E’ finita l’ubriacatura unitaria?

Posted on 29 gennaio 2012 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Con la fine dell’anno 2011, si è concluso il ciclo delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con la speranza che non venga il desiderio a qualcuno di festeggiare, magari, il primo o il secondo anno dopo il predetto anniversario. In verità, pur rischiando di passare antitaliano, reazionario ed oscurantista, dico semplicemente che grandi e piccoli hanno praticato un grosso e lungo esercizio di retorica, esagerato e fuori posto, insomma si è trattato di una collettiva ubriacatura risorgimentale. A parte l’opportunità – vi rendete conto di 150 anni, almeno sette generazioni? – le celebrazioni unitarie di maniera, oleografiche (perfino macchiettistiche, barzellettistiche e grottesche), che hanno impegnato ed ingolfato le scuole, le istituzioni, le piazze, i mezzi d’informazione, specie la televisione ed i giornali, hanno palesato in modo macroscopico la mancanza di un serio, articolato, approfondito dibattito storiografico, ideologico e culturale. Forse, qualcuno ha escogitato un modo per distrarre il popolo dai veri problemi, come la disoccupazione, immigrazione selvaggia, l’oscuramento della politica, la crisi economica europea, le torchiate fiscali ai danni dei soliti che pagano sempre; è stato davvero utile quell’aforisma, sempre valido, secondo il quale “non bisogna mai parlare male di Garibaldi”, ancor peggio “parlare sempre bene di Garibaldi”.

La battaglia all'Arco di Capua

 Personalmente, avendo avuto una formazione scolastica e culturale di impostazione risorgimentale, ho avvertito sempre il modus, la misura oraziana, per mentalità e carattere, ho guardato sempre con interesse le ragioni dei vinti. Pertanto, ho letto con attenzione l’ultima fatica del letterato, giurista e storico che si nasconde dietro lo pseudonimo di Historicus, dal titolo “Documenti dell’unificazione nazionale”, distribuito gratuitamente soltanto ad alcune decine di intimi. In un’ottica rispettosa, distaccata, tuttavia documentata, rigorosa, tutto sommato non contraria (perché il manicheismo è deleterio, soprattutto nella storiografia), ma semplicemente disincantata, realistica; l’autore della pubblicazione di documenti quasi inediti (in quanto scomodi, scovati in una bibliografia ad arte messa in scaffali polverosi ed irraggiungibili degli archivi ufficiali e delle biblioteche) sull’ unificazione italiana, lettere, proclami, proteste, decreti, ecc., in particolare, dall’opera: Giuseppe Da Forio, Vita di G.Garibaldi, Napoli 1862.

C. Benso, conte di Cavour

 Si comincia, per esempio, dall’auto-proclamazione di Garibaldi a dittatore “nel nome di Vittorio Emanuele” (Salemi, 14.5.1860); dall’atteggiamento equivoco dell’Inghilterra che, pilatescamente, non prese posizione; eppure, le navi inglesi “coprirono” i vascelli garibaldini “Piemonte” e “Lombardo” fino allo sbarco di Marsala (11.5.1860). Invece, il comportamento di Francesco II è responsabile  e dignitoso il quale, consapevole sia delle trame di mezza Europa, sia dell’inaffidibilità delle forze napoletane, si dimostra deciso a combattere fino all’ultimo, non ostanti le violazioni di diritto e di fatto, al punto che le operazioni intraprese contro di lui assumono le sembianze di una tragica farsa. Di fronte alla vera e propria usurpazione premeditata (già palese nel 6.9.1860), malinconicamente e vanamente esorta i soldati ed ufficiali ad appellarsi al lealismo, all’onore ed alla fedeltà al sovrano. Con spudoratezza tutta “italica” il governo piemontese con l’invasione proditoria dello stato pontificio e del regno di borbonico, ha gettato la maschera; a nulla serve la protesta diplomatica del barone Francesco Antonio Winspeare, ministro di Napoli (7.10.1860). Anche lo stato pontificio (lettera del card. Giacomo Antonelli  dell’ 11.10.1860) deplora le gravi infrazioni al diritto internazionale.

Il card. G.Antonelli

 Il Cavour (da Torino, 7.9.1860), con smaccata ipocrisia, aveva accusato lo stato pontificio di aver arruolato truppe mercenarie per contrastare segni d’intolleranza del giogo papalino delle popolazioni umbro-marchigiane. La risposