Vecchia scuola: le medie

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Terza mediaAlcuni anni fa, trovando una foto in un album, la feci ingrandire, la incorniciai e l’appesi ad una parete del mio studio. Ogni tanto me la contemplo, nel cortile dell’istituto, naturalmente in bianco e nero, sullo sfondo la lapide alla memoria degli studenti caduti nella prima guerra mondiale, al centro la professoressa di lettere, ai lati due bidelli in divisa, gli alunni disposti in due file, in piedi e accovacciati, quasi tutti in giacca e cravatta, pochi col maglione, molti, non si crederebbe, coi calzoni corti. Non è, come qualcuno potrebbe pensare, una foto del secolo scorso, né di epoca anteguerra. E’ la foto ricordo della classe terza media sezione D, con la data 19 aprile 1958, l’istituto è il liceo ginnasio “Tommaso di Savoia” (che allora ospitava l’unica scuola media della città, quattro sezioni, preside Luigi Pastore Stocchi), l’insegnante di lettere è la severa, ma instancabile e paziente, prof. Lucia Smeragliuolo, i trenta alunni – compreso me – componevano la classe, sono tutti riconoscibili, anche se parecchi non li ho visti più. Vedo Pasquale Buffolano, ricercato (portava la cravatta a farfalla) e generoso; Tullio Carcaterra, compito e buontempone; gli insperabili fratelli Luigi e Mario Ciccarelli, l’uno filosofo, l’altro attaccabrighe; Paolo De Biase, gentile e riservato; Nicola Di Domenico, trasognato e giocherellone; Antonio De Martino, risoluto e sincero; Giancarlo Di Luise, raffinato (anche lui con la cravatta a farfalla), sveglio ed affettuoso; Prisco Di Monaco, riflessivo ed un po’ enigmatico; Mario Matano, posapiano e birbaccione; Tonino Morelli, simpatico e chiacchierone; Diego Napoletano, irascibile e spaccone; Giovanni Scala, serio e disponibile con tutti; Luigi, scienziato ed ombroso; l’altro Luigi, acuto e simpatico sodale…La foto di gruppo, secondo una consolidata tradizione del secolare istituto, precedeva di qualche mese l’esame di licenza, equivalente o forse più difficile delle attuali prove di maturità: Non ho esagerato: la scuola media inferiore di allora era veramente una cosa seria. Appena messo piede in prima media, il primo giorno di lezione, avemmo come “accoglienza” (secondo l’insulsa terminologia diffusasi nella scuola di oggi) un assegno per casa di una cinquantina di versi di Iliade “Cantami l’ira, o diva, del Pelide Achille”, nella possente e solenne traduzione di Vincenzo Monti; alcuni esercizi di fonetica di latino, un mezzo capitolo di preistoria. Il secondo giorno speravamo – poveri illusi – in un alleggerimento, neanche per sogno: un racconto di dieci pagine da leggere e riassumere, una dozzina di frasi di latino sulla prima declinazione, un mezzo capitolo di geografia; all’assegno di lettere si aggiungevano quelli di matematica e di francese (già perché allora quasi tutti studiavano la lingua musicale della “sorella latina”, prima che si diffondesse la moda dell’idioma mercantile ed aspro della “perfida Albione”; ogni giorno quattro materie pesanti da studiare a casa così di seguito per tre anni, fino al giorno dell’esame. Senza deleteri pietismi, in quella scuola si applicava il sano ed insopprimibile principio della selezione naturale. Il testo della prima versione poteva essere un brano di Igino o di Eutropio, ma dalla seconda in poi non poteva che Nepote o Cesare; in seconda e terza classe, si traducevano tranquillamente – si per dire – Cicerone o Livio; le traduzioni in latino, obbligatorie, mettevano a dura prova le capacità logiche e mnemoniche; nel frattempo, le frasi per casa erano salite a dodici dal latino e dodici dall’italiano, in applicazione della par condicio. Le interrogazioni erano almeno una o due nella giornata e spesso si era chiamati due o tre volte consecutive nella stessa materia, in quanto gli insegnanti cercavano di cogliere in fallo l’alunno che ingenuamente si era fatto i conti. I professori di matematica e di francese facevano anch’essi la loro parte, anche se posti in una condizione secondaria rispetto all’insegnante di lettere. Il primo era una figura carismatica e rasserenante, di poche parole e di molti fatti, Vincenzo Scotto Lavina, il quale da Capua in lambretta ed aveva le gambe così lunghe che, entrato nella porta, con due passi era già dietro la cattedra; era bravissimo nello spiegare la materia, al punto che capivo già in classe e a casa facevo solo gli esercizi, così potevo dedicarmi…alle altre materie. Il secondo si