ALBERTO BENEDUCE il geniale economista del Ventennio

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Alberto De Stefani, il famoso economista di scuola liberalista, il 10 maggio 1932 in un articolo e, poco dopo, in un libro dal titolo significativo “La resa del liberalismo economico”, riconobbe il fallimento della propria filosofia. Lo sviluppo dei trust e dei consorzi sostenuti dallo stato non sembrava un prodotto temporaneo della crisi: il vecchio sistema economico si era stato trasformato irreversibilmente dalla tendenza alla standardizzazione e dal trionfo della catena di montaggio sull’individuo. La libera concorrenza non era più la forza motrice e il nuovo sistema richiedeva una rielaborazione etica e politica. Nel contesto politico-economico dell’Italia all’indomani del 1929, Alberto Beneduce, grazie alla sua preparazione tecnica e con le sue idee geniali, senza dubbio rivestì un ruolo primario nel cambiamento, ormai necessario, benché detestato dai sostenitori del libero scambio. Nominato nel 1926 presidente della “Bastogi” (la più grande società finanziaria fondata a Torino nel 1862 dal livornese conte Pietro Bastogi), quando era ministro delle Finanze nel governo Cavour, col nome di Società Italiana Strade Ferrate Meridionali, occupò una posizione di primo piano nel settore della finanza privata e svolse una funzione fondamentale nei rapporti tra i diversi gruppi finanziari ed industriali del paese. In questa ottica, fece parte di organi di gestione di numerose società, tra cui la Società Elettrica Adamello, Società Elettrica Meridionale, Società Elettrica Sicilia, Società Elettrica Ligure-toscana, Società Adriatica Elettricità, Società Forze Idrauliche Sila, Società Edison Elettricità; entrò, ancora, nel Consiglio di amministrazione della Società Montecatini e della Società Centrale. Per valutare il peso di Beneduce nella vita finanziaria nel paese alla vigilia degli anni Trenta, si bisogna tener conto di quel che egli veniva realizzando con tre strumenti, due pubblici (il Crediop e l’Icipu) ed uno privato (la Bastogi). Il primo, benché istituito nel 1919, cominciò a funzionare a partire dal 1924 ed agì nel settore delle opere di bonifica, stradali, portuali, ferroviarie, elettrificazione, trasporti marittimi, comunali e provinciali. Il secondo, istituito nel 1924, operò nell’ambito delle imprese di produzione e distribuzione dell’energia elettrica e dei servizi telefonici. L’economista casertano organizzò l’Istituto Credito Navale (1928), destinato a finanziare l’ammodernamento della marina mercantile. Nella gestione del credito pubblico, egli si ispirava al largo ricorso all’emissione di titoli obbligazionari, un’innovazione importante, quando il mercato era dominato dai titoli di stato. La gestione finanziaria privata (il terzo, la Bastogi) era agevolata dall’espansione del settore elettrico, al quale era destinata alla finanziamento degli enti pubblici da lui diretti. Beneduce, esperto o rappresentante ufficiale del governo italiano, sostenne la necessità di sistemare i debiti di guerra, annullare le riparazioni inflitte ai paesi sconfitti, consolidare i debiti a breve termine, per normalizzare i rapporti economici internazionali e stabilizzare le monete. Nel ricoprire tali incarichi, si guadagnò all’estero un grande prestigio, che rafforzò i legami di collaborazione con Benito Mussolini, specie dal 1929 al 1932. L’esperienza diretta della situazione economica permise al grande finanziere di osservare con attenzione l’evolversi della borsa italiana. Così, fu possibile impostare soluzioni tecniche quando, dopo il 1929, per limitare le conseguenze della crisi industriale e bancaria, fu necessario l’intervento dello stato, avviato ed attuato con la collaborazione dell’economista Donato Menichella (poi direttore generale dell’Istituto dal 1933 al 1938 e della Banca d’Italia dal 1948 al 1960), del chimico Francesco Giordani (poi presidente dell’Iri) e di altri esperti della finanza, portò alla costituzione dell’Iri (Istituto ricostruzione industriale, 1933) per un nuovo assetto tra banche ed industrie ed a una riforma degli ordinamenti bancari. L’intuizione geniale di Beneduce è che per primo in Italia si convinse che gli sviluppi della crisi erano anche da imputarsi alla carenza del sistema bancario, attanagliato ed immobilizzato dalla confusione tra crediti ordinari e crediti industriali. Animato da tale intento, Beneduce, per sollecitare una ripresa delle finanze, senza ulteriori