La soppressione della provincia di Caserta Il provvedimento fascista rimane ancora inspiegabile

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

A.Padovani G.AmendolaN.SansanelliP.FedeleIl 26 maggio 1927 Benito Mussolini pronunciò alla Camera dei Deputati uno dei discorsi più significativi per il consolidamento del regime, passato alla storia come il discorso dell’Ascensione. Dopo aver proclamato l’istituzione di diciassette nuove provincie (Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni – od. Enna, nda – Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Terni, Varese, Vercelli, Viterbo), annunciò la soppressione di una provincia, quella di Terra di Lavoro, fino all’anno precedente era stata la più vasta della Campania ed una delle più estese d’Italia: “C’è stata una provincia soppressa che ha dato spettacolo superbo di composta disciplina, Caserta, che ha compreso che bisogna rassegnare ad essere un quartiere di Napoli”. Proseguendo, il capo del governo sembra voler fornire una giustificazione di ordine pubblico: “I mazzoni sono una plaga che sta fra la provincia di Roma e quella di Roma, ex Caserta: terreno paludoso, stepposo, malarico, abitato da una popolazione che fin dai tempi dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di latrones.” Elencati i reati commessi in quella provincia dal 1922 al 1926, disse con toni propri del Cicerone giovane all’epoca delle Catilinarie: “Ho mandato un maggiore dei carabinieri con questa consegna: liberatemi da questa delinquenza col ferro e col fuoco! Questo maggiore ci si è messo sul serio. Difatti, dal dicembre ad oggi, sono stati arrestati nella zona dei mazzoni 1.699 affiliati alla mala vita e nella zona di Aversa 1.268. I podestà ed i combattenti di quella regione sono esultanti. Io ho qui un plico di telegrammi, lettere, ordini del giorno, documenti, con i quali la parte sana di quella popolazione ringrazia le autorità per l’opera necessaria d’igiene”. La soppressione della provincia di Caserta era stata decisa con il rdl 2 gennaio 1927, firmato da Vittorio Emanuele III, B.Mussolini, A.Rocco e pubblicato nella GU in data 11 gennaio 1927. Il decreto contiene il provvedimento solo in forma implicita; infatti, solo nell’art. 11 recita: “Con decreto del Ministero Interno sarà provveduto alla nomina di una Commissione straordinaria presieduta dall’ex Prefetto e da un rappresentante delle cinque provincie fu ripartito a norma dei precedenti articoli il territorio della soppressa provincia di Caserta con l’incarico di attendere alla continuazione del funzionamento dei servizi della cessata A.P. di Caserta”. Qualcuno ha visto in questa forma eccessivamente burocratica un machiavellismo: d’altro canto, la giustificazione tardiva è sembrata strumentale, in quanto il problema vero, o falso o gonfiato per l’occasione, la spiegazione è debole, proprio perché i dati trionfalistici comunicati il 26 maggio, ma riferiti appunto tra il dicembre 1926 al maggio 1927; sarebbe stata una giustificazione a posteriori. La dietrologia è una scienza affascinante, ma non ha fondamenti. Nell’occasione della soppressione della provincia di Caserta, anche recentemente qualche studioso, come Silvano Franco, serio, documentato e sufficientemente antifascista (1990), è stato costretto ad ammettere che non ci sono spiegazioni ed a concludere che “non si può dare un giudizio definitivo sulle ragioni che determinarono tale decisione”. La tesi, che si protrae da sessanta anni, della punizione della classe dirigente locale, incapace, tiepida, litigiosa, anafascista, addirittura antifascista, è un tipico atteggiamento conformista, resistenziale, acritico, ottuso; è, insomma, troppo comodo addossare tutte le colpe a Mussolini. La teoria aberrante del male assoluto, formulata da un politico rinnegato ed arrivista, è null’altro che l’assoluta mancanza di dimestichezza con la storia. Se non bastasse la spiegazione “funzionalista”, contenuta nel decreto ormai famoso, secondo il quale i provvedimenti adottati rientravano in un quadro di assetto amministrativo, sia le aggregazioni sia le scorporazioni di comuni e capoluoghi, rispecchianti tempi alquanto lontani e, tutto sommato, più semplici e meno drammatici di oggi. Ma, se vogliamo cercare una causa occulta, una ce n’è, ed è fin troppo evidente, proprio nelle parole di Mussolini pronunciate nel 26 maggio 1927: “Caserta ha capito che si deve rassegnare ad essere un quartiere di Napoli”. Frase, diciamo chiaramente, non troppo sibillina: sottintende forti spinte espansionistiche di Roma, Napoli e Frosinone, una specie di spiegazione “cui prodest” a posteriori, risultando rilevanti i vantaggi tratti dalle provincie limitrofe. Poi, c’è l’altra frase subito prima “Caserta ha dato spettacolo superbo di composta disciplina”. Oggi per molto meno si occupano ferrovie e strade, fabbriche e municipi, si proclamano scioperi generali, si ricorre al vandalismo