longarno dal monte Garzano. Era impossibile continuare i lavori, in quanto l’acqua, scendendo nel fondovalle, non poteva raggiungere il Garzano con la spinta idrobarica sufficiente. Allora, si decise di costruire i ponti della Valle, certamente l’elemento più spettacolare dell’intero acquedotto, costruiti per ovviare ai problemi di collegamento del monte Lungarno al monte Garzano e per superare l’ampia Valle di Maddaloni, ultimo ostacolo prima di raggiungere Terra di Lavoro. L’architetto aveva grande esperienza in campo idraulico e ben conosceva gli antichi acquedotti romani, che suo padre Gaspare innumerevoli volte aveva dipinto. Conosceva perfettamente il Pont du Gard in Provenza; infatti, si fece spedirne la stampa da Roma, e aveva anche esaminato il progetto per il Pont Maintenon, realizzato da Sebastian Vauban all’epoca di Luigi XIV per condurre le acque dall’Eure fino a Parigi. Vanvitelli, tuttavia, non si limitò ad imitare quelle costruzioni già esistenti, ma adattarle alle condizioni ambientali ed alle dimensioni del manufatto. Il primo ordine è composto da diciannove archi, il secondo da ventisette, il terzo da quarantatré; tutti i piloni sono rettangolari. L’idrodotto della Valle, uno dei più imponenti in Italia, misura m.95 in altezza, m.529 in lunghezza. A sinistra, verso il monte Longarno, sotto l’arco maggiore dove passa la strada pubblica, l’erudito A.S.Mazzocchi dettò due lapidi commemorative, ancora visibili in loco. Superata questa spaziosa arcata, che conduceva l’acqua al monte Garzano, per continuare il lavoro era indispensabile traforare il duro sasso o incassarlo nell’alpestre fianco della montagna. Il primo progetto sembrava impossibile per l’eccessiva altezza e durezza della pietra, il secondo richiedeva molto tempo, in quanto l’opera si doveva prolungare per altri km.10. Nonostante la grandezza dell’impresa, il re, avvertito delle difficoltà sopraggiunte, comandò che venisse forato il duro monte. Si assalì l’altura da due lati opposti a colpi di scalpello e, attraverso l’utilizzo di mine lunghe e orizzontali, che lo sminuzzarono e, dopo tre anni di incessante lavoro diurno e notturno, finalmente il 23 marzo 1759 gli operai, che avevano lavorato da un lato e dall’altro, si incontrarono come se avessero lavorato a cielo aperto per traforare il monte. Infatti, per somministrare agli operai l’aria necessaria nelle profondità dove lavoravano, si scavarono dei pozzi a diverse distanze, tutti perpendicolari alla superficie scabra e obliqua della montagna. I barili di polvere da guerra, che serviva per preparare le mine destinate a traforare la montagna, venivano forniti dalla piazza di Capua. Dopo che la tenebrosa caverna fu ridotta, divenendo più comoda e luminosa, il giorno 2 aprile 1759 fu attraversata dal re, dalla regina, dalla reale famiglia e dalla corte. Ritornato all’aperto, l’acquedotto attraversava i casali (Garzano, Tuoro, S.Barbara, Casolla), fino al territorio della Badia di S.Pietro e, presso la chiesa della Badia, il condotto s’introduceva nel duro sasso, traforandolo di traverso e, dopo essersi arricchito di altre sorgenti, proseguiva intorno alle dure pendici del monte Tifata, ove giunge alla montagna di Briano. Il percorso dell’acquedotto dal Taburno al monte di Briano è di circa km. 38, attraversando, con trafori, cinque monti (Prato, Ciesco, Croce, Garzano, S.Pietro). L’intera opera fu portata a termine nel 1770 e la spesa totale, secondo le varie fonti bibliografiche, ammontò a circa 700 ducati. * L’autore si avvalso della collaborazione gentilmente prestata dalla dott. Antonella D’Amico nella ricerca antiquaria specifica.