LE CENERI DI PASOLINI Miti ed ideologie gli si frantumarono tra le mani

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

PasoliniNella notte del 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu ucciso per mano di un giovinastro, che lo massacrò a colpi di grimaldello nella sua auto, trovata in una borgata della periferia di Roma. Il delitto, avvenuto in circostanze non del tutto chiare, senza dubbio era maturato nel clima torbido del sub-mondo corrotto e corruttore, popolato da piccoli delinquenti, ladri, spacciatori di droga, lenoni, prostitute, omosessuali, lo scenario eletto dallo scrittore per trovare ispirazione alle sue espressioni letterarie più significative e per immergersi sempre più in quello squallido ambiente, ideale per fondere e confondere, finzione e realtà, creazione e miseria morale, idealità e bassi vizi, arte e vita. Non fu una fine edificante quella di Pier Paolo Pasolini, sul quale al momento calò un comprensibile silenzio nei mass-media e nella critica. Lo scrittore e regista, la cui vasta e multiforme produzione trentennale segnata, secondo la critica elaborata in vita del poeta, da un contrasto insanabile tra l’istintivo richiamo ancestrale per la tradizione contadina e lo sforzo intellettuale per la teorizzazione delle espressioni vitali sotto l’influsso del marxismo e delle scienze umane, forse è morto per sempre. La difficoltà di essere inquadrato e classificato ha impedito un approccio interpretativo sgombro da pregiudizi ideologici e religiosi voluto né dalla cultura di destra (che lo considerò di sinistra), né dalla critica cattolica (che lo vide come il diavolo), né dalla intellighenzia di sinistra (che non lo amò per l’eterodossia). Si aggiunga che alle contraddizioni dell’esistenza si è collegato il tragico assassinio e, di conseguenza, sono state influenzate le sue opere, permeate di crudo realismo, ambiguità, volgarità, oscenità. Le radici culturali di Pasolini affondano in un culto quasi religioso della tradizione contadina ed, evolutosi nella lezione umanistica, si maturò ideologicamente con la Scoperta di Marx, l’ultima sezione della raccolta di poesie L’usignuolo della Chiesa cattolica. In essa, evidenziandosi con chiarezza la crisi dei miti rurali e dell’infanzia, il tema centrale è lo stupore-rimpianto per la nuova condizione, l’essere nel tempo, nel mondo della razionalità. La scoperta del filosofo materialista chiuse un ciclo e ne aprì un altro: nello stesso periodo, da Casarsa con la madre si trasferì a Roma, facendo una scelta cosciente che gli procurò una carica di vitalità, innamoratosi non della città eterna dei palazzi del potere, ma delle periferie popolate dal sottoproletariato. Il primo frutto realistico fu il romanzo Ragazzi di vita, che ebbe come protagonisti gli adolescenti delle borgate romane, la cui vita si svolgeva tra la ricerca della “grana, la sola fonte del piacere in questo mondo sozzo” e il godimento dei piaceri “che con la grana si possono procurare”. La critica considerò “intellettualistica l’esagerazione con cui erano presentate la sfrenatezza e la barbarie di quelle esistenze miserande” (E.Cecchi), individuò il tema della “contraddittorietà interna all’opera, anche nello stile, la spia di un contrasto più profondo” (G.Barberi), evidenziò la “matrice fondata sull’antitesi intellettualismo-moralismo” (F.Fortini), pur apprezzando le intenzioni antiaccademiche, vide la poetica basata su un “dissidio tra intatta adolescenza e maturità dolorosa” e viziata da “neo-estetismo” (G.C.Ferretti) e rilevò “una tendenza che, partendo da istanze realistiche, finì nel suo contrario e, dietro il realismo, si nascose un gusto decadente” (C.Salinari). Nello stesso anno, uscirono Le ceneri di Gramsci, una raccolta di undici poemetti, la cui poetica risente della necessità di comprendere l’affermazione in Italia di ideologie socialiste, ma è nuova la scoperta di un non-io su cui appuntare la tensione viscerale verso una realtà mitizzabile: il sottoproletariato romano, prodotto dell’inurbazione con debole prospettiva ideologica. D’altro canto, per questa sottoclasse, che si trova al gradino più basso della gerarchia sociale, ecco il programma poetico: rappresentare l’inferno di questo sub-mondo, amare