e si arriva perfino alla guerriglia urbana. Il lettore, risentito e scandalizzato, dirà che c’era la dittatura e non c’era libertà. Lo so bene, ma, attenendoci ai documenti, il periodo “Terra di Lavoro” del 22 dicembre 1926 scrisse che cinque giorni prima i componenti della Federazione Provinciale ed i deputati della provincia, accompagnati dall’on. Gian Alberto Blanc, segretario federale, erano stati ricevuti da Mussolini. Furono presenti, tra gli altri, il dott. Stefano De Simone, il prof. Filippo Saporito, il ministro della P.I. prof. Pietro Fedele, gli on. Fulco Tosti di Valminuta, Giuseppe Pavoncelli e l’avv. Paolo Greco. Il federale Blanc confermò la saldissima fede, la ferrea disciplina e l’assoluta devozione al Duce, che si mostrò soddisfatto per l’opera svolta compiuta e per i risultati raggiunti dalla Federazione. Il duce precisò che il provvedimento di smembramento della provincia era stato attuato per alti fini d’interesse nazionale e che la prova di patriottica dedizione data dalla popolazione di Terra di Lavoro è stata apprezzata dal governo; infine, dall’unione con Napoli, a Caserta sarebbero venuti incrementi e sviluppi maggiori. A parte dittatura e democrazia, uomini simili, di tanta levatura culturale, scientifica e morale, che avrebbero dovuto fare di fronte ad una decisione del governo? Mi sembra alquanto debole la tesi “punitiva” nei confronti della classe politica casertana poco fascista, litigiosa, dilaniata dai conflitti degli interessi e dalle gelosie. Nel 1920 in Terra di Lavoro contava venti sezioni fasciste con tremila iscritti. La storiografia ufficiale rileva una ridotta portata del fascismo meridionale in generale, spiegabile con le diverse situazioni sociali, storiche e culturali rispetto al settentrione, più ideologizzato specie per la massiccia presenza del socialismo nella classe operaia. Certamente, nell’estesissima provincia, il primo elemento di spicco è il dissidio tra fascisti e nazionalisti, gli uni capeggiati da Aurelio Padovani, giovane fascista idealista napoletano di marcata tendenza radicale e socialista, gli altri da Paolo Greco, colonnello dell’esercito e nazionalista, originario del Cilento. L’entità del contrasto è dimostrata dalle continue sostituzioni ai vertici della provincia, nel giro di tre anni (1923-26) si avvicendarono come segretari o commissari federali Raffaele Di Lauro, Riccardo Mesolella, Ottavio Marinoni, Claudio Colisi Rossi, Bernardo De Spagnolis, Gian Alberto Blanc e come prefetti Gennaro Bladier (1923) e Bonaventura Graziani (1924). Il nuovo sistema elettorale definito dalla legge n. 2444 del 18 novembre 1923 e dal successivo rd n. 2694 del 13.12.1923, più nota come “legge Acerbo” (dal nome del deputato abruzzese e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, docente universitario di economia agraria a Roma, poi ministro e membro del Gran Consiglio, il 25 luglio 1943 votò l’odg Grandi e fu condannato a morte in contumacia a Verona), in base alla quale la lista prevalente (maggioranza relativa) avrebbe assorbito i 2/3 dei seggi, mentre l’altro 1/3 sarebbe stato ripartito proporzionalmente alle altre liste. Prima delle elezioni politiche del 1924, è opportuno delineare le posizioni della stampa locale. In Terra di Lavoro si contavano una decina di testate, tra cui “Terra di Lavoro” (Caserta, dir. E.De Leonardis), “Unione” (Caserta, dir. Emilio Musone), “Giornale della Campania” (Caserta, dir. Silvio Torre), “Nuovo Giornale d’Italia” (Cassino, dir. Raffaele Valente), “L’ardito” (Aversa, dir. Arturo Fabozzi) e “Stampa Nuova” (Capua, dir. Leone De Magistris), tutte filogovernative e fasciste; “Charitas” (Aversa, dir. mons. Giuseppe Morano) e “Campania Missionaria” (Aversa, dir. Luigi Dell’Aversano Orabona), religiose e simpatizzanti per il regime; “Corriere Campano” (Caserta, dir. Raffaele Numeroso), filopopolare; gli altri periodici erano fogli di categoria o umoristici; non risultano giornali di opposizione. Come appunto il prefetto Bladier riferì a Mussolini in data 23 giugno 1923, tutti i giornali della provincia erano favorevoli al governo; l’unico fatto increscioso era stato l’incendio della tipografia dell’ ”Unione”, organo dei fascisti oltranzisti filopadoviani, in occasione di una polemica più accesa del solito esplosa con i sostenitori di Greco. In ogni caso, la provincia era “tranquilla e fiduciosa nell’opera restauratrice del capo del governo”; questo dovrebbe smontare la tesi che la classe dirigente, gli intellettuali, i professionisti e le gerarchie religiose erano allineati alla tendenza governativa, In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 gli schieramenti in provincia erano netti: la lista nazionale (candidati Gian Alberto Blanc, Antonio Casertano, Pietro Fedele, Paolo Greco, Riccardo Mesolella, Giuseppe Pavoncelli, Fulco Tosti, Achille Visocchi), la lista fiancheggiatrice (guidata da Angelo Pezzullo, Raffaele