L’ANFITEATRO CAMPANO le pietre parlano e…piangono

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

arenaUn giornalista locale, noto a me solo per questo suo articolo, di nome Muzio Novelli, nell’aprile 1913 sul quotidiano napoletano “Il Mattino”, lamentandosi con toni vibrati per l’indifferenza generale per le bellezze del passato, scrisse tra l’altro: “Vi è nel nostro paese, diffuso in tutte le classi sociali, un senso insospettato di indifferenza per ogni espressione di bellezza, che il mercantilismo, ond’è generalmente materiata la vita moderna, ha reso in alcuni più acuto. Pochi si esaltano innanzi ad uno spettacolo di bellezza; pochi, magari non comprendendo, per vanità fingono di intendere certe superiori estrinsecazioni dell’anima umana; la generalità, viceversa, resta fredda e come ostile alle glorie del passato. In questa condizione di animo collettiva, bisogna ricercare l’origine, in virtù della quale, fino a pochi anni or sono e ancor oggi, tutto si è preteso dallo Stato; quando questo non ha potuto o voluto intervenire, ogni cosa è caduta in balia del caso che non offre davvero magnifici esempi di volontà e di vigore…Il pubblico e gli enti provinciali restano chiusi ed indisturbati nella loro assenza completa e, poiché lo Stato non interviene, ogni bellezza precipiti pure nel nulla! Perché dovrebbe formare eccezione alla regola questo Anfiteatro Campano, che pure è meravigliosa opera per singolare fascino di arte e di storia?” Ancora prima, l’archeologo Giacomo Rucca, uno dei più insigni studiosi del nostro anfiteatro nella prima metà dell’Ottocento, nell’opera “Capua Vetere” non si trattenne dall’esprimere il proprio sconcerto: “Eccoci al più grande dei monumenti di Capua antica, al più nobile di tanti preziosi avanzi della veneranda antichità, al più magnifico di tutti gli edifici, dir vogliamo l’Anfiteatro Campano. Lacero, infranto, dissipato, il suo aspetto è tuttora imponente e le sue dignitose rovine, ad onta del presente stato di degradazione, imprimono a colpo d’occhio ammirazione e stupore in chiunque si avvicina a contemplarle. Esso era nato per resistere all’urto dell’età nemiche, se la mano dell’uomo o barbaro o ignorante, più devastatrice della falce del tempo, non avesse insistito per dieci secoli ad attentare con assidui colpi alla di lui esistenza. Fin dall’ultimo eccidio di Capua Vetere, nel quale dové perdere non pochi di quei fregi ed ornamenti, che sopravvissuto aveano al furore dei Vandali e dei Mori, dopo aver servito per alcun tempo di fortezza ai conti longobardi di Capua, incominciò a sentire i primi colpi sul vivo, cioè a dire sul corpo stesso dell’edificio, dai suoi medesimi signori. Il Duomo di Capua nuova, il suo nobile campanile e il Castello delle Pietre furono i primi ad essere edificati a spese dell’anfiteatro. Dato l’esempio, non mancarono di formarsi o di abbellirsi delle di lui spoglie altre chiese ed i più sontuosi palagi di Capua e altrove, finché in tempi più a noi vicini, si faceano cadere in vari modi le sue moli, che erano ancora in piedi, affin di prendersi il piombo che commetteva l’una pietra con l’altra e queste poi, di grossezza enorme, si rompeano in lastre per inselciar le vie. Grazie immortali al nostro augusto sovrano (Francesco I, nda) che, penetrato di vivo interesse per così imprezzabile monumento, ne ha fatto cessare le ingiurie degradanti e ne ha ordinato lo sgombramento, che si sta attualmente eseguendo”. Ancora prima, all’inizio del Settecento, il secolo dell’illuminismo e dell’erudizione, dell’Arcadia e della Rivoluzione francese, di Voltaire e di Winckelmann, di Lavoiser e di Volf, delle enciclopedie e degli scavi pompeiani, il canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, che aveva dato inizio ufficiale alla storia veterocapuana ed era stato autore del primo trattato sull’origine e struttura dell’anfiteatro campano, fu il primo a rimproverare i suoi contemporanei per lo scempio che facevano dell’arte e della storia, in uno sfogo in latino non facile (d’altro canto, tutte le opere furono scritte dall’esimio erudito nella lingua di Cicerone), che tento di rendere nella sostanza: “Chi non tollererebbe senza sdegnarsi non solo che, per costruire edifici pubblici e privati, fossero smosse le membra, da tanto tempo seppellite lacere e dissipate, di quell’egregia opera e che le stupende moli dei sassi fossero spezzate e ridotte in frantumi, come per ludibrio; ma anche che le mani empie si avventassero al corpo malato e indebolito e, dopo essere state inferte tante ferite, esso, traendo ancora respiro misero e anelante, fosse tirato via con violenza e svelto con ineffabile crudeltà e che il ferro fosse