Vecchia scuola: leggendario liceo

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Liceo“Tristo è quel discepolo che non sopravanza il maestro”, uno dei tanti originali e saggi aforismi di Leonardo, mi sembra avere più il sapore di un’esortazione agli allievi a far meglio che della constatazione di una circostanza che in realtà assai di rado si verificava anche. Comunque sia, io definisco due volte tristo quel discepolo che si dimentica dei suoi maestri, il che oggi avviene assai di sovente. Se insegnare significa imprimere, lasciare il segno, ognuno di noi dovrebbe avere tracce indelebili delle decine di maestri che ci hanno modellato, quasi sempre in positivo, la mente e l’animo. Certamente, il ricordo dell’insegnante è legato ad elementi soggettivi, caratteriali, psicologici, nelle varie fasi della nostra pubertà ed adolescenza, a vincoli affettivi, a sentimenti di simpatia-antipatia, alla stima professionale, alla valutazione che da essi, obbligati ad essere anche giudici, abbiamo ricevuto, tradotta in una cifra scritta sui registri e sulle pagelle. Credo di appartenere alla categoria di quelli che ricordano con nostalgia i maestri, anche non è facile essere del tutto obbiettivi. Nei primi anni Sessanta, la considerazione per i professori del liceo “Tommaso di Savoia” di S.Maria C.V. era altissima ed essi apparivano terribili e venerandi. In particolare, i professori della sezione A, per vox populi, erano tali più degli altri. Dal quinto ginnasio D mi ritrovai, insieme ad un paio di compagni di classe, proprio nell’arena in pasto ai leoni. I motivi di quel dirottamento mi rimasero sempre oscuri, “decisione del consiglio di presidenza”. Forse fu ingiustizia, autoritarismo, sistemi antididattici ma, in nome della democrazia e della trasparenza dilagate nella scuola, dal 1968 si commettono i delitti più nefandi contro la cultura e l’educazione. Ecco tutta la “squadra”: il preside Alberto Bignone, da Napoli; i professori Innocenzo Muzzo (italiano e latino) da Pietramelara, Renato Grelle (greco) da Sessa Aurunca, Carlo Aricò (storia e filosofia) da Bergamo, Ester Selvaggio (matematica e fisica) da Catanzaro, Angela Di Vico (scienze) da Maddaloni, Raffaele Mormone (arte) da Napoli, Concetta Ruggiero (arte 3° anno) da Caserta, don Simone Mincione (religione) da Macerata Campania, Giuseppe Iannotta (educazione fisica) da S.Prisco; gli alunni Aniello Borrelli da Bellona, Gabriele De Stefano da Vitulazio, Maria Luisa D’Ovidio da Rocca di Mezzo, Leonardo Maccarelli da Mignano Montelungo, Liliana Fides Noviello da Castelvolturno, Leo Ruskovic da Fiume, Pasquale Schiappa da Mondragone, Rachele Sementini, Maria Elisa Gallucci, Antonio Vacca da Capua, Sergio Gedressi, Antonio Munno, Carmine Meola, Michele Fiorillo, Peppino Valentino, Gennaro Signore, Marcello Vetere ed il sottoscritto da S.Maria. Dieci anni fa, nel corso di un incontro in occasione del trentennale della maturità, quando, vincendo le remore dettate dalla malinconia e dalla paura, ci rivedemmo e ci scambiammo ricordi ed emozioni irrepetibili, scrissi sul cartoncino dell’invito: “Il mio ricordo del liceo è quello di una trincea, veglie notturne e fuoco incrociato di interrogazioni a freddo, razione quotidiana di versi greci ed appunti di filosofia da imparare a memoria; aule anguste e gelide, nelle quali in alcune ore il silenzio era rotto solo dagli scricchiolii dei vecchi banchi Kuntz, anch’essi ripresi come la tosse e gli starnuti; professori caporali o despoti in classe ed uomini fuori, figure pirandelliane che si imponevano una forma arcigna, anche quando l’indole riluttava; compagni solidali, generosi, pronti ad aiutarsi in classe ed a scambiarsi i compiti di casa come figurine di giocatori; un sapere né profondo, né critico, né aggiornato, ma ben costruito, vasto, essenziale; libri che in poche pagine contenevano tutto; sì, una scuola giurassica.” Non so se un trattato di pedagogia e di psicologia abbia l’effetto più di questa impressione frammentaria, scavata dalla memoria, non dalla razionalità. In quegli anni certamente soffrimmo, ma non avvertimmo grossi disagi a livello materiale e morale, essendo avvezzi allo studio assiduo, severo, sistematico, sin dalle scuole elementari e medie. Il metodo consolidato era prettamente nozionistico, ripetitivo, martellante; d’altro canto, la medesima pedagogia gentiliana aveva preparato i nostri insegnanti e noi alunni: imparare, insegnare, imparare, un ciclo senza soluzione di continuità. L’attacco sferrato dalla sinistra contro il nozionismo fu, per mera