BERNARDO TANUCCI tra storia e storiografia

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

B.Tanucci TanucciSarebbe veramente difficile immaginare il regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, senza il ministro Bernardo Tanucci e la sua vasta, lunga, incisiva, coerente azione svolta in tutti i campi del governo. Il giovane re, benché intuitivo, geniale, equilibrato e saldo di personalità, trovò in Tanucci non solo un validissimo collaboratore e consigliere, ma un alter ego, per cui entrambi operarono con tali sintonia, intesa, sinergia, che la maggior parte degli storici hanno parlato di dipendenza e di sudditanza. Spesso la realtà effettuale è troppo semplice per gli studiosi profondi, magari mossi dalla ricerca a tutti i costi di risvolti visti o immaginati, influenzati nel bene e nel male dai colleghi precedenti (per il vezzo di seguirli o di confutarli) o peggio dalle mode, dalle ideologie, dal conformismo, dalla simpatia e dall’antipatia. Nella convinzione mia personale (che non esiste l’obiettività nel mestiere dello storico), sostengo che la valutazione più idonea ed equilibrata è quella che si attenga ai fatti, come fecero Polibio, Machiavelli, Vico, Volpe, che, nell’esporre gli eventi, le cause e gli effetti, rimasero freddi e, di conseguenza, risultarono sgraditi. Gli storici pragmatisti di scuola anglosassone, seguendo i predetti maestri, talora aridi, elementari, essenziali, perfino lapalissiani, non piacciono alla scuola storiografia neolatina, che invece ama le passioni, gli odi, le tesi, le antitesi, i teoremi; raramente il verosimile, quasi mai la verità. Pur essendo superfluo ribadire che il rapporto tra Tanucci e Caserta sia stato sufficientemente chiarito e valutato in più occasioni e in vari saggi, non guasta ricordare i grossi debiti di Tanucci alla città della reggia, non solo per i contributi di idee, di iniziative, di frequenza del luogo, sia per il controllo delle varie fasi della fabbrica, sia per i contatti con Luigi Vanvitelli e con gli artisti che lavorano nel palazzo e nel giardino, sia per gli atti amministrativi che siglò nella città, come l’istituzione dell’Accademia Ercolanese (1755). Ebbene, negli anni immediatamente successivi all’unità nazionale, quando le autorità municipali proposero l’intitolazione dell’appena fondato liceo classico cittadino al ministro toscano, che operò più e meglio a Napoli e a Caserta di tanti campani, il ministero della Pubblica Istruzione rifiutò e si optò per Pietro Giannone, degnissimo storico, ma per nulla distintosi a Caserta. L’intitolazione di una strada non si nega a nessuno e costa poco, ma il geniale statista avrebbe meritato ben altri riconoscimenti più concreti e duraturi.

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Bernardo Tanucci era nato a Stia, in provincia di Arezzo nel 1698. Formatosi negli studi umanistici e nella dottrina giuridica, diventò uno dei più famosi giureconsulti d’Italia dell’epoca, motivo per cui fu chiamato ad insegnare nell’Università di Pisa. In quel periodo, grazie alla vivace polemica col matematico Guido Grandi su una questione di diritto romano ed alla pubblicazione di memorie di natura politico-giuridica, diventò famoso in particolare a Napoli e Carlo lo volle presso di sé, prima come consigliere del sovrano, poi ministro della giustizia, poi degli affari esteri e della Casa reale. Egli, vissuto nel secolo dell’illuminismo e del riformismo, fu fautore d’innovazioni politiche e sociali, che trasformarono nel giro di tre decenni le arretrate e caotiche condizioni del regno, dopo un secolo di politica conservatrice, attuata dal regime vicereale con colpevole fiacchezza nei confronti delle classi privilegiate, aristocrazia, chiesa e feudalità. Egli, per rinnovare l’amministrazione, scelse validi ed onesti funzionari, risanò la dissestata economia, coltivò per sincero impulso il ceto degli intellettuali, attuò una politica di opere pubbliche grandiose, lottò con fermezza gli abusi della chiesa e della feudalità. L’attività intrapresa continuò ancor più intensamente dopo che il potente ministro, passato Carlo in Spagna (1759), diventò l’arbitro assoluto della politica innovatrice. Nel periodo della reggenza per il minore Ferdinando IV, caddero la cacciata dei Gesuiti dal regno, la ripresa decisa dell’economia e delle finanze, il progressivo indebolimento della feudalità, la costruzione della reggia di Caserta e di altri monumentali edifici. La vasta e fervida attività riformatrice del celebre statista contribuì a farlo considerare il principale artefice del regalismo meridionale. Nel pieno di quest’azione decisa ed oculata, mirante alla costruzione di un ordine nuovo, di un’efficiente funzionalità, di un’inconcepibile