Il governo Monti, una grazia della Provvidenza o una metastasi della partitocrazia?

Posted on 9 aprile 2012 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Il 14 febbraio 1929, tre giorni dopo la firma del Concordato tra lo Stato italiano e lo Stato vaticano, il papa Pio IX, rivolgendosi ai docenti ed agli alunni dell’Università del Sacro Cuore, tra l’altro, disse: “Forse ci voleva anche un uomo come quello (B.Mussolini, nda) che la Provvidenza ci ha fatto incontrare: un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale…di tutte quelle leggi che erano altrettanti feticci, tanto più intangibli e venerandi, quanto più brutti e deformi”.

Il presidente Monti

 Davvero fallace è il criterio ingenuo del parvis componere magna, proprio del giovane pastore Titiro virgiliano, ma qualche inquietante accostamento, da parecchie parti, viene forse a proposito o a sproposito; fatto sta che esso corre nei giudizi formulati, in forma adombrata nella stampa giornalistica, ed in modo più esplicito in vari siti internet, che probabilmente vorrebbero fare solo un po’ di rumore.

 

Premesso ciò, sarebbe il caso di fare un’analisi politica e storica più profonda, tenendo conto di elementi diversi (tempi, situazioni, uomini, strutture, culture), eppure sarebbe il momento di mettere in discussione il sessantennio che va dal 1946-48 fino ad oggi. I padri della costituzione e della democrazia italiana hanno disegnato un’Italia per l’eternità, costruita su principi usciti fuori da un obsoleto e stantio liberalismo ottocentesco, da un ascetismo astratto del vecchio popolarismo cattolico, infine da un socialismo marxista di stampo staliniano.

 

Monti e Benedetto XVI

La democrazia ed i sistemi cervellotici elettorali, fatti appunto per non funzionare, ma ottimi per generare una casta, destinata a perpetuarsi, con la successione da padre in figlio e con l’estensione, la ramificazione e il favoritismo (parenti, amici, conoscenti, legati da interessi economici e professionali), con la conclusione che la democrazia si è risolta in una forma di mafia bianca, contagiando tutte le istituzioni (bancarie, finanziarie, sociali, sanitarie, giudiziarie, mass-media, burocrazia, spettacolo, ecc.), con grave nocumento per la funzionalità, per l’efficienza e per la convenienza economica.

 

Ne consegue che un sistema politico democratico, basato su queste forme politico-partitiche aberranti, può e deve morire solo per troppa democrazia. In quei sessanta anni, di cui prima si diceva, i capi di governo, i leader dei partiti, i sindacati, i capi di correnti partitiche hanno fatto a gara per moltiplicare le forme democratiche, meglio delle rappresentazioni proporzionali ai numeri: inventarono le regioni ordinarie e a statuto speciale, aumentarono le province, istituirono le circoscrizioni, le comunità montane, i consorzi intercomunali, consentirono la moltiplicazione dei partiti e delle liste, l’abuso del referendum abrogativo. Aggiungiamo che il mandato parlamentare è rimasto del tutto libero, senza alcun vincolo alla volontà degli elettori che votano il rappresentante, con la conseguenza che un deputato eletto da una maggioranza, pur avendo accettato il programma da un partito o da una coalizione, da oggi a domani può passare ad un altro; addirittura, col cosiddetto ribaltone, un intero partito da un campo ad un altro.

Monti e Benedetto XVI

 Non parliamo delle amenità del sistema politico italiano. È possibile che un comune di 500/1000 abitanti debba essere retto da un consiglio di 10 membri? È possibile che si sia tollerato che varie regioni siano diventate autonome? Che le province, oggi, non abbiano quasi nessuna funzione? Insomma, se è vero, come è vero, almeno un milione di persone vivano di politica; già di per sé è un dato fallimentare. Un tempo si diceva: il tempo è denaro; oggi il voto è denaro. A chi tocca riformare il sistema politico italiano? Chi farnetica della reintroduzione del proporzionale, dopo una riforma voluta dal popolo e da politici di discreta levatura? Chi ha inventato il terzo polo soltanto per mettersi a piacimento dalla parte dell’uno e dall’altro schieramento? Chi affonderà il bisturi per rimuovere i tanti e gravi mali ormai cronici?

 

A questo punto parliamo del governo Monti. Da dove è venuto, chi lo ha voluto, chi lo sostiene o tollera? Agli occhi della gente, alquanto sempliciona e pronta a stravedere in uno che, pur di fare piazza pulita delle vecchie caste politiche, Monti e il suo governo sembrano diventano seri, competenti, onesti, capaci di risolvere la crisi economica e i problemi del sistema italiano. Nulla di questo. Secondo me, Monti è, in realtà, una superfetazione o peggio una metastasi del sistema partitico marcescente che, con l’avallo di una maggioranza bulgara, si è arrogata la facoltà di sospendere, commissionare, abrogare a tempo indeterminato la politica, che pure lo ha voluto o almeno non è stata in grado di ricusare, battendo la strada più percorribile delle elezioni anticipate.