erogazioni della Banca di Italia aveva promosso l’istituzione dell’Imi (Istituto mobiliario italiano, 1931). L’Iri, ideato e presieduto da lui, finalizzato ad un intervento d’urgenza, era costituito da due sezioni (Finanziamenti e Smobilizzi), con lo scopo di ottenere un risanamento bancario e gettare le premesse di un nuovo assetto del sistema bancario. Le operazioni portarono l’Iri a detenere partecipazioni in un grande numero di aziende, nei settori bancario, finanziario, elettrico, telefonico, armatoriale, siderurgico, meccanico, chimico, tessile, immobiliare, agricolo. Nel 1936 Beneduce, all’apice della fama europea di economista geniale fu colpito a Milano da una grave malattia e, benché ripresosi, le sue capacità di lavoro furono da allora compromesse. Mantenne la presidenza dell’Iri fino al 1939, nonostante le molte pressioni su Mussolini per un esonero dalla carica. Con un provvedimento del 1937, l’Istituto assunse il carattere di ente permanente e di organo della politica industriale dello stato. Dalle impostazioni e realizzazioni di Beneduce scaturirono lo sviluppo industriale e la crescita economica, ma soprattutto una nuova mentalità nei processi economici. Nel 1939, fu nominato senatore ed, in quella occasione, gli fu conferita la tessera di iscrizione al Pnf, al quale non volle mai formalmente aderire, limitandosi a manifestare devozione e solidarietà al duce. In occasione della guerra d’Etiopia, il Crediop istituì un’apposita sezione per il finanziamento delle opere pubbliche in Africa. Lasciò tutte le cariche amministrative durante la guerra e conservò solo la direzione della “Bastogi”, adoperandosi per investimenti e per assistenza finanziaria alle imprese, in particolare quelle elettriche operanti nel Mezzogiorno ed Isole, per mantenere il passo nel campo dell’industrializzazione delle regioni meridionali rispetto a quelle centro-settentrionali. Morì a Roma il 26 aprile 1944. * * * Alberto Beneduce era nato a Caserta il 29 marzo 1877 da una modesta famiglia. Iscrittosi nella Facoltà di matematica presso l’Università di Napoli, si era laureato nel 1902, entrando due anni dopo negli Uffici statistica e demografia nel Ministero di Agricoltura Industria Commercio. La particolare capacità e la solida preparazione gli aveva consentito di emergere in brevissimo tempo non solo nella carriera di alto funzionario, ma anche nella ricerca e produzione scientifica, come “La durata dei matrimoni” (1903), “Movimento della popolazione” (1907), “Tavole di mortalità e sopravvivenza” (1904), “Della natalità” (1908). Nel 1910, nominato ispettore dei Demani comunali ed incaricato di collaborare presso il Commissariato Emigrazione, aveva composto la prima opera di statistica dei rimpatri, il “Saggio di statistica dei rimpatri” (1911). Entrato come referendario nel Consiglio superiore di statistica, predispose le operazioni per il quarto censimento demografico e il primo censimento industriale, pubblicando all’uopo opere statistiche e demografiche. Conseguita la libera docenza in statistica e demografia, aveva ottenuto la cattedra nell’Università di Roma, entrando nella redazione del “Giornale degli economisti”, a fianco di Maffeo Pantaleoni e Giorgio Mortara. Passato nell’Istituto superiore commerciale di Genova (1914), aveva coltivato un particolare interesse per le materie finanziarie di ispirazione social-riformista. Quando F.S.Nitti lo chiamò a collaborare al progetto di istituzione un ente pubblico per la gestione delle assicurazioni (1911), egli si era schierato con L.Bissolati, predisponendo la documentazione per l’istituzione nel 1912 l’Istituto nazionale assicurazioni. Nel 1914-15, interventista con Nitti e Bissolati, era stato sostenitore delle democrazie occidentali ed aveva trattato i problemi economici e finanziari connessi alle necessità belliche, collaborando con Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, per l’istituzione del Consorzio per le sovvenzioni, per affrontare i problemi della congiuntura di guerra. Allo scoppio della guerra, volontario ed ufficiale in un reparto del Genio, l’anno dopo, aveva lasciato il fronte ed aveva assunto l’incarico di consigliere delegato dell’Ina. Sempre ministro di Nitti, formulò le direttive di politica economica ed i programmi di ricostruzione post-bellica, tra cui l’emissione di un prestito nazionale, la concessione delle polizze gratuita di assicurazione per i combattenti e l’istituzione ed organizzazione dell’Opera Nazionale Combattenti (di cui nei primi tempi fu presidente) istituita all’indomani di Caporetto, con lo scopo di rendere più accettabili alle truppe, frustrate sul piano fisico e psicologiche, le dure condizioni della guerra di trincea, e di promuovere uno sforzo per una concreta ricostruzione alla fine della guerra (organizzazione, bonifiche, assistenza) a favore dei reduci. Nel 1919, si era presentato alle elezioni politiche nel collegio di Caserta ed eletto per due legislazioni (1919-23), nel gruppo social-riformista di Ivanoe Bonomi e favorevole alla collaborazione con i cattolici di L.Sturzo. Entrato nel 4 luglio 1921 nel governo Bonomi come ministro del Lavoro e Previdenza Sociale, il giorno dopo Mussolini sul “Popolo d’Italia” ne lodò apertamente le capacità. Dimessosi nel febbraio 1922, preferì svolgere attività libera in vari campi: membro del Consiglio Superiore di statistica, di previdenza, di credito, presidente della Croce Rossa e della Cassa nazionale di previdenza, ma sempre con discrezione e si costruì in tal modo la solida reputazione di classico uomo super partes. Alla marcia su Roma (1922), lasciata la politica e non ripresentatosi alle elezioni del 1924, fino alla metà del 1925, era stato oppositore del fascismo, specie dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, sempre a fianco di Ivanoe Bonomi, Filippo Turati, Giovanni Amendola. Ebbene, proprio nell’anno 1925, cruciale per la politica del fascismo, segno una svolta decisiva nella carriera dell’economista più importante della prima metà del Novecento. Nel clima dei dubbi, di debolezze, di scelte tormentate, di personaggi politici, uomini della cultura e dell’arte, di pensiero e di azione, operarono il momento delle scelte di campo. Oscillando, come altri, tra il giudizio negativo sul regime, che si stava consolidando, e la speranza che il movimento rientrasse nell’alveo della legalità e fosse utile collaborare con esso. Mentre l’opposizione si disperdeva, Beneduce, staccatosi dagli amici storici, senza fare un’esplicita dichiarazione di adesione politica al nuovo corso improntato al pragmatismo ed alla ricerca del consenso, si era dedicato alle attività finanziarie pubbliche e private, che lo avrebbero portato, nel giro di un anno, ad una stretta e fattiva collaborazione col governo di Mussolini. Valendosi dell’appoggio di Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, e di Giuseppe Volpi, ministro delle finanze, nel 1926 assunta la presidenza della Società Strade Ferrate Meridionali, la “Bastogi”, la prima e la più forte nel settore elettrico, che già dal 1906, nazionalizzate le ferrovie, si era trasformata in società finanziaria. Nel discorso di Pesaro (18 agosto 1926), Mussolini si era impegnato a difendere il cambio della lira, enunciando la teoria della “quota 90” rispetto alla sterlina; l’anno dopo, dallo stesso Volpi era stato incaricato a predisporre le operazioni tendenti alla riforma monetaria. Condotto in porto l’adeguamento della lira a 92,46 rispetto alla moneta inglese (21 dicembre 1927), la sistemazione del debito fluttuante dello stato e la definizione degli accordi con le autorità monetarie britanniche ed americane, Beneduce aveva diede il suo insostituibile contributo, operando per circa un anno senza subire condizionamenti pressioni e timore reverenziale nei confronti del potere. Ricordiamo che Mussolini, il quale, ancora nel maggio 1928, protestava per la preferenza accordata da Volpi ad un “antifascista e massone”, compreso il valore dell’uomo, cominciò a nutrire fiducia, simpatia e lealtà, ricambiate da Beneduce, anche se alcuni ambienti economici e finanziari cercarono di impedire, con l’atteggiamento dei ministri G.Volpi (finanze) e G.Belluzzo (economia), l’eccessiva concentrazione di grandi gruppi finanziari sulla “Bastogi”, progettata da Giuseppe Toeplitz (direttore generale della Commerciale), rimanendone fuori Motta, Edison, Pirelli, Credito. Con la nomina di Beneduce a presidente della Bastogi, pur mantenendo autonomia detti gruppi, respiravano un’aria di intesa e di collaborazione. L’idea nuova fu che lo stato si doveva procurare i fondi per finanziare l’industria, da realizzare con una sere di istituzioni parastatali (Icipu, Credit, Icn) nel decennio 1929-39, e Beneduce alla guida dell’Iri diresse la politica di assorbimento delle banche e dell’industria pesante. Lo storico inglese Adrian Lyttelton, dando ragione a De Stefani, ha riconosciuto che Beneduce fu il precursore della nuova economia.