finalità politica, il primo colpo alla didattica tradizionale, con la conseguenza che, senza la nozione, non può esserci discussione o approfondimento o critica. Come è possibile capire le guerre di successione o la rivoluzione francese, la Commedia di Dante, l’oratoria di Cicerone, la filosofia di Platone, il criticismo di Kant, il Risorgimento, senza conoscere i fatti, i nomi, le date, le opere, i linguaggi, i contesti? A che serve la scuola, se la cultura si riduce ad esercitazione estemporanea, a sperimentazione permanente, a banalizzazione del sapere, ad informazione che è la parodia della conoscenza, a progettualità ludica e vana, a quesiti a risposta breve o chiusa (comprese le opzioni, simili ai quiz televisivi), a percorsi e mappe e colloqui pluridisciplinari, con i quali si concludono le mortificanti e deludenti (per docenti e discenti) prove dell’esame di stato, oggi solo un roboante vocis flatus, che sarebbe meglio abolire, insieme al valore legale del titolo, evitandosi almeno la malsana corsa ai voti stellari. L’estate precedente era passata da S.Maria la fiaccola olimpica, proveniente da Atene e diretta a Roma, sede prescelta per lo svolgimento delle mitiche gare che sin dalle elementari ci faceva sognare l’idea nobile decoubertiniana, permeata da spirito ellenico: “non conta vincere, ma partecipare”. Retorica o valore etico che forgia lo spirito e la mente? Vegliammo davanti all’austera mole dell’anfiteatro, fino all’arrivo del gagliardo tedoforo ansimante e fiero di consegnare il testimone al collega che l’avrebbe portato a Capua e con la fiaccola di Olimpia diede fuoco all’olio contenuto in un grande cratere bronzeo che, al chiarore dell’aurora, si levò una fiamma altissima tra le maestose arcate del colosso capuano ed un fremito di emozione e di orgoglio ci attraversò le membra, che allora non conoscevano stanchezza. Atene culla di cultura, di arte di filosofia, Roma impero di potenza e di diritto, un binomio formidabile, cui si aggiunse il Cristianesimo e così si formò la civiltà europea. Forse il mondo di allora era migliore o forse sembrava migliore. Ma anche se soltanto appariva tale, per noi era un gran bene ignorare brutture, ingiustizie, violenze, volgarità ed indecenza. Noi che, in un certo senso, ci siamo salvati, dobbiamo sacrificare il simbolico gallo ad Asclepio, di memoria socratica. Ci accontentavamo di poco, senza spendere molto, il cinema, la passeggiata sul corso, la bicicletta, il pallone, le discussioni più o meno impegnate, i flirt effimeri, gli amori platonici e i legami durevoli. D’inverno, né nelle case, né nelle scuole c’erano i termosifoni e tenendosi i cappotti addosso ci riscaldavamo col calore animale. Quasi tutti portavamo la cartella più o meno zeppa di libri e vocabolari. I professori, ciascuno a modo suo, ci volevano bene ed altrettanto possiamo dire di loro. Il “burbero benefico”, quando ci mostravamo poco solerti, ci ricordava che alla sua età “andava in aria”; il “terribile” con lo sguardo ci fulminava e, quando portava corrette le versioni svolte in classe (i cui testi erano dettati), il sangue si congelava nelle vene, ma la sera in piazza con noi dialogava per ore passeggiando; l’ “orbo veggente” all’inizio usava il metodo “Braille” ma, dopo qualche settimana, conosceva tutti dalla voce o dalla posizione nell’aula e li apostrofava senza sbagliare; la “selvaggia di nome e di fatto”, ma in realtà solo permalosa, ci obbligava ad escogitare strategie di sopravvivenza; la “scienziata” si lamentava per le nostre impreparazioni, perché eravamo assorbiti dalle materie “più importanti”; il “compassato” fu l’unico che ci costrinse a studiare la materia cenerentola; il sacerdote sui generis trattava con perizia qualunque argomento, compresa la religione, ed alla fine dell’ora ci chiedeva cinque o dieci lire per l’erigenda mai realizzata “Opera”; il simpatico pedotriba usava il giornale piegato in quattro sulla testa per far sbollire l’eccessiva vivacità degli allievi nel corso degli esercizi…Erano così i professori di allora, al di là del bene e del male. Non c’era spazio per assemblee, colloqui coi genitori, ricorsi, denunce, psicodrammi per le sconfitte, crediti e debiti, accoglimento, griglie docimologiche, moduli, aree affini, pluridisciplinarità, offerte formative, docenti obiettivi, dirigenti scolastici, azienda didattica, Pei, Pof, Idei, non promossi, non docenti, non presenti… Forse era una scuola “giurassica”, ma in essa c’era tanto spazio per i sentimenti e gli ideali, soprattutto per l’amicizia e la solidarietà.