TERRA DI LAVORO Il territorio ed il nome nella storia

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Il nome di questa nobile ed antica provincia evoca immediatamente il concetto della profusione di energie intellettuali e manuali, che potenziarono le doti naturali di una terra fertile, amena ed ideale per l’insediamento umano sin da tempi remotissimi. La storia e la leggenda si sono fuse, dando vita ad un binomio indissolubile sperimentato e consolidato da Opici, Etruschi, Sanniti, Romani, Longobardi e, via via, Normanni, Angioini, Aragonesi… Ognuno di essi aggiunse o tolse qualcosa, ma la feracità della terra diventò un mito per tanti e tali prodotti dello spirito, della cultura, dell’arte, del suolo e della terra, della storia, segnata da eventi fondamentali per la civiltà, per le istituzioni, per gli uomini che si distinsero per qualità spirituali, mentali e morali. Notando, riprovando e denunciando lo stridente contrasto tra il passato e il presente, chiunque rischierebbe di intraprendere un cammino su un terreno minato, avvelenato (non solo in senso metaforico) e calarsi in una realtà degradata, dealbata, scesa ai posti ultimi per economia, ordine pubblico, cultura, civismo, in una parola, per la cosiddetta “qualità di vita”. Ma se ne sono contenti un po’ tutti, amministratori, imprenditori, politici, intellettuali, uomini, donne, anziani, giovani, operatori e manipolatori degli apparati mass-mediali, non occorre cambiare; in caso contrario, sarebbe il momento che qualcuno si svegliasse da un letargo di pigrizia, indolenza, assuefazione e suonasse un campanello di allarme, prima che sia troppo tardi. Accingendomi ad affrontare il tema, ritengo opportuno fare due premesse, entrambe di carattere storico. La prima è che la data 2 gennaio 1927 segna un evento fondamentale, la soppressione della provincia ed i conseguenti smembramento ed incorporazione del territorio nelle circoscrizioni di Napoli, Benevento, Campobasso, Frosinone e Roma. I motivi di tale provvedimento del governo fascista, come ha osservato di recente lo storico Silvano Franco “non si può dare un giudizio definitivo sulle ragioni che determinarono tale decisione”; tuttavia, nel convincimento che almeno una convincente spiegazione ci sia, in altra sede ritornerò su questo tema. La seconda è che, paradossalmente , la ricostituzione della provincia, per effetto del decreto luogotenenziale dell’11 giugno 1945 firmato da Umberto II, fu l’ultimo atto di una sistematica politica di ridimensionamento del territorio casertano, avviata sin dal primo Ottocento. Allora, infatti, Giuseppe Napoleone istituì la provincia di Napoli (1806), ricavandola dalla Terra di Lavoro; proseguita nel 1858, con la costituzione delle province di Avellino e Benevento, anch’esse ritagliate dal nostro comprensorio; e ripresa in età postunitaria (1861), quando il governo italiano trasferì i circondari di Venafro e Castellana a Campobasso e quelli di Cerreto, Solopaca e S.Agata dei Goti a Benevento. Quanto al decreto mussoliniano, esso aggregò il circondario di Sora alla neonata provincia di Frosinone e quello di Gaeta (comprendente finanche i comuni di Fondi, Itri e Ponza) alla provincia di Roma; in seguito alla bonifica della pianura pontina ed alla fondazione di Littoria, quest’ultimo circondario passò a far parte della nuova provincia, l’attuale Latina. Persino il provvedimento di ricostituzione, datato 11 giugno 1945 e firmato da Umberto II, le restituì sette comuni del Molise (tra cui Capriati, Gallo, Prata Sannita), sedici del Sannio (tra cui Alife, Caiazzo, Piedimonte, S.Gregorio), trentadue della provincia di Napoli (tra cui Arienzo, Aversa, Capua, Caserta, Castelvolturno, Grazzanise, Maddaloni, Marcianise, Mondragone, S.Maria a Vico, S.Maria C.V., S.Maria la Fossa, Sessa Aurunca, Sparanise, Teano, Villa Literno); ma