Chiarolanza ed Ettore Epifania), la lista dissidente (presentata da Aurelio Padovani) fu rigettata per vizio formale; l’opposizione era costituita da socialisti (Vittorio Pollini), popolari (Clemente Piscitelli), comunisti (Giovanni Amendola), centristi nazionali (Aristide Carapelle). Quanto ai risultati, la nostra provincia, assegnando al “listone” il 73% dei suffragi (33 seggi) ed all’opposizione il 27% dei voti (16 seggi), si dichiarò una delle circoscrizioni più “fasciste” dell’Italia. Tutti i candidati della lista vincente furono eletti, primo tra tutti P.Greco (con circa 60.000 preferenze, un plebiscito), secondo R.Mesolella (circa 40.000), terzo P.Fedele (circa 30.000). Per tentare di ricostruire il clima politico e sociale della provincia, nel quale maturò il provvedimento di soppressione, potrebbe essere illuminante il pensiero di storici stranieri ed italiani. Sulla peculiarità del fascismo meridionale, A.Lyttelton sostiene che “la prova più convincente che il fascismo fosse una reazione al socialismo può vedersi nel fatto che esso mise radici in quelle zone in cui c’era un forte partito socialista. Nell’Italia meridionale, tranne Napoli ed altre modeste sacche di presenza socialista, il fascismo fece proseliti nella piccola borghesia e comunque ai fasci meridionali mancò il dinamismo di quelli del Settentrione”; G.Galasso nota che “la tardività della penetrazione fascista nel Mezzogiorno è indubbia, ma ciò non esclude precise responsabilità meridionali nell’avvento del fascismo al potere; lì la spinta di movimenti democratici e di sinistra era minore rispetto al centro-nord.” Sulla matrice della violenza fascista, M.Bernabei afferma che “ad avere in mano l’azione squadristica nella provincia di Caserta fu il movimento nazionalista, che si portava a rimorchio i fascisti”; sull’entità ed azione di questa componente, R.Colapietra asserisce che “il nazionalismo era un fenomeno con quadri armati a difesa delle oligarchie locali e della proprietà rurale, una specie di squadrismo meridionale, che si proponeva di mantenere lo status quo” e S.Colarizi rileva che “un notevole aumento nel secondo semestre del 1922 delle sezioni nazionaliste, come in Terra di Lavoro, dove, non essendovi un antagonismo socialista, il fascismo si presentava sotto le sembianze nazionalista.” Senza tentare di confutare opinioni consolidate, mi limito ad osservare che, sulla scorta di S.Franco, gli episodi di violenza squadrista negli anni 1920-22 furono alquanto modesti, tranne l’assalto al municipio di Roccasecca (set.1920), l’assedio di Capua (apr.1921), l’assalto alla Camera di Lavoro di Capua (apr.1921), l’assalto alla sezione del Psi di S.Maria C.V. (set. 1922), per cui mi sembra esagerata l’affermazione di G.Capobianco che “il fascismo si presentò qui come manovalanza al servizio delle forze dominanti.” Inoltre, sulla consistenza delle sezioni nazionaliste in provincia (presunte responsabili della violenza squadristica) esistono dati non tali da confortare la tesi di R.Colapietra e di M.Bernabei. Dai rapporti trasmessi dagli organi provinciali al governo, a parte lo scontro politico-ideologico tra Padovani e Greco, la zona si presentava tranquilla, allineata ed avviata alla normalizzazione già dal 1923-24. Una serie di episodi significativi, a prova di ciò, a livello provinciale non solo le reazioni furono caute, fiacche o favorevoli al regime, in occasione sia del ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti, sia dello scioglimento delle sezioni provinciali combattentistiche aderenti al ANC, sia dello smantellamento delle associazioni segrete o illegali (in particolare massoniche, numerose sul territorio), sia della revisione delle circoscrizioni elettorali ed del ripristino del collegio uninominale. In assenza di riscontri di segno contrario, tali episodi dovrebbero dare un’idea chiara della teoria dell’allineamento. Per es., nel 1925, in occasione del pericolo scampato a Mussolini, a cui attentò Tito Zaniboni (5 novembre), nella domenica successiva le gerarchie politiche e religiose organizzarono una cerimonia nel duomo di S.Maria C.V., dove il “Te Deum” fu officiato dall’arc. Gennaro Cosenza; la morte accidentale di Padovani (mag. 1926, nel crollo del balcone dal quale faceva un comizio a Napoli) diede fine all’accesa polemica all’interno del fascismo; dopo l’attentato a Mussolini ad opera di Gino Lucetti (set. 1926), la stampa espresse la solidarietà dei gerarchi provinciali al primo ministro. A parte immancabili mugugni pubblici, mormorii privati, lamentele e critiche larvate, malcontenti verbali, non mi sembra che, alla vigilia del decreto di soppressione, la provincia si presentasse dilaniata e dilacerata dai dissidi e malamente retta da una classe dirigente debole, incapace, servile, poco convinta nella serietà dell’edificio mussoliniano. Caso mai, quella classe, almeno in quell’occasione, peccò di troppa fede fascista.