Gramsci e la sua lucida intelligenza, rifiutare l’ideologia, sacrificare la riflessione a favore della passionalità e della fratellanza spontanea, ambientare le periferie miserabili. La contraddizione è nell’amore verso un mondo che odia ed al filosofo comunista confessa: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro di te, con te nel cuore / in luce, contro te nelle buie viscere”. Una violenta vita uscì dopo un periodo denso di eventi, dai quali sono in un certo senso sono condizionati il contesto e l’elaborazione del secondo romanzo. Il 1956 fu l’anno crocevia per parecchi intellettuali di sinistra, interdetti dal XX congresso del PCUS e sconvolti dalla rivolta ungherese, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. Nel romanzo si avverte uno scricchiolio nel già esile schema ideologico: la salvezza del popolo attraverso l’impegno politico nella sinistra istituzionale non è percorribile, scissa tra la fiducia in un valore vissuto in modo utopico e viscerale e la sfiducia nelle istituzioni. La critica è perplessa, chi si trasforma in ragioniere “per fare i conti tra mito e programmaticità” (G.C.Ferretti), chi osservò che l’autore, “liberatosi da scorie estetiche e più immerso nella società”, attenuati “l’idillico candore della sporcizia proletaria, l’invadenza del sesso”, manifestò “due appariscenti pecche: una schematizzazione troppo scoperta e lo svolgimento della trama a blocchi” (G.Manacorda), chi apprezzò “il rilancio del personaggio e l’orientamento verso il socialismo”, ma rimanevano i “limiti decadenti” (C.Salinari). Con la Religione del mio tempo, il processo di un mutamento si manifesta con l’esigenza di revisione più consapevole, fondata su di una poetica più promettente, e col distacco dal mondo sottoproletario, che rivela aspirazioni piccolo-borghesi: “la massa / decisa a farsi corrompere / al mondo si affaccia / e lo trasforma / per desiderio di partecipare alla festa”, e si sposta sul versante del terzo mondo. Da un populismo istintivo, P. passò ad una revisione profonda e si approfondì la frattura tra poesia e società. Nel 1966 sul “Paese Sera”, P. scrisse che il malessere dei paesi socialisti era dovuto al fatto che la rivoluzione non era continuata: moralismo stalinistico e provincialismo italiano si saldarono nel rifiuto della protesta dei beatniks; le migliaia di suicidi per droga erano dei martiri, come quelli uccisi dai razzisti bianchi. Esplosa la crisi della fiducia di P. nel proletariato e sottoproletariato, ripiegando sull’ironia, scrisse Trasumanar e organizzar, il risultato della demistificazione della letteratura, dell’inutilità della poesia e dell’intollerabilità della libertà per l’uomo che inventa mille obblighi per non viverla. In quelle poesie, qualcuno individuò “il continuo intreccio di storia ed autobiografia, sorretto dalla riduzione dell’ideologia ad umore nero e destruens, nella quale si esprime un P. crepuscolare, legato ad una fragile e malinconica condizione umana, oscillante tra semitono idillico e tono tragico” (G.Zagarrio). Il 1969 segna un’altra svolta, forse l’ultima e decisiva. Dopo il velleitario e violento movimento giovanile, esploso in Francia e in Italia, e la feroce repressione della primavera di Praga, P. diede alla luce Teorema, Manifesto per un nuovo teatro ed il clamoroso intervento poetico Il PCI ai giovani, uscito all’indomani della battaglia di Valle Giulia, rivolto ai giovani: “I ragazzi poliziotti / che voi / figli di papà avete bastonato / si è avuto così un frammento / di lotta di classe: e voi amici / eravate i ricchi / mentre i poliziotti / erano i poveri. Bella vittoria la vostra” e colpì duramente il PCI: “Se volete il potere, impadronitevi del potere / di un partito…malconcio, / per signori in doppiopetto, bocciofili, amanti della litote. / Che esso si decida a distruggere / ciò che di borghese ha in sé / dubito molto / ad ogni modo, il PCI ai giovani!” Col Porcile, girato sempre nel 1969 è l’opera in cui P. sferra un attacco a fondo contro la borghesia antropofaga, operai e contadini, che si stavano conformando ai modelli piccolo-borghesi. P., intrapresa la strada del cinema e del teatro ed accantonata la speranza in un mondo migliore, il marxismo e le ideologie, si inoltra