Vecchia scuola: mitico ginnasio

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese


Le novità annunciate da Berlinguer in materia di elevazione dell’obbligo scolastico a sedici anni, poi a diciotto e (perché no?) a ventuno, non riescono a sgomentarci più di tanto. Ormai siamo abituati e rassegnati all’idea di avere una scuola di qualità scadente, livellatrice di valori, parcheggio di giovani aspiranti alla disoccupazione o sottoccupazione intellettuale, posto di lavoro di un personale definito docente, che tutto dovrà curare (dall’educazione stradale a quella sessuale, dalle attività extrascolastiche, gite e viaggi compresi, all’informazione permanente, dalla cogestione al recupero impossibile di crediti formativi e di credibilità culturale), meno che l’insegnamento e l’educazione. Il picconatore della scuola italiana ci riserva altre sorprese, come gli esami di maturità a quiz, la promozione ope legis, l’abolizione sostanziale dei programmi di studio tradizionali, dei voti, dei giudizi, degli orari di lezione… Pessimismo a parte, certo è che i cinque anni di scuola media obbligatoria cancelleranno di fatto l’antico e glorioso ginnasio, quel mitico biennio che segnava il passaggio epocale dalla fanciullezza all’adolescenza e, sotto il profilo formativo, dall’istruzione di base a quella superiore, facendoci sentire piccoli uomini a quattordici anni. Oggi piccoli uomini, che non sono mai stati ragazzi, perché già allora, seriosi e tetri, si abbeveravano alle sconsacrate fonti del marx-leninismo, giocavano alla lotta di classe e dormivano con i pensieri di Mao sotto il guanciale, dopo aver bandito i sogni e i miti, sacrificati sull’altare di una dottrina massificatrice ed egalitarista che, mortificando lo spirito e l’intelligenza, continua a nascondere il suo volto disumano ed il tragico fallimento nei paesi in cui ha avuto modo di attuarsi come prassi politica, stanno distruggendo la scuola italiana, fino ad ieri invidiataci da tutto il mondo civile. Ci ritrovammo in tanti il 1° ottobre 1958 nell’atrio del vecchio liceo-ginnasio “Tommaso di Savoia”, dove avevamo già frequentato i tre anni della scuola media; a chiamare gli alunni delle quarte ginnasiali era deputato, per tradizione, il vice-preside prof. Innocenzo Muzzo, coadiuvato da un insegnante di educazione fisica. Avevano stabilito tutto nel consiglio di presidenza lui e il preside Alberto Bignone; allora non si concepiva il democratico sorteggio e l’assegnazione alle varie sezioni avveniva, grosso modo, secondo il criterio dell’ equa distribuzione di alunni bravi, mediocri e scadenti, sulla base dei voti riportati all’esame di licenza media; a quanto qualcuno malignava, però, si seguiva anche la graduatoria alfabetica, nel senso che i bravi prevalevano nella sezione A, diminuivano nella B, si assottigliavano nella C, per scomparire quasi del tutto nella D. Non sono in grado di confermare o meno questa diceria, anche perché mi troverei in grave imbarazzo, in quanto a me toccò l’ultima sezione; con me capitarono solo due dei compagni della media, gli altri erano tutti “nuovi” e molti provenivano da paesi lontani, come potevano sembrarci allora Mondragone, Pietramelara, Alife. La prima novità fu la presenza di un discreto numero di ragazze, essendo le classi miste un privilegio delle scuole superiori, ben dieci su trenta alunni. Dopo la scuola media, solo una piccola porzione di alunni si iscriveva al ginnasio, altri sceglievano indirizzi diversi, naturalmente a Caserta, mentre le femmine preferivano l’unica scuola magistrale della città, l’istituto gestito dalle suore di S.Teresa. Molti dei miei compagni si fermarono a quel diploma (che allora serviva a qualcosa); tranne Pasquale Buffolano e Tonino Morelli, tutti gli altri li vedevo per la prima volta e più della metà di essi erano forestieri: Antonio Borrelli veniva da Bellona, Renato Carbonelli da Caiazzo, Giuseppe Cenerazzo da Alife, Amedeo Coppola da Ruviano, Rosa Laurenza da Riardo, Rosalba Mazzarella da Piana di Caiazzo, Pasquale Schiappa da Mondragone, Antonio Mondrone da Pietravairano Tra i sammaritani c’erano anche Michele Fiorillo, Licia De Nuccio, Gemma Fiorillo, Annamaria Rossetti, Enrico Santillo, Antonio Sica… Dopo appena qualche settimana, il miracolo: eravamo già tutti amici di vecchia data. Tra i docenti, solo il professore di francese, Lorenzo Dracone, era una nostra conoscenza. L’insegnante di lettere, Clara Sborselli, figlia e moglie d’arte (il padre era il famoso italianista Gaetano Sborselli e il marito l’insigne grecista Eugenio Della Valle), allora meno che quarantenne, una donna ricca di interessi culturali, pacata, paziente, sorridente e comprensiva più di quanto fosse allora consentito a un docente di scuola superiore; la prof. di matematica, Francesca Saccone era un po’ più distaccata, ma ugualmente ci voleva