straordinaria dignità e di un irrepetibile splendore culturale ed artistico, dopo l’uscita dalla minorità di Ferdinando (1767), la moglie viennese Maria Carolina, tenace fautrice della politica filo-austriaca, avendo preso facilmente il sopravvento sul marito, alquanto indolente ed ignorante, adducendo a pretesto alcune irregolarità nella fase dell’ incameramento dei beni espropriati ai gesuiti, decise di congedare Tanucci, sostituendolo con il marchese Giuseppe Beccadelli, poi con il marchese Domenico Caracciolo ed, infine, con l’inglese John Acton: allora, il grande statista si ritirò a vita privata in una villa presso Napoli, dove morì nel 1783. Con più risonanza sollevarono consensi e dissensi le riforme attuate da Tanucci nel campo ecclesiastico, coinvolgendo un rapporto delicato, secolare e destinato a rimanere determinante nel futuro. Tanucci, avversario tenace del primato e dell’assolutismo pontificio e sostenitore di una radicale riforma della Chiesa, adottò provvedimenti drastici, come l’abolizione del Sant’Ufficio (che rimase in Sicilia) e del privilegio del foro civile e penale per gli ecclesiastici; volle salvaguardare i diritti dello stato, avocando al sovrano la collazione dei benefici maggiori, la vigilanza sui rapporti tra vescovi e Santa Sede ed il controllo sugli atti dei ministri del culto. L’espulsione dei Gesuiti, la chiusura di parecchi conventi, l’eliminazione della manomorta e la forte riduzione delle innumerevoli decime fecero passare Tanucci come pervicace anticurialista; eppure, da un lato egli lamentò la scarsa efficacia delle sue riforme, pur attuate con acrimonia e radicalismo, dall’altro numerosi osservatori lo giudicarono un nemico della religione e della Chiesa, cosa storicamente non esatta.

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La storiografia su Tanucci fu abbastanza precoce. Il primo a valutare l’uomo e la sua azione fu Vincenzo Cuoco, l’autore del famoso “Saggio sulla rivoluzione napoletana” (1801), nelle considerazioni del quale si coglie senza troppa fatica una contraddizione di fondo, tipica del metodo storico. Egli appare il fermo e lucido oppositore delle stravaganze e delle intromissioni della giovane regina che, per la netta divergenza in materia di politica internazionale, decretò il licenziamento in tronco (1776) del potente ministro, d’altronde considerato amico di Carlo di Borbone e l’uomo al quale più dovette il regno. Ma, accennando a contrasti anche tra lui e il re sul tema della politica di potenza e dell’irrobustimento della forza militare, considerò Tanucci “più diplomatico che militare”, anzi “ignorava che la milizia è la sola che fa ottenere vantaggiosi trattati”; inoltre, “aveva confuso il potere amministrativo e il giudiziario”, riconoscendogli, però, il merito di aver imposto la legge che “obbligava i giudici ad emettere sentenze non capricci”. Esprimendo il giudizio complessivo sul re Carlo, dichiarò che “fece grandissimi beni ed al regno, ma avrebbe fatto ancora meglio, se molti ministri non avessero seguito l’antica politica spagnuola”, facendo chiara allusione a Tanucci. Dopo una trentina di anni, Pietro Colletta, autore della “Storia del reame di Napoli” (1830), il profilo dell’uomo politico è più articolato e profondo. A parte “i freddi calcoli del marchese Tanucci e del generale Acton”, per cui la monarchia napoletana, proprio grazie a quei calcoli “correva verso l’assoluta potenza”, Colletta riconosce al potente personaggio un ruolo di grande rilievo, anche se il giudizio sullo statista sembra aspro e non ispirato a simpatia. Soffermandosi sulla biografia di Tanucci e sulla formazione giuridica, “la nomina a ministro per la giustizia fu il primo atto del nuovo re”, nomina in verità anticipata, ma felice sia per la persona capace, sia per la persona, sia per i tempi adatti e maturi di un’azione decisa in campo di giustizia. Anzi, Colletta disapprovò la limitatezza della riforma, mentre in modo esplicito apprezzò l’azione di Tanucci “contro la feudalità ed il papismo”. Condividendo il giudizio di Cuoco, in quanto “trascurava le milizie, ignorava l’economia politica, la finanza e l’amministrazione, era un uomo del passato, curiale ed assolutista”, Colletta dichiarò che “la fama a lui derivò dalla resistenza ai pontefici, dallo scuotere della feudalità, dall’onesto vivere, dai piacevoli costumi e dalla lunga pace, benigna valutatrice degli errori dei governanti”. Anche sul periodo della reggenza per Ferdinando IV, Colletta evidenziò i pregi e i limiti di Tanucci, diventato a suo parere monopolizzatore del potere, e criticò la soggezione nei confronti della politica spagnola; d’altro canto, egli diede al suo giurisdizionalismo un tale fondamento che “il re, divenuto maggiore