Museo Campano: che fine ha fatto la Sala Uccella?

Posted on 22 maggio 2013 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Sono ritornato al Museo Campano, il martedì scorso (21.5.2013), dopo circa due-tre anni, essendo rimasto chiuso l’edificio per (ennesimi) lavori di restauro e di riordino. In verità, il Museo fu aperto in gran pompa nel marzo dell’anno scorso, con l’intervento (addirittura) del Presidente della Repubblica; invece, la biblioteca (che frequentavo assiduamente sin dal lontano 1978, quando era direttore il dott. Garofano Venosta, una persona squisita e sensibile all’antichità ed alla cultura) è stata riaperta (per così dire, in quanto manca un catalogo aggiornato e facilmente consultabile) da poco; senza contare che già da tempo non c’è traccia delle riviste del Novecento e di una buona parte dell’archivio (manoscritti, manifesti, epistolari, ecc.).

 

 

Ho trovato cambiati l’uno e l’altra, non so in meglio o in peggio. L’addetto della sala della biblioteca, che già mi conosceva, si è messo a disposizione per le mie ricerche antiquarie. Poi, avendo notato che non c’era più lì, al pianterreno, quasi all’ingresso, gli ho chiesto dove fosse stata sistemata la . Per ottenere maggiori informazioni, dovevo scendere nel cortile, dove si trovano oggi gli uffici. Ivi (a parte la sgradevole vista di quella costruzione, che faceva a pugni con l’ambiente verdeggiante, incantato, pieno di pezzi di antichità a terra o incastonati nei muri perimetrali), nella grande confusione, tavoli, sedie, computer, persone impegnate al lavoro (credo) amministrativo, tra le quali (dopo l’ho capito), l’attuale direttore, la prof. M.L. Nava, che  forniva (credo) indicazioni scientifiche ad un probabile laureando, una di fronte all’altro, divisi da immancabili schermi piatti e rispettive tastiere.

R.Uccella, Rudimenti

Sala Uccella

 

Ad un applicato chiesi se ci fosse materiale cartaceo di o sullo scultore Raffaele Uccella; ricevevo risposte evasive; nel frattempo, mentre attendevo ad un tavolo (e sedie) di plastica (che orrore!), l’addetto gentile si era adoperato a fotocopiare l’articolo (trovato ameno, dopo averlo letto a casa) di una certa Gaia Salvatori. All’altro addetto, chiesi se e dove fosse la Sala Uccella, egli rispose che sapeva poco o nulla e che avrei dovuto chiedere al direttore, che in quel momento, però, era impegnato e non poteva rispondere; per di più, doveva andare (se ho ben capito) all’università per una lezione.

M.L. Nava (Dir.Mus.Camp.)

 Il direttore mi aveva visto, forse mi ha scambiato per un alunno medio o universitario (utinam!); evidentemente, egli/ella aveva tanta fretta, che non poteva neppure salutare e fissare un appuntamento (al museo, naturalmente) per un altro giorno. L’impiegato, sembrando (per un atteggiamento di circostanza) mortificato e desolato, mi lasciò un numero per chiamare un’altra volta. Me ne andai mogio mogio (l’oraziano demitto auriculas…), non per me, ma per il direttore del Museo Campano (nonché sovrintendente archeologico, professore universitario, dirigente di quante istituzioni culturali nella Penisola) che, tra tutto il resto figurante nel chilometrico profilo in siti web, non risulta il corso di specializzazione in buone maniere. Oggi è di (stupida) moda saettare solo la casta “politica”, ma ce ne sono tante da prendere di mira (banche, industria, burocrazia, gioco del pallone, le televisioni statali e commerciali, le lotterie, la fabbrica del vacuo e del divertimento, dei veri e propri trust più o meno occulti), tra cui quella della cultura accademica, blasonata, ufficiale, che pensa a tante belle ed utili cose, anche a fare collezione d’incarichi, incombenze, consulenze, onorificenze e (perché no?), lauti compensi, prebende, indennità, contratti a tempo, gettoni, rimborsi spese, ecc., ecc.

 

La morale è questa: pare che la Sala Uccella per il momento non c’è e ci sarà. Sì, anche perché, sin dalla donazione (1980) di sei pezzi (Vanitosa, Donna con nocca, Rudimenti, Alpinista, Mani del mistero, Donna con gatto; il Busto di Mazzocchi, spaccato a metà, figurava, con le altre statue, nella sala Martucci-Uccella (pare) già era pervenuto in precedenza al Museo), fatta dal fratello minore Giuseppe Uccella (un vero galantuomo di vecchio stampo ed anche un discreto artista, che con passione, amore, senza orario, lavorava il marmo, accanto a casa mia, all’incrocio delle strade Avezzana e Pratilli) si accese una polemica sulla collocazione delle statue del nostro Raffaele non solo giuridico-amministrativa, ma anche tecnico-gestionale. In poche parole, sembrava inopportuno esporre le statue contemporanee in un museo archeologico.

 

Intervenne nella vertenza perfino un grande calibro della critica artistica, Raffaello Causa (il quale, peraltro, aveva apprezzato l’arte di Uccella in alcuni scritti), mostrandosi perplesso per tale collocazione nel museo, piuttosto propenso a sistemarle magari in una sezione staccata, e preoccupandosi (sic!) delle grandi dimensioni delle statue. Gli studiosi (tra cui, credo, l’attuale direttore del Museo) sembrano aver sposato la tesi del Causa. Attendono (non c’è da meravigliarsi, tutte le istituzioni attendono, prendono tempo, rinviano) e continuano a studiare – lo studio fa sempre bene – una collocazione idonea. Nel frattempo, i dirigenti, l’Amministrazione Provinciale (che è in pratica proprietaria, per un groviglio di leggi e leggine emanate dall’Ottocento ad oggi), i tecnici, gli esperti ed i critici hanno risolto il problema:

 

HANNO TOLTO DI MEZZO LA SALA UCCELLA, IN ATTESA DI TROVARE UNA SEDE PIÙ  IDONEA E…DEGNA.

 

PER IL MOMENTO LE STATUE DI UCCELLA CHIUSE IN QUALCHE CORRIDOIO, STANZINO O DEPOSITO BUIO, POLVEROSO, SQUALLIDO.

 

EPPURE, ESSE ERANO STATE IDEATE E CONCEPITE PER STARE ALLA LUCE, ALL’ARIA, AL SOLE, PROTESE AL SUBLIME, AL BELLO, AL GENIO E PER ESSERE CONTEMPLATE DAI VISITATORI LASCIANDO UN SENSO DI AMMIRAZIONE PER L’ANTICHITA’ E PER LA MODERNITA’, DI ESALTANTE GIOIA E DI MESTA MALINCONIA, DI VITA E DI MORTE.

 

Insomma, certamente i discendenti dello scultore Raffaele Uccella, compresi i sammaritani ed i cittadini della provincia di Terra di Lavoro e della Campania, le avrebbero viste in una spaziosa, ariosa sala del Museo Campano.