Vecchia scuola: le elementari

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 seconda elementarequinta elementareÈ una mattina d’autunno, siamo seduti nei banchi Kuntz, il maestro dietro la grande cattedra poggiata su una pedana, dal dettato passa alla geografia: “Oggi parleremo delle Alpi”. Detto ciò, servendosi di un’apposita bacchetta, ce le fa vedere sulla carta geografica dell’Italia, accompagnando della riga con il corpo che si curva e si allunga per imprimerci nella mente l’idea dell’arco alpino dal Tirreno all’Adriatico; dopo aver ripetuto il gesto per due o tre volte, va alla lavagna, sulla quale c’erano in alto già il luogo e la data odierna, scritta da lui appena arrivato, e scrive in colonna, con quella grafia di cui solo i maestri elementari sono capaci, questo acronimo per noi di significato oscuro: Ma-Con-Gran-Pena-Le-Re-Ca-Giù; poi, quando è ben impressa la filastrocca, completa le singole righe: Marittime, Cozie, Graie…La banalità dell’acronimo è inversamente proporzionale alla sua efficacia, sperimentata per decenni nella vecchia scuola italiana. Esso serviva per imprimere nella tenera, ,proprio per questo portentosa memoria dei fanciulli, i nomi delle Alpi, che da barriera hanno fatto solo ai venti freddi del nord, mentre per il resto si sono rivelate un colabrodo, consentendo a molti stranieri di entrare e a pochi italiani da uscire. Misi piede in terza elementare il primo ottobre del 1952. A quei tempi, gli alunni maschi potevano frequentare con una maestra solo le prime due classi, poi erano affidati ad un uomo. Tale consuetudine, che oggi sarebbe bollata come reazionaria e maschilista, era dettata dalla semplice e sensata convinzione che la figura maschile potesse avere più incisività didattica, considerato anche che i maestri erano numerosi e che alle classi miste non i pensava neppure. Fu così che dalla materna e scialba maestra di prime e seconda in quel fatidico giorno passai alle cure del dinamico fiduciario del plesso “Sacri Cuori”, in via Sirtori. A differenza delle altre, l’aula era più ordinata, arredata, perfino di sussidi didattici. Dietro la cattedra, sulla parete più in alto, c’era un crocifisso e sotto l’immagine del Cristo a braccia aperte, con l’invito evangelico “Lasciate che i pargoli…”, su una striscia stampata dalla tipografia “Del Prete”, accanto alla scuola; sul davanzale della finestra non mancava mai un vaso di fiori freschi. Quell’aula riscattava il grigiore dell’istituto, un vecchio convento del Seicento, vicino alla stazione ferroviaria, nel giardinetto di fronte il monumentino ai quattro eroici fratelli De Simone, caduti nella prima guerra mondiale (per cui il rione era denominato e quatt’ cape”; lì giocavamo con le biglie o con le figurine dei giocatori o con i tappi della birra. Nel rione gli artigiani numerosi, all’alba già avevano iniziato il lavoro quotidiano: in ogni buco o basso, come nel presepe napoletano, c’era una bottega, il falegname, il calzolaio, il barbiere, il carbonaio. In poco spazio abitava tanta brava gente, anche per questo potevamo giocare tranquilli, osservati sempre da tutti che ci conoscevano bene, il rione era come una grande famiglia. Il maestro, Noè D’Angelo, arrivava tutte le mattine da Sparanise con la littorina (il nome nostalgico delle motrici a nafta) e con congruo anticipo sull’orario dell’inizio delle lezioni, si aggirava nel cortile per vedere e per farsi vedere. A Sparanise certo non mancavano le elementari, ma per lui, venire ad insegnare a S.Maria significava realizzarsi, elevarsi, godendo ancora la città del Foro e del Liceo un’alta reputazione a livello civico e culturale. Sempre vigile, scattante, autoradio ma suadente nel tono della voce, chiaro e ben modulato, accompagnato dai gesti e dagli sguardi, non gli sfuggiva nulla; incarnava la tipica figura sacerdotale del maestro della tradizione ottocentesca, carico di energia fisica e morale, ricco di spiritualità e di carisma; un vero atleta, anche se praticava solo uno sport, il podismo, nel senso che camminava sempre a piedi. Ci metteva in fila e, dopo averci passati in rassegna, per vedere se tutto era in ordine, faccia e mani pulite, grembiule nero e fiocco stirati, cartella sistemata, al suono della campanella ci faceva salire in fila per due come soldatini. Appena in aula, tutti in piedi per la preghiera, poi dava inizio alla lezione. In poco più di quattro ore di lezione, macinavamo italiano, storia, geografia, aritmetica, scienze, disegno, ginnastica, in cortile o in classe. Alla fine delle lezioni, di nuovo la preghiera, poi l’uscita sempre