in una tenebra agnostica e nihilistica. Al giornalista S.Arecco nel 1972, coi toni pessimistici tra testamento e premonizione, dichiarò: “La gran voglia di ridere nasce dal definitivo accantonamento della speranza della prassi marxista e della pragmatica borghese, nate da Hegel. Tesi, antitesi, sintesi? Troppo comodo, ci sono opposizioni inconciliabili, quindi niente sol dell’avvenire, niente mondo migliore. Il mio futuro è paurosamente diminuito, non ho più bisogno della speranza. Finalmente, vivendo come gli uccelli, non occupandomi del domani, mi godo un po’ di libertà e di vita. Godere la vita significa godere una vita che storicamente non c’è più e il viverla è reazionario”. Dopo le considerazioni di T.Anzoino, imperniate sul binomio sensuale-filologico, sulla artificiosa contaminatio, tralasciando le analisi specializzate, condotte sul versante del linguaggio, della metrica e dello stile, ho l’impressione che la maggior parte dei saggi scritti in vita di Pasolini siano inficiati dalla pretesa di rinchiudere il poeta nel hortus conclusus del marxismo, che avrebbe dato senso pregnante e incontroverso al pensiero ed alla produzione. Contrasti, dissidi, dualismi sono in lui: il mito (classico, contadino, sottoproletario, terzomondista) trova alimento nella storia interiore e nelle radici culturali umanistiche del poeta, spesso confuse con aspirazioni ideologiche, sociologiche ed antropologiche. Ma, alla fine, i miti e le ideologie gli si frantumarono tra le mani.

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Pier Paolo Pasolini nacque per caso a Bologna il 5 marzo 1922, da un tenente di fanteria di origine ravennate (costretto a trasferirsi di continuo) e da una donna di Casarsa, che si conobbero e si sposarono in codesta piazza militare. Per tale motivo, ragazzino svolse gli studi tra Parma, Conegliano, Sacile, Cremona; frequentò il ginnasio a Reggio Emilia, quindi il liceo “L.Galvani” (1937) di Bologna e si iscrisse alla facoltà di Lettere nell’Università felsinea, dove si laureò, discutendo una tesi su G.Pascoli (1942) e, subito dopo, pubblicò le Poesie di Casarsa. Nel 1943, chiamato alle armi a Livorno, dopo l’8 settembre rifiutò gli ordini dei tedeschi e fuggì a Casarsa. L’anno dopo, quando il fratello Guido partigiano morì in un’azione di guerriglia, Pasolini fece uscire lo Stroligut, quindi altre Poesie e Diari, Pianti. Nel 1949 scrisse La scoperta di Marx (l’ultima sezione dell’Usignuolo della Chiesa Cattolica, poi pubblicato nel 1958) e Dov’è la mia patria, in dialetto friulano. Quell’anno con la madre si trasferì a Roma, dove ebbe contatti con intellettuali e conobbe gli ambienti delle borgate romane, popolate dal sottoproletario, che conduceva una vita miserabile. Lì trovò ispirazione per le sue opere più importanti: nel 1955 le poesie La meglio gioventù, il romanzo Ragazzi di vita (per il quale fu incriminato per oscenità) ed i Quadri friulani, l’anno dopo i poemetti Recit, Il pianto della scavatrice, La terra di lavoro, La religione del mio tempo e, nel 1957, Le ceneri di Gramsci. Nel 1959 uscirono il citato Usignuolo e il capolavoro realista Una vita violenta, nel 1960-61 Accattone e Mamma Roma (testi letterari utilizzati per gli omonimi film), nel 1961 i componimenti raccolti nella Religione del mio tempo, nel 1962 Il sogno di un cosa, nel 1964 Poesia in forma di rosa, le quattro sceneggiature Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1965), Edipo re (1967), Medea (1970), nel 1965 Alì dagli occhi azzurri; nel 1968Teorema, l’ultima opera narrativa autonoma di P., da cui fu tratto il film omonimo, l’anno dopo Porcile. La produzione teatrale (1967-69) è costituita da Pilade, Affabulazione, Edipo re. Nel 1971 compose Trasumanar e organizzar, l’ultimo volume di poesie. Tra i lavori di saggistica spiccano Passione e ideologia (1960) ed Empirismo eretico (1964). Negli anni 1971-74 girò Calderon, Decameron, Racconti di Canterbury, Fiore delle Mille e una notte. Nel 1975 scrisse La poesia popolare e Scritti corsari e girò il film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Morì a Roma il 4 novembre 1975. Uscirono postumi Le belle bandiere (1977), Amado mio ed Atti impuri (1982), Petrolio (incompiuto, 1992), Bestemmia (1993).