le negò i comuni d’oltre Garigliano, da Minturno a Fondi, che restarono alla provincia di Latina, e quelli del Frusinate che prima ne facevano parte. Esso ricostituì ufficialmente la “Provincia di Terra di Lavoro”, quando la dizione che si fece sempre più strada fu quella asettica ed antistorica di “Provincia di Caserta”. È opportuno precisare che la Campania attuale comprende varie micro-regioni, le quali conservano i loro nomi storici, Sannio, Irpinia, Cilento, Campi flegrei, Paesi vesuviani, Terra di Lavoro, ognuna con caratteristiche geografiche e socio-economiche peculiari. Il nome stesso Campania, per inciso, non nacque per designare una regione, ma le genti che abitavano la pianura di Capua; dall’etnico Capuanus, si passò a Campanus, derivato dall’aggettivo greco Kampanòs, il cui calco latino presenta la consueta ritrazione dell’accento. Il termine Campania ha subìto, nel corso del tempo una serie di dilatazioni territoriali, per cui dalla micro-regione che esso designava nell’antichità preromana (ager Campanus) passò, già in epoca romana, ad indicare i territori a nord e a sud di Capua, vale a dire anche l’Agro Falerno e il Campo Stellate a nord del Volturno, i Campi flegrei, l’area vesuviana, la penisola sorrentina, l’agro nolano-nocerino, da Sinuessa e Sessa fino a Nola, Nocera e Pompei, comprese Cuma, Pozzuoli e Napoli, le città costiere che, in età flavia, cominciarono a fare concorrenza a Capua nei traffici commerciali, specie dopo la costruzione della Domiziana, che bipassò l’antica Appia, fino ad allora percorso obbligato per raggiungere Pozzuoli da Capua mediante la Consolare campana. Piena ragione ha ??? Galasso che considerò “la provincia un creartura assai più della storia che della geografia. Ebbene, per tornare a Terra di Lavoro, quanto più si dilatava la Campania, tanto più faceva capolino un altro toponimo, la Leboria, attestato solo in Plinio il Vecchio che, nella sua opera enciclopedica “Storia naturale”, per designare l’area flegrea, usa le espressioni “terrae Leboriae” e “Leborini campi”, dalle quali trae (per origine e spiegazione) la nostra “Terra di Lavoro”. Esso ha presto grande fortuna e, benché se ne ritrovi traccia solo nell’alto medioevo, a quell’epoca ancora indica l’antica Campania augustea, vale a dire la pianura attraversata dal medio corso del Volturno e la zona costiera da Sinuessa a Napoli. Secondo J. Beloch, “il nome ha designato una zona sempre più estesa ed ha finito coll’abbracciare tutta la pianura campana e la bassa valle del Liri, l’attuale (1890, nda) Terra di Lavoro”. L’identificazione di Leboria con Terra di Lavoro risale all’età rinascimentale, quando l’umanista Flavio Biondo ed il geografo Scipione Mazzella intesero “Terra Laboris” come una corruzione delle pliniane “Terrae Leboriae”. In realtà, la spiegazione più ovvia non sembra molto convincente, in quanto “e contrario” lo stesso Plinio, accorto e preciso, traendolo dall’onomastica locale e popolare, avrebbe riportato direttamente “terra laboris”, senza dare l’impressione di introdure un nuovo toponimo, ma solo rilevare la coincidenza tra Leboriae e Phlegraeum, mentre stranamente nessun geografo greco designa il detto territorio con quel toponimo; per questi motivi non vedo nessuna relazione tra Leboria e labor. Il poco apprezzato F.M.Pratilli, senza dirlo esplicitamente, nella “Via Appia” si avvicina molto alla verità, quasi suggerendo al lettore che il nome Liburia appaia un semplice calco dell’aggettivo greco Phlegraeum, con la caduta della fricativa iniziale e la l’inserimento di una fievole, con un risultato linguistico del tipo Legureo / Leburio, poi la forma semplificata Leburia. La lezione Liguria, come si vedrà chiaramente abbastanza attestata, dovrebbe confermare l’ipotesi della trasformazione del nome dal greco in latino, per cui i Campi laborini non