brandito in mezzo alle viscere ancora palpitanti?” * * * I rari visitatori che, attraversata la piazza Adriano (si gioca spesso con la toponomastica, già I ottobre 1860, già Berolasi, già Campo dei Vorlasci), la cui imponente vastità è pari allo squallore in cui versa, si affacciano alla balaustra sovrastante l’area sulla quale si ergono i resti dell’anfitea¬tro campano, scorgendo quegli avanzi consunti e cadenti, eppure mae¬stosi, ostinati a rimanere in piedi a dispetto del tempo, delle calamità naturali e dell’incuria degli uomini, difficilmente possono rendersi conto di ciò che in realtà, in tempi lontani, anzi lontanissimi da noi, non solo in senso cronologico, sia stato quell’ammasso di blocchi calcarei, quella teoria di archi e di pilastri, quel labirinto di caverne sventrate e scoper¬chiate. Non possono rendersene conto, a meno che non siano esperti, studiosi, almeno modesti conoscitori di antichità. Eppure, anche se digiuni di scienza archeologica, volgendo intorno lo sguardo stupito, nella campagna, fino alle pendici del Tifata, in quella mitica piana che ha visto scorrere tre millenni di storia, la regio¬ne ubertosa denominata per secoli “Campania felix”, terra di proverbiale operosità di braccia e di mente, ma anche teatro di furibonde lotte, da Annibale a Garibaldi, oggi quasi tutta invasa dal cemento e dall’asfalto, sicuramente sono colti da una sensazione di sconcerto, per tanto oltraggio gratuito, per lo stato di disordine e di abbandono dell’intera zona, per l’insensata cura dei mortali di costruire dovunque e comunque, senza rispetto dell’ambiente e, peggio ancora, senza un minimo di buon gusto. Ma, poco dopo, come per incanto, rapiti dalla meraviglia, dallo stupore, suscitati in loro dalla vista di un monumento così grandioso, avvertono un fascino misterioso, indistinto, generato dalla presenza tangi¬bile dell’antichità, del passato, della storia, un fascino che aleggia lì, tra quelle pietre, che parlano all’anima, alla memoria, alla coscienza: ammirano ed ascoltano in silenzio. Già l’anfiteatro, in quanto edificio, che pure è mirabile opera di ingegneria, è il monumento dell’antichità che più di tutti ha subito attacchi iconoclastici, devastazioni e saccheggi, preso di mira per secoli come simbolo negativo della civiltà romana pagana, essendo stato esso il lugubre scenario di orrende carneficine e il luogo del martirio di migliaia di cristiani; ma anche, come inesauribile fonte di materiale da riciclare per la costruzione di altri edifici. Inoltre, esso è scarsamente trattato nei manuali di arte e di archeologia di medio livello o a carattere divulgativo, forse perché ritenuto un prodotto artistico inferiore rispetto ad altri edifici del passato, come i teatri e i templi. L’anfiteatro campano poi, che nel suo genere è il monumento più insigne della romanità dopo il Colosseo, sconta anche la colpa di trovarsi a sud del Garigliano, in un’Italia notoriamente angustiata da mali secolari, malata cronica di inefficienza e di indifferenza. Ebbene, in quest’Italia di serie C, per la Soprintendenza archeologica (che fa il possibile tra svariate difficoltà), per le amministrazioni locali (che dovrebbero valorizzare il patrimonio artistico e curarne il contesto infrastrutturale), per molte scuole (specie superiori, che preferiscono baloccarsi con progetti astrusi), per le università (che qui sono ospitate due facoltà di discipline pertinenti), per gli enti culturali e turistici (il cui compito istituzionale dovrebbe essere mettere a frutto i tesori del territorio), per tutti insomma, in misura più o meno considerevole, l’anfiteatro campano non esiste o quasi. Il confronto con la vicina reggia vanvitelliana, che già rende con chiarezza l’idea espressa con amarezza, eccolo tradotto in cifre: all’anno lì oltre un milione di visitatori, qui circa ventimila. Senza rischiare di essere frainteso, dico che non sono sostenitore del turismo di massa, che in molti casi – docet Pompei – procura più danni che vantaggi, degenerandosi la visita didattica per i più in un’occasione per una scampagnata ideale, in specie per scolaresche e gruppi organizzati, che sbarcano ai giardini del palazzo reale; ma non sono contento, non tanto per l’esiguo numero di visitatori, quanto per la sensazione in essi di desolazione e di abbandono, che si trasmette a catena ai potenziali fruitori e procura un effetto negativo e deleterio di trascinamento. Giova schematizzare le cause, a mio avviso, principali della scarsa attenzione per il nostro anfiteatro: innanzitutto, la scarsa pubblicità e visibilità nei mass-media, il mancato inserimento del sito archeologico negli itinerari turistici, la totale mancanza