in libera sovranità, non poteva disfare le cose fatte, senza produrre danni e disordini, grazie al senno di un solo uomo, il Tanucci”. Con perspicacia, Colletta capì che l’estromissione del ministro non fu determinata dall’invadenza della regina, ma dall’esaurimento della capacità riformatrice, dopo quarantatrè anni di governo con poteri di principe. Nino Cortese nella “Storia del reame di Napoli di P.Colletta” (1957), dopo avere evidenziato che il giudizio formulato da Colletta sulla base delle fonti disponibili, risentiva troppo del clima post-napoleonico, secondo la mentalità ed i sentimenti della generazione, che di quella linea e di quell’orientamento assunse l’eredità culturale, morale e politica, vissuta alla luce di idee e tempi nuovi; da qui le luci e le ombre, che nel Tanucci emergono dalla diversità dei momenti storici. La riflessione di Colletta contribuì a delineare un giudizio più pregno di elementi politici ed ideologici, suggeriti dallo storicismo romantico, che di sforzi filologici e critici nello stile del razionalismo illuminista. L’impegno di tal genere doveva nascere, a proposito di Tanucci, solo in età positivistica, dopo che, dissoltosi il pathos della storiografia di Cuoco e di Colletta e svanita quell’immagine eroica e romantica, la storiografia finalmente diventò attenta più alle vicende diplomatiche che alla storia interna del regno. Michelangelo Schipa nel “Regno di Napoli al tempo di Carlo” (1904) è il primo che contestò l’opinione generale e diffusa, per la quale il nome di Tanucci, strettamente legato a quello di Carlo, fu la personificazione di tutto il governo del tempo, mentre l’importanza effettiva del ministro si affermò dopo la partenza del re Carlo, dopo la caduta di Giovanni Fogliani (1755). Egli confutò egualmente la bontà dei risultati riconosciuti: la costante subordinazione di Napoli a Madrid, la scarsa importanza di Tanucci nel periodo del regno di Carlo e la sua subordinazione a lui per la reggenza sono affermate con perentorietà. Anche per le riforme, Schipa espresse un chiaro concetto limitativo e negò perfino la gloria di Tanucci per l’abolizione della chinea. Pur vero è che tali considerazioni, sia pur documentate ed attente, sembrano maturate nel clima post-risorgimentale, incentrato ormai sul problema italiano, per cui la sua opera ebbe “un carattere nazionale educativo”. Schipa, nel valutare l’opera dei primi Borbone, dichiarò che “fallirono le sue speranze di napoletano, ma in compenso si confortò il suo sentimento d’italiano”. Benedetto Croce, nella temperie dell’idealismo del primo Novecento, attuò un forte recupero della configurazione storiografica del più rinomato statista settecentesco. Nella “Storia del regno di Napoli” (1949), il filosofo abruzzese seguendo in sostanza la tradizione liberale ottocentesca, confuta con fermezza la svalutazione operata da Schipa ed afferma chiaramente che gli anni di Carlo furono di risoluto progresso. Rifacendosi a Colletta, Croce considera positiva la figura di Tanucci, che ebbe il merito di aggregare il nucleo illuminato ed operoso della nobiltà, di difendere la moralità e lo spirito religioso, di scegliere con oculatezza amministratori e burocrati e di essere mecenate di intellettuali e artisti. Negli anni tra le due guerre, la storiografia tanucciana segue molto più Croce che Schipa, penso in particolare ad E.Pontieri, a G.Nuzzo, ad A.Pannone, a C.Losurdo. Durante e subito dopo la seconda guerra, si fece strada una riflessione più documentata e, sulla base dell’epistolario, fu esplorato il campo prima da F.Nicolini e da M.D’Addio, che fornirono il materiale, poi da F.Venturi (“Settecento riformatore”, 1962) e da R.Ajello (“La civiltà napoletana”, 1980 e “B.T. statista e giurista”, 1988), ai quali si deve la più rilevante innovazione della storiografia tanucciana. Per merito loro, il problema storiografico si sposta nettamente: non si tratta più di individuare successi o fallimenti, ma di vedere che cosa e in quale realtà storica, sociale e culturale effettivamente abbia operato, pur tra limiti e contraddizioni. Già dal 1734, nello sviluppo lineare del riformismo borbonico, i due storici individuano le fasi di dinamismo e di stasi, secondo una dialettica articolata, come ogni realtà storica; inoltre, aumentando le conoscenze relative all’economia, società e cultura del Settecento, la figura di Tanucci esce sempre più definita ed autonoma. L’azione di governo, in particolare, si precisa dall’emergere di equilibri articolati e differenziati in un panorama variegato di rapporti politici, culturali e personali e dall’approfondimento dei contatti tra governo, Tanucci e ceto intellettuale, rivelatisi estremamente produttivi ai fini dell’azione innovatrice.