sarebbero altro che il Campi flegrei. Il primo documento ufficiale nel quale compare questo nome è il patto stipulato nel 786 tra il principe beneventano Arechi e il duca bizantino di Napoli, riportato da Bartolomeo Capasso. L’uso del termine è diffusissimo nei cronisti medievali, da Erchemperto all’Anonimo Cassinese, fino a tutto il X secolo e le lezioni “Terra Laboris” e “Terra Laboriae” si generalizzano nei documenti ufficiali di età normanna. Infatti, quando nel 1036 Sergio IV di Napoli, per ricompensare Rainulfo Drengot dell’aiuto prestatogli contro Pandolfo di Capua, gli cedette in feudo la “Terra di Averze”, l’abile principe fortificò ed ampliò il feudo a spese dei confinanti e il nipote Riccardo non esitò a fregiarsi del titolo di “comes Liguriae Campaniae”, avendo in pratica la neonata contea di Aversa gli stessi confini dell’antica Liburia pliniana. Anche la fortuna della lezione “Terra Laboris” (affermatasi per una paretimologia dal lat. labor) sembra non conoscere limiti; nel XII sec. abbraccia tutti i nuovi acquisti normanni, come i principati di Capua e di Salerno e il ducato di Napoli. Infatti, il regno di Ruggero nel 1130 risulta diviso in tre grandi giurisdizioni: Apulia, Calabria e Terra Laboris; quest’ultimo toponimo soppianta del tutto il termine Campania che, per paradosso, passò a designare il medio Lazio da Cassino a Roma. Per questo motivo, nel Cinquecento, per indicare la Campania storica, le vengono giustapposti gli aggettivi antica, vetus o felix. Leandro Alberti, erudito bolognese del Cinquecento, parlando di Terra di Lavoro, cerca di spiegarne l’origine risalendo alle citazioni pliniane, seguito in ciò anche da Giovanni Antonio Magini. Nel frattempo, Scipione Mazzella, nella sua Descrizione del Regno di Napoli, riporta, a conferma di questa tesi, la denominazione “Terra Leboris vel Campania felix”. Quanto alla cartografia, tralasciando gli itinerari medievali, in cui figura costantemente la legenda “Terra Laboris”, nella carta d’Italia del 1449, l’indicazione “Tera de Lavoro” è posta lungo la costa tra Gaeta e Salerno. Anche nella “Carta del Regno di Napoli”, redatta da Paolo di Cagno (1582), compare la “Terra di Lavoro”. Fondamentale è, tuttavia, la carta di “Terra di Lavoro olim Campania felix” del Magini (1620) che, pur escludendo il Cilento, comprende il basso Lazio e il Molise. Di derivazione maginiana è l’atlante di Antonio Bulifon, pubblicato a Napoli nel 1692, la cui tavola intitolata “Campagna Felice” riporta un territorio più ristretto, nel quale, in compenso, figurano città e casali. L’arrivo a Napoli del cartografo padovano Antonio Rizzi Zannoni, incaricato dai Borbone di redigere l’”Atlante geografico del regno”, segna l’inizio di una fase più scientifica della cartografia nel Mezzogiorno e la sua tavola di Terra di Lavoro (fine Settecento), costituisce il modello per tutte le riproduzioni cartografiche delle epoche successive. Al decennio francese si deve anche un nuovo assetto territoriale della regione. Giuseppe Bonaparte nel 1806 istituisce la provincia di Napoli e divide Terra di Lavoro in tre distretti: S.Maria, Gaeta, Sora; e Gioacchino Murat, nel 1811, ridefinisce il confine tra Terra di Lavoro e provincia di Napoli, assegnando a quest’ultima una decina di comuni (tra cui Fratta Minore, Grumo Nevano, S.Arpino, Caivano, Giugliano) e compensando Terra di Lavoro con tre comuni del Beneventano (Santagata dei Goti, Arpaia, Airola). Il ritorno dei Borbone comportò ulteriori ritocchi in materia, soprattutto per motivi di giurisdizione amministrativa nei vecchi comprensori: una legge del 1816 attribuisce duecentoundici comuni a Terra di Lavoro e un provvedimento del 1858, istituendo le province di Avellino e Benevento (1858), ridimensionò alquanto Terra di Lavoro. Sulla stessa linea poi si mosse, in sostanza, lo stato unitario.