Vecchia scuola, l’università

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

L’edificio dell’ateneo federiciano, in corso Umberto, ha un aspetto austero per qualunque passante o turista pur frettoloso, immaginiamo per le matricole che varcarono la soglia negli anni Sessanta, ai cui occhi è la sede del sapere sommo, alla quale si abbeverano (ad scientiarum haustum) studenti provenienti da mezza Italia meridionale, essendo allora tre o quattro le università a sud di Roma. Per me, era una fortuna distava trenta chilometri, ma ai più toccava di venire le provincie della Campania, dalla Basilicata,  dalla Puglia, dalla Calabria. In un edificio simile, stracarico di memorie, lapidi, busti bronzei e marmorei, il sapere e la storia si erano sedimentati,  ne erano impregnati i muri e le porte, e la via Mezzocannone, la mitica strada dei libri, il palazzo con il cortile del Salvatore, altri busti di dotti, letterati, filosofi, scienziati ed, in alto, la biblioteca centrale, con il chiostro ed i corridoi, ancora altri busti e lapidi, non una scuola, un sacrario. La centrale e la “succursale” ospitavano, tra le altre la facoltà di lettere, che allora contava circa ventimila iscritti (chiaro effetto della legge sull’obbligo della media inferiore) non sempre spinti da vero interesse per gli studi letterari, umanistici, storici e filosofici.      M’iscrissi nell’ottobre del 1963. Già ero entrato nel maestoso edificio in due o tre occasioni, per la laurea dei fratelli maggiori o degli amici, ma da studente universitario mi sembrò una cosa diversa. La folla d’alunni da un lato sgomentava (le file chilometriche alla segreteria, alle prenotazioni, alle lezioni, agli esami), dall’altro avvertivo la sensazione irrepetibile dei clerici vagantes del medioevo; c’erano colleghi di mezza Italia, dagli “accenti e lai” si capiva subito che uno era calabrese, un altro lucano, un altro siciliano,  le ragazze tantissime,  forse in maggioranza, ma i maschi erano parecchi, non come oggi che sono mosche bianche a lettere; i bidelli indossavano la divisa, i professori si presentavano, tranne qualcuno, con un codazzo di assistenti,  di alunni che chiedevano chiarimenti su esami o tesi. La maggior parte dei docenti costituiva l’ultima generazione formata nella scuola idealista, filologica, storicista, risorgimentale.      Il latinista per eccellenza  era Francesco Arnaldi, famoso per gli studi e le pubblicazioni  su Virgilio ed autore con V.Ussani dell’utilissima “Guida alla civiltà romana”. Era uno degli “spauracchi”, con due esami orali ed uno scritto (traduzione dall’italiano in latino di brani di Machiavelli o Leopardi o Carducci e simili).  Il primo esame si fondava su un programma di oltre ventimila versi da leggere in metrica, da tradurre, analizzare, commentare; dopo tre o quattro assistenti (tra cui G.Monti, E.Flores, L.D’Elia) che facevano da setaccio, essendo state sondate traduzione, grammatica, letteratura, metrica,  arrivavano al titolare tre decimi dei candidati, che dovevano trattare  il corso monografico, preparato sugli appunti durante le numerose obbligatorie ed affollatissime lezioni; il secondo era un po’ leggero, circa diecimila versi ed alcune centinaia di brani di prosa. L’esame scritto per parecchi non era troppo difficoltoso, in quanto – è bene ricordarlo  – eravamo abituati a tradurre in latino sin dalla prima media, ma la prova era snervante sia per l’impegno di per sé, sia per il clima teso, sotto il ferreo controllo degli assistenti,  pronti a riprendere ogni minimo sussurro, col rischio di essere espulsi dall’aula. Dopo circa un mese dalla prova, uscivano i risultati, altro che privacy, erano elencati tutti i candidati, anche i molti bocciati con l’indicazione  del voto da uno a diciassette su trenta; tra i promossi, fui contento del mio voto, ma in quella occasione ci furono pochissimi  ventuno, mi pare solo un ventiquattro.        Il professore di greco era Vittorio De Falco, a differenza di Arnaldi, una tetra sfinge, era piacevole durante le lezioni, ma agli esami, se uno degli assistenti  dava il “passi”, in genere egli promuoveva o bocciava sulla base di una due domande abbastanza sbrigative. Gli esami di storia greca e romana erano appannaggio di  Silvio Accame, un omino che si muoveva sempre e dalla sua bocca cadevano  gli assistenti  che, per porre le domande, le sceglievano da una di lista d’argomenti, corrispondenti ai titoli dei paragrafi dei libri, neanche dirlo, consigliati  come testi d’esame, per verità alquanto mediocri anche per il biennio ginnasiale, ma in compenso se s’imparava tutto a memoria, l’esame andava bene.      