di strutture di accoglimento e di ospitalità, l’eccessiva esiguità di iniziative culturali ed artistiche, l’inesistenza di promozione e sensibilizzazione da parte di enti ed agenzie turistiche, l’inadeguata informazione e divulgazione nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. Tuttavia, colpisce e sgomenta più di ogni altra negligenza, omissione o indolenza deprecabili: spesso mi capita che, trattenendomi qualche oretta in quella squallida piazza, vedo arrivare uno o due autobus pieni di studenti o turisti; dopo qualche minuto, vedendo che all’ingresso del monumento non si trova né un bar, né un bagno, una pizzeria, un’edicola con cartoline e depliant dell’anfiteatro, non dico vanno via, scappano. A parte la malinconia e la rabbia, giustificabili per un sammaritano ed un appassionato dell’antichità, non è lecita la domanda provocatoria “Dietro tutto questo disinteresse che cosa si nasconde?” Era il secondo dopo il Colosseo L’anfiteatro di Capua antica è uno dei più grandi e meglio conservati in Italia. Tra i quattro più grandi (Roma, Capua, Verona, Pozzuoli), esso è considerato il secondo per dimensioni ed addirittura il primo per la ricchissima decorazione marmorea. Costruito all’inizio del II sec. dC da Capua “Colonia Julia Felix Augusta”, abbellito di statue e colonne da Adriano e dedicato da Antonino Pio, sostituì un precedente edificio anfiteatrale più piccolo, risalente all’età graccana (130-120 aC), nel quale si esibì Spartaco, uscito dalla più importante scuola di gladiatori d’Italia, poi il forte ed intelligente capo della più sanguinosa rivolta servile della storia romana (73 aC). Circa venti anni dopo l’inaugurazione del Colosseo, Capua, tornata ad essere di nuovo popolosa, ricca e fornita di edifici pubblici grandiosi e sontuosi, volle emulare Roma, anche nell’anfiteatro. Il monumento, che tra l’altro è uno dei più preziosi gioielli di ingegneria edile ed idraulica, si presenta con la tipica ellittica, i cui assi misurano m. 170×140; l’arena misura m. 72×46; l’altezza originaria era di m. 46; i tre piani inferiori constavano ciascuno di ottanta archi, il quarto in muratura. Del primo anello e del primo ordine si conservano solo due archi, del secondo anello restano in piedi cinque archi, del terzo venticinque; del secondo ordine rimangono solo pochi archi, del terzo ordine nessuno, nessuna traccia del quarto piano. Gli archi superstiti sono del tipo estradossato, formati da enormi blocchi calcarei (spig. m.2) e variano da un max m.5×8 ad un min. m. 2×2. L’arena, che presenta una leggera convessità al centro, per una discutibile iniziativa messa in atto dalla competente Soprintendenza, i caratteristici squarci e i finestroni sono stati da poco riempiti con traversine lignee, grate di ferro, sassolini e terriccio, trasformazione che da un lato ha eliminato per sempre il fascino della visione aerea dell’arena, dall’altro non mi sembra che sia servita molto per utilizzare quello spazio per spettacoli; infine, ha tolto la luce ai sotterranei. La cavea conserva poche tracce di gradinate e si solleva solo in pochi punti fino al secondo piano; essa poteva contenere almeno 40.000 spettatori, protetti dal sole d’estate da un grande “velarium”, agganciato con grosse funi alle robuste mensole del muro del quarto piano. I sotterranei, infine, intatti sono costituiti da 76 archi in mattone rosso-bruno che formano così dieci corridoi comunicanti fra loro e, al di sotto, una rete fognante a croce, che serviva per il deflusso delle acque piovane ed immesse nell’arena per probabili naumachie. Tralasciando la disposizione degli spettatori nella cavea e le varie specie di spettacoli che in esso si davano ed i giudizi degli autori antichi e moderni sulla estrema crudeltà dei “giochi”, preferisco dare un cenno alla decorazione dell’edificio. Rimangono, purtroppo, solo tre statue, conservate nel Museo Nazionale di Napoli, la Venere di Capua (la statua della dea dell’amore è una pregiata copia di età adrianea di un originale greco della cerchia prassitelica), Adone (il divino amante conteso è rappresentato nudo dalle fattezze morbide e raffinate) e Psiche (personificazione dell’anima, la quale, benché mutilata, conserva l’espressione tenera dell’originale ellenistico), le poche superstiti protomi (che adornavano le chiavi d’arco del primo ordine) si trovano alcune murate nella facciata del Municipio di Capua, altre nel Museo Campano (specie il dio Volturno), altre sparse in vari luoghi; infine, i plutei (i bassorilievi marmorei che rivestivano i parapetti dei vomitori) sono stati di recente esposti nell’Antiquarium dell’anfiteatro, accuratamente studiati da Gennaro Pesce nel 1941.