Vecchia scuola, la maturità

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 

La vecchia mitica maturità amata e odiata, oggi chiamata col nome altisonante e pretenzioso “esame di stato”, si è ridotta ad una liturgia stanca e vuota di significato, al massimo preda dei trionfanti mass-media, che propinano consigli di banalità disarmante ed ogni anno il ministro pro tempore, occasione buona per ricordarsene, porge gli auguri al popolo (alunni, genitori, insegnanti, personale) dei bionici maratoneti, impegnati in prove “stressanti” per la calura e per la fiacca, specie alla fine di un anno scolastico “faticoso”; i soliti esperti, psicologi, sociologi e giornalisti ripetono baggianate “usa e getta”. Tutti costoro sembrano avere lo scopo unico di tranquillizzare l’esercito di candidati che al 98% saranno promossi, come ormai accade da trent’anni, spesso con voti altissimi (qualcuno ha inventato il centouno o il cento e lode); parecchi si accontentano di voti discreti, pochi acciuffano il minimo che, considerata la svalutazione, anche il sessanta sembra alto. Quella percentuale irrisoria di bocciati (per eufemismo oggi non promossi) avrà cercato l’insuccesso con rara tenacia.      Con gli esami di stato, due prove scritte “ministeriali” ed una terza pluridisciplinare costruita in casa (intendo dire in scuola) ed una prova orale su “tutte le materie” della durata di circa un’ora, comprese le formalità di rito, la discussione del percorso concettuale, la visione degli elaborati, rimangono in media cinque minuti a materia; a parte il lessico aziendale, compresi crediti, debiti, bande di oscillazione, ecc., per tali esami si applicano ben cinque scale metriche docimologiche (1/10, 6/20, 1/15, 1/35, 60/100), scaturite da griglie, tabelle, vademecum personali, complicate operazioni da eseguire con la calcolatrice, astruserie  partorite da burocrati che non hanno mai piede in una scuola, ma hanno spremuto le meningi nei pensatoi del ministero, ammalandosi di maniacale neofilia ed essendo influenzati da criteri similari, adottati negli esami per la patente o nei concorsi per sottufficiale. Il quadro si completa con un presidente, dotato di ubiquità o almeno itinerante, commissari tutti interni, cioè gli stessi che hanno svolto e verificato i programmi, hanno insegnato bene o male, hanno valutato con equilibrio o con preconcetti gli alunni nel corso degli anni ed all’ammissione agli esami. Ancora ha un senso questo esame?     L’ “esame di stato”, arrivato al capolinea, è ormai del tutto inutile, come un autobus guasto diretto al deposito col cartello “fuori servizio”. Il vecchio esame concepito da Giovanni Gentile e da Benedetto Croce (1923), salvo qualche correttivo, si era mantenuto inalterato fino agli anni Sessanta. Una forma patologica e perniciosa di riformismo sinistrorso colpì l’esame dal 1964: da allora innovazioni, eliminazioni, sperimentazioni, conseguenze dirette della riforma della vecchia scuola media inferiore, in nome del mito falso e demagogista dell’egualitarismo, per arrivare alla svolta epocale del 1968, imposta dalla violenza indiscriminata nelle scuole e nelle università, imparata a Parigi. Il parto sessantottino diede luce all’esame salutato come il trionfo del nuovo, nato come “esperimento”, che durò trent’anni (presidente esterno, quattro commissari esterni, un rappresentante. di classe, due prove scritte, due orali, punteggio da trentasei a sessanta). Questo esperimento, tra l’altro, servì a far salire la percentuale dei promossi (ca. 90%), senza rimandi ad ottobre.       Poi, nel giugno 1999, arrivò la riforma per il terzo millennio: presidente esterno, commissione paritaria (esterna-interna), le prove scritte salgono a tre, il colloquio verte su tutte le materie, l’invenzione dei crediti e della mappa pluridisciplinare. Una formula che ha durato appena tre anni, spunta  l’ultima riforma (giu.2002) attuata dalla Moratti, commissione tutta interna, “sovrana” e bravissima soprattutto nell’interpretare ad libitum, nonostante la pioggia di circolari esplicative e di responsi sibillini ministeriali, pronunciati sulla base di quesiti per scritto o per telefono. Dubbi che rimarranno, come sulla struttura della terza prova scritta e sullo svolgimento del colloquio, in attesa di una nuova riforma di tre parole: l’esame di stato è stato abolito.     Il 26 giugno 1963 si cominciò col tema di italiano, quindi la versione latino-italiano, poi la versione italiano-latino, infine la versione greco-italiano. Nel frattempo, noi del classico “Tommaso di Savoia” di S.Maria C.V. facemmo la conoscenza tra timore e diffidenza, sempre da altri, del presidente Mario Santoro (ord. univ. Lett. italiana all’Orientale), i commissari prof. Anna Mascolo (ita), Aldo Del Monte (lat-gre), Gaetano Rosella (sto-fil) Vincenzo Robustelli (mat-fis), Elisabetta D’Amico (sci), De Maio Antonio (art); non ricordo il nome del docente di ginnastica, in compenso conosco bene l’italianista e galantuomo prof. Lorenzo Tagliani (unico rappresentante d’istituto). Le prove orali si svolgevano in giorni diversi (gruppo materie letterarie e gruppo materie scientifiche) a distanza di circa sette-dieci giorni,  la durata degli esami, per ogni materia in media un’ora, in totale dieci ore nei due round. Il clima teso, i commissari tra di loro ridevano solo per le sciocchezze dette dagli alunni e si divertivano a punzecchiarli con domandine tendenziose. Il prof. di latino chiese a vari alunni: “Di che cosa era malato Orazio?” Ci tentavamo: gastrite, gotta, bronchite, prostatismo, ipertensione… “No, non avete studiato!” L’ultimo giorno di esami, soddisfatto, emise il responso: di malinconia! Ad avere un aspetto più umano era il prof. di arte, simpatico perché più buontempone che sacerdote, l’unico che ci aiutò un poco. Il 23 luglio uscirono i “quadri”, il bollettino di guerra: su settantaquattro candidati, undici promossi, ventotto bocciati, trentacinque rimandati; di questi ultimi, nello scrutinio autunnale ventinove si salvarono, altri sette bocciati. Una quarantina di alunni conseguirono l’agognato (ed ancora utile) diploma (53%), gli altri (47%) avrebbero provato l’anno successivo.      Chi leggesse la scarna cronaca di un esame di licenza liceale, potrebbe pensare a fatti e persone dell’Ottocento o del ventennio fascista, leggi “retrivo”; parlo solo del 1963, quando già si conducevano esperimenti nucleari, partivano le navicelle spaziali sovietiche ed americane, il papa buono Giovanni XXIII aveva innovato la cristianità, il vizioso J.F.Kennedy teorizzò la “nuova frontiera” nei confronti dei negri, il rozzo N.Krusciov ebbe il coraggio di denunciare i crimini di Stalin. Il mondo era andato avanti, non certo parlo di un esame preistorico, solo un pochino retrogrado. Ma oggi, dietro la libidine dell’innovazione insensata, si nasconde un processo perverso di antegradazione della scuola rispetto alla società, all’economia, alla cultura, per un malinteso e fanatico primato di una scuola totalitaria, col risultato che essa corre avanti all’impazzata, diretta verso il nulla. Dispiace con sincerità per molti docenti preparati e volenterosi e per tanti alunni bravi, studiosi, destinati ad essere sacrificati dall’attuale scuola inutile e dannosa.