in fila fino alla strada. Studiavamo su due testi, antologia e sussidiario, in tutto trecento pagine, comprese le illustrazioni. Quanto riuscimmo ad imparare a memoria in quei tre anni? Poesie, racconti, pensierini, temi, analisi logica, dettati, lettura, regole di ortografia e di grammatica, compresi tutti i verbi irregolari, calcoli aritmetici, problemi rompicapo, storia greca, il risorgimento, la geografia, la scienza, la religione… I sussidi didattici erano la lavagna, la carta geografica dell’Italia, il mappamondo, le penne col pennino Cavallotti, da intingere nell’inchiostro rifornito periodicamente da una bidella con una caraffa nel calamaio incastrato sul piano del banco, i cartelloni del metodo globale e tutto ciò che la fantasia, l’estro, l’improvvisazione del maestro o degli alunni suggerivano. Una volta alla settimana, si svolgeva una gara di sapere tra due alunni o tra due gruppi di alunni: immediati più che i premi per il vincitore, erano i rimproveri per gli sconfitti, e se necessario, i castighi, come quando, colti in fallo o denunciati dal capoclasse per una malefatta, ci beccavamo da cinque a venti bacchettate sulle mani o sul sedere. Le parti colpite si arrossavano e dolevano per qualche quarto d’ora, sì, ma in fin conto non era un gran male. Il maestro, forse seguace di Platone o di Seneca non picchiava mai con ira o cattiveria: bacchettava scherzando e le bacchettate, in rapporto alla gravità della mancanza, erano numerose, si concedeva un breve intervallo per raccontare una barzelletta. Le sue funzioni di fiduciario lo sembravano apparire ai nostri occhi il capo dell’istituto, al di sopra c’era solo il direttore, figura spaventevole, ma era lui che comandava sui bidelli, dava disposizioni ai colleghi, teneva le relazioni coi genitori degli alunni che, sempre venivano per autorizzare, esortare, invocare lui e gli altri maestri a dare la razione giornaliera di mazzate e paccheri ai figli, con l’immancabile promessa che il resto l’avrebbero avuto a casa. Mazze e panelle fanno i figli belli, recitava un vecchio adagio popolare, che non ci spaventava; anzi, sapientemente costruito com’era, ci sembrava di buon auspicio (non dimentichiamo che il bello napoletano ricalca il kalòs greco, valente, robusto, virtuoso), visto che la seconda parte fa dimenticare la prima, cioè le mazze. La sapienza e la psicologia elementari, che non applicavano ancora i dettami della nascente pedagogia permissiva, individualizzate e puerocentriche, nella maggior dei casi, davano i loro frutti. Il maestro unico aveva un ruolo fondamentale, con la sua carica di umanità e di conoscenza non profonda, ma bene organizzata ed esposta, mirava alla formazione di futuri studenti, che dovevano affrontare la scuola media, allora davvero difficile. Ricordo che in quinta classe, egli teneva dei corsi pomeridiani integrativi, a titolo gratuito, riservati agli audaci che avevano intenzione di affrontare il preistorico esame di ammissione alla media, vero banco di prova non solo per gli alunni, ma anche e soprattutto per i maestri, impegnati in prima persona a far bella figura. Iucundus debet esse praeceptor, raccomanda Quintiliano, piacevole, simpatico, scherzoso, gradito. Tale era il mio maestro quando insegnava, quando ci dava le bacchettate, quando ci accompagnava nel duomo o nella villa comunale o all’anfiteatro (le roboanti visite didattiche di oggi, magari all’Eur, a Parigi, a Montecitorio), quando a passo svelto veniva dalla ferrovia, quando andava in piazza S.Francesco a prendere l’autobus, attraversando tutta la città (di allora) per il gusto di incontrava colleghi, conoscenti, ex alunni. Egli non aveva la laurea, ma (lo sappiano Berlinguer e compagni), anche se l’avesse, non gli sarebbe servita a nulla, il suo animo era laureato, insegnava col cuore, non ci imbottiva di nozioni, ma ci forniva gli strumenti per ricordare i dati, ingenui trucchi, l’ordine alfabetico per memorizzare i capoluoghi di provincia, le diversità di suono per distinguere congiunzioni da voci verbali, lo schema grafico (che disegnava alla lavagna) per abbinare nomi, eventi, date. Mi colpiva in particolare il modo di consultare il vocabolario, sempre sulla cattedra: lo apriva già al punto giusto o al massimo quattro o pagine di differenza, sfogliandolo con delicatezza e con l’attesa di un responso oracolare. Fra cinquant’anni gli scolari di oggi ricorderanno così i loro cinque o sei animatori didattici plurilaureati e plurispecializzati? Io lo ricorderò per sempre come il maestro che veniva tutti i giorni da Sparanise con la littorina.