Papa Pio XI

 

È poco chiara ai più, come sembra, la differenza tra politica, democrazia e partitocrazia. Ancora meno chiara la differenza tra governo politico e governo tecnico. Tutti mentono, per il semplice fatto che non hanno neppure una pallida idea sul significato della politica, risalente a Platone ed Aristostele, ma il discorso sarebbe troppo lungo. Per semplificare, qualunque atto che riguarda la collettività è politico: non esiste il governo tecnico. Ogni governo è tecnico (perché emana leggi formalmente corrette) e politico (perché esprime la volontà della maggioranza degli elettori). Aumentare le tasse, colpire il ceto medio, salvaguardare i soliti poteri forti (banche, finanze, plutocrati, confindustria, chiesa-istituzione, la magistratura), rispolverare la semplificazione burocratica, non sono atti tecnici, sono meramente politici. Sono altrettanto atti politici quelli non ancora adottati (e che mai saranno adottati), come le misure idonee per la crescita economica, il lavoro, la disoccupazione, il problema meridionale, la regolamentazione degli extra-comunitari, l’abolizione delle province, l’accorpamento di minuscoli comuni e di regioni microscopiche, l’eliminazione di una camera, la riduzione drastica del numero dei parlamentari (max. 200), dei consiglieri regionali (max. 30) e comunali (max. 20), l’abolizione dei consigli comunali per i comuni inferiori a 10.000 ab., da reggere da parte di un funzionario prefettizio; l’introduzione della gratuità o quasi (max. rimborso spese) della funzione rappresentativa.

 

Inoltre, sarebbe atto politico moralizzare quei settori-tabù che da decenni guazzano nel denaro, si beano della volgarità, delle idiozie e della vacuità, dell’inutilità e della dannosità: le banche (che si arricchiscono sui depositi dei piccoli risparmiatori), la televisione pubblica (che minuto per minuto propina sconcezze, faziosità e disinformazione, pagate dagli abbonati), il mondo del calcio (nel quale prosperano gli affari con ingaggi stellari, con le scommesse più o meno clandestine e con la fraudolenza ed il trucco delle partite), le inopportune festività e celebrazioni (contrabbandate per cultura, storia e religione); la scuola pubblica, dalle elementari all’università (che si distingue per inefficienza, per lo scarsissimo valore dei titoli rilasciati e per lo spaventoso passivo finanziario); il sistema sanitario ed assistenziale (un ramo pletorico, farraginoso, che consente l’abuso, l’imbroglio), la fabbrica del divertimento (discoteche, concerti in piazza, montagna, mare), l’amministrazione e la gestione di servizi, pubblici e privati, inficiate dal favoritismo e della finanza allegra. E si potrebbe continuare l’elenco all’infinito.

 

Inoltre, si è posto il problema dell’eticità dello stato. La cosa riuscì a Mussolini, che, indipendentemente dal comportamento privato proprio e di alcuni suoi diretti ispiratori e collaboratori, non solo volle, ma anche attuò un’etica pubblica nelle istituzioni, dalla scuola alla giustizia, dalla famiglia alla società, dall’amministrazione della cosa pubblica allo sport, allo spettacolo. In realtà, non serve a niente che alcuni personaggi, anche seri, ineccepibili, compassati, perfino funerei; difficile è affondare il bisturi nel corpo di una nazione troppo corrotta, ipocrita, fondata sull’abuso, sull’incapacità, sull’onestà individuale e collettiva.

 

Ebbene, l’uomo della Provvidenza, il veltro dantesco, il messia, la superfetazione, chiunque sia, per il momento è riuscito perfettamente ad oberare di tasse i soliti noti, i piccoli, il ceto medio, che per tradizione non è in grado di farsi sentire, non ha voce, né tanto meno non è ascoltato. Egli continuerà a legiferare ad libitum, ad imporre gravosi balzelli senza discernimento, a propinare le medicine più amare, a consigliare insopportabili sacrifici (lacrime e sangue), senza alcuna forma di dissenso parlamentare o mediatico. Non riuscirà, invece, a portare a compimento neppure una parte delle vere, essenziali e gravi emergenze, approfittando dell’eclisse o del tramonto della partitocrazia (ormai screditata e delegittimata dalle indagini giudiziarie) e del sindacalismo (contestato dalla base, ritenuta protetta e garantita). Il governo dei professori universitari, dei banchieri, dei magistrati, degli alti funzionari e burocrati, continuerà ad esprimere la volontà dei forti poteri, con l’appoggio (paradosso dei paradossi) del centro, della sinistra e della destra.