La figura più imponente era quella di Salvatore Battaglia, uno dei più grandi italianisti del Novecento, incantava con le sue lezioni di letteratura e di Dante, ed aveva due o tre assistenti. (V.Russo, P.Giannantonio, M.Mazzacurati). Nei due esami si doveva conferire su tutta la letteratura (compresa una nutrita antologia), su tutta la “Divina Commedia” e su vari corsi monografici. La geografia era oggetto di un esame difficile, in quanto, dopo aver avuto via libera sulla parte generale e sul cervellotico corso di cartografia, il titolare, il prof. N.Fondi, poneva domande sulle monografie, basate in massima parte sulla memoria. Si segnalava, invece,  il grande storico Ernesto Pontieri, che aveva due esami (storia medievale e moderna) e tra i assistenti vale ricordare G.Galasso e M.Del Treppo; anche in questo caso, con essi si conferiva sulla parte generale ed in caso positivi, passavano il libretto con la camicia piegata con un voto orientativo, poi con lui si discuteva la monografia, alla quale teneva molto.  Domenico Mustilli era già un famoso archeologo, ma aveva un particolare debole per le fotografie da far comprare agli alunni a blocchi, fino al giorno dell’esame,  in uno studio che stava in un portone di via Roma, da commentare nel corso dell’esame…     Nobiltà e miseria dell’università “pre-sessantottina”.  Il prof. Francesco Sbordone era un uomo dabbene, ma anch’egli preferiva indicare i suoi testi di grammatica greca e latina (tra l’altro, l’antiquato e scadente corso “Klimax” lo avevo usato nel ginnasio), ma per verità era alquanto largo in sede d’esame. Dell’esame di filologia romanza  era titolare il prof. Luigi Varvaro, persona garbata e preparata, e lo rividi dopo molto tempo con reciproco piacere.      Titolare della glottologia era il prof. G.Alessio, assistente A.Gentile, che aveva un sistema originale: l’esame si componeva di una parte scritta propedeutica, costituita da circa cinquecento schede lessicali  in napoletano, con grafia fonetica, su un tema prefissato (mestieri, difetti e pregi, malattie, giochi, animali), e da una parte orale, sulla base di dispense che uscivano a dieci o venti pagine alla volta da una libreria di via Mezzocannone  e su lezioni che solo lui capiva, nonostante l’amplificatore e l’assieparsi  di discenti intorno alla cattedra e ricordo che un’alunna gli scriveva appunti poggiandogli  l’agenda sulle spalle.      Volti più umani avevano il prof. Valerio Mariani, gentile, disponibile e preparato,  al quale chiesi ed ottenni la tesi di laurea,  ed il prof. Olindo Falsirol, un docente nel quale difficilmente si conciliavano la profonda dottrina e l’affabilità innata; è vero che egli consigliava testi propri, ma c’è una giustificazione,  per il semplice motivo che non esistevano testi di etnologia in italiano, essendo un pioniere e lo ricordo con simpatia e stima rare. Di professori, come Nicola Cilento (religione dell’antichità), C.Manacorda (letteratura spagnola) e di altri ho ricordi sbiaditi, perché non li impressi né in positivo né in negativo, nel senso scolastico.      Nella primavera del 1968 si abbatterono, come calamità naturali, la confusione, la violenza, l’arroganza dell’ideologia comunista marx-lenin-maoista. Era buona per i bambini (gli utili idioti, cioè cattolici e laici moderati) la leggenda che i sessantottini  si battessero per espellere i “baroni”, per rivoluzionare i metodi didattici, per allargare gli orizzonti della cultura, per garantire il diritto e il dovere dello studio. La rivolta si tradusse nell’intrusione e nell’acquisizione  nel sistema del potere demolitore del principio sano della gerarchia del sapere e dell’essenza della cultura (contenuti e metodi) messo in azione e gestito dalla sinistra sovversiva, velleitaria, faziosa, che ha perseguito il preciso scopo di formare docenti poco preparati (sarebbe il male minore), settari, unilaterali, miopi, permessivi, bravi a sbandierare  il nuovo (che è il nulla nella pedagogia),  ma in realtà, più o meno consapevoli, hanno operato e continuano ad operare censure, tagli, distorsioni  alla letteratura, alla storia e ad imporre la visione del mondo e della vita. I Sessantottini, come i giacobini, volevano tutto e subito, confondendo cause ed effetti, scopi e mezzi, il giusto e l’ingiusto. Per questa ventata di follia, che ha avuto ed ha ancora conseguenze deleterie nella scuola italiana, dalle elementari all’università,  in tutti gli atenei della Penisola rimasero centinaia tra uccisi e feriti, studenti,  operai,  docenti,  poliziotti..