chiamava Lorenzo Dragone, un uomo imponente e compassato, di origine piemontese, che dava il lei agli alunni e parlava in francese anche con i bidelli. La sua dizione non era perfezione, ma corposa e scandita con chiarezza, aulica, vibrata, ci incantava; un po’ meno ci incantavano i voti che egli assegnava ai compiti; pochi erano i fortunati che vedevano più della sufficienza. Figuratevi che ci fece imparare a memoria la Marsigliese e, quando in classe uno di noi la declamava, con l’enfasi che richiedono i canti patriottici “Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé…”, un brivido serpeggiava nei nostri petti ancora semplici e sensibili. Tra gli insegnanti cosiddetti minori, non posso non citare Giuseppe Iannotta, professore di educazione fisica, il quale dava l’impressione che comprasse il giornale non tanto per leggerlo, quanto per darlo, piegato in tre e con una certa energia, sulla testa degli alunni, per così dire più esuberanti. La severità degli insegnanti si univa alla serietà degli studi ed alla consistenza dei programmi. La scuola italiana di allora era il prosieguo per inerzia dell’educazione impostata da Gentile e da Bottai, per cui tutto era uguale di prima quindici anni prima, finché sopravvenne la rovinosa riforma del 1961-62 che abolì l’esame di ammissione ed unificò scuola media ed avviamento professionale. Il clima diffuso di ordine e disciplina assicurava credito e rispetto ai docenti che si sentivano orgogliosi della missione e stimolava gli alunni ad impegnarsi al massimo, collaborando con i genitori nel prospettare ai ragazzi un futuro improntato al senso del dovere, di sacrificio, di dignità e di onestà. Conservo ancora un foglio di quaderno, scritto con la penna ad inchiostro sotto la dettatura dell’insegnante di lettere, l’ode carducciana “Nell’annuale della fondazione di Roma”, che mancava nell’antologia, forse ritenuta dal pavido curatore troppo nostalgica. Ebbene la professoressa, tra l’altro moglie di un avvocato di incrollabile fede fascista, il conte Vincenzo Vestini, nella ricorrenza del 21 aprile del terzo anno, volle farcela studiare ed imparare a memoria ugualmente. Senza dire che ella sceglieva e proponeva agli alunni autori come Omero, Virgilio, Dante, Canzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio. È penoso leggere, come ho letto, a firma Enzo Biagi, personaggio immarcescibile e profusamente pagato dalla Tv e dai giornali per propinarci cupe elucubrazioni, che egli salverebbe Carducci solo per il verso “meglio era sposar te bionda Maria” (chi non ci crede, veda “Il Mattino” del 29.6.1997). Penso che Carducci, se avesse potuto, avrebbe salvato Biagi solo per gli occhiali che inutilmente gli pesano sulle sul naso. La geografia fisica aveva il sopravvento su quella antropica, secondo la visuale del tempo, e la storia era ancora di indirizzo romantico-idealista ed entrambe le discipline ci affascinavano e ci coinvolgevano. Si cominciava a parlare del Duemila, ce lo immaginavamo come una lontanissima era di benessere economico, di rigenerazione morale e spirituale, di risoluzione di tutti i problemi che allora affliggevano l’umanità (malattie, fame, guerre, ingiustizie), di viaggi interplanetari e di strabilianti vittorie dell’uomo sulla natura…Sarei curioso di rileggere uno di quei temi che allora ci assegnavano: “Immagina, dopo un lungo sonno, di svegliarti nel Duemila”, oppure “Mi sono addormentato ed ho sognato di vivere nel Duemila”. La grande illusione è svanita sotto i nostri occhi, ormai incapaci di sognare e costretti a vedere nel mondo più malattie, più fame, più problemi, più nefandezze di quarant’anni fa. Era una scuola seria, formativa, impegnativa e preoccupata di alimentare con contenuti certi e validi, con principi morali e religiosi, con indispensabili miti e benefiche illusioni, l’età della pubertà che esige tutto ciò, non crudi realismi, complesse problematiche, incertezze, interrogativi angosciosi. Proprio per questo, quella scuola fu condannata a morte da una classe politica che, ispirandosi alla più perniciosa demagogia (che confonde il diritto allo studio col diritto alla promozione ed ai valori trascendenti sostituisce il dato contingente e casuale), volle riformare, anzi demolire: dal 1962 in poi, a colpi di abolizioni, innovazioni, si è arrivati al punto che i tre anni di scuola media oggi, nonostante l’impegno profusa da parecchi docenti, contribuiscono poco o niente alla formazione culturale e morale dei ragazzi.