bene; l’anno dopo prese il suo posto il prof. Luigi Paone, che veniva da Napoli con una “giulietta” bianca, cosa che ci colpiva non poco; ci insegnavano (si fa per dire, nessuno l’abbia a male) educazione fisica e religione rispettivamente Italo Ronca e don Mario Gravina. La strana denominazione del nuovo corso di studi (quarto e quinto ginnasio) era (ed è) il residuo di un ordinamento che prevedeva cinque anni di scuole ginnasiali; in quella parola greca c’era un mistico richiamo alla palestra, alla forza fisica, all’esercizio del corpo e della mente, inventato, come è noto, dai Greci prima ancora che dai Romani. Nella fantasia di un tredicenne fungeva da spinta poderosa a dare il massimo di sé per presentarsi con le carte in regola al triennio liceale: una dura fase di rodaggio, di prove sempre più difficili, una competizione continua con se stesso e con gli altri. Competizione sana e leale, non gelosia, né invidia per un voto in più che veniva riconosciuto come indiscutibile merito ed accettato nell’ economia di un sistema che alla fine vedeva bilanciarsi le fortune e le sfortune, come in una partita di pallone giocata con agonismo e correttezza, non essendo ancora la scuola diventata il campo delle vuote ambizioni e delle frustrazioni dei genitori interessati, nella maggior parte dei casi, alla promozione ed ai voti alti, non ad un’effettiva formazione morale né ad una solida preparazione culturale dei figli. La reductio delle cinque materie letterarie nelle mani di un sol insegnante, minata oggi da discutibili sperimentazioni di sdoppiamento di una cattedra favolosa, non solo riproponeva la figura dell’insegnante di lettere della media ed ancor più il maestro elementare, ma anche configurava una sorta di unità del sapere, costituendo il docente una figura carismatica ed onnisciente, da cui dipendeva non tanto il destino scolastico del singolo, che pure importava, ma la bravura, la fama di campione, l’iscrizione nel firmamento degli assi, la conquista di una nomea che usciva dalle mura del vecchio istituto per espandersi nell’intera provincia. L’unica materia nuova, il greco, non era poi tanto nuova per chi proveniva da tre anni di studio del latino, con il quale quella lingua ha in comune strutture fondamentali ed archetipi concettuali di cui ci rendevamo, già al primo impatto e senza traumi, perfettamente conto. Il ginnasio fu per noi l’inizio della grande avventura scolastica; lo frequentammo, per di più, in due anni straordinari, quelli che vanno da 1958 al 1960, che fanno da spartiacque tra l’antico e il moderno, almeno allora così ci sembrava. Anche noi avevamo i nostri idoli tra i cantanti del momento (Paul Anka e Peppino di Capri erano i più gettonati dei juke-boxes), tra i giocatori di pallone (Sivori e Altafini dividevano la tifoseria italica) e i campioni del ciclismo (Bartali e Coppi ancora si contendevano l’alloro); sbocciavano per alcuni le prime inconfessate simpatie, per altri i primi amori destinati a durare più o meno a lungo; cominciavano i voli spaziali con esseri viventi a bordo (prima la cagnetta Laika, poi Yuri Gagarin, che in verità mostrò meno cervello del quadrupede, quando dichiarò di non aver visto Dio nello spazio) e il mondo cambiava il suo aspetto geografico e politico, anche per effetto della decolonizzazione. Nikita Krusciov, dopo essersi qualche anno prima tolta la scarpa ed averla battuta con foga sul tavolo dell’ONU e dopo aver represso nel sangue la rivolta d’Ungheria, allora dava inizio al disgelo; in Francia, De Gaulle proclamò la seconda repubblica; la Chiesa nell’estate 1958 elesse il “papa buono” Giovanni XXIII, per far visita al quale nell’aprile del 1960 l’istituto organizzò la prima ed ultima gita scolastica; l’America scelse (1960) un presidente che predicava la pace e le nuove frontiere, ma poi fece guerre e fu misteriosamente ucciso; in Italia, dopo il momento magico delle Olimpiadi di Roma (estate 1960), con il primo autunno “caldo” finì il centrismo e cominciò il centrosinistra… Il biennio si concludeva con un difficile esame che si chiamava licenza ginnasiale, mentre in effetti era un’ammissione al liceo, davanti ad una commissione mista di professori del biennio e del triennio. All’inizio di quell’estate a Genova i portuali caricavano la polizia ed entrava in vigore il nuovo codice della strada, sui giornali si leggeva di strabilianti calcolatori elettronici inventati dai soliti americani, di portentosi microscopici transistor giapponesi e delle molteplici applicazioni della plastica di Giulio Natta; in quei giorni, nelle aule del vecchio liceo, il prof. Armando Golia mi torchiava sui paradigmi verbali e sulle costruzioni sintattiche che incontravamo nella lettura dell’Eneide, della Pro Archia e dell’Anabasi. Non vorrei esagerare, ma quella del ginnasio è stata per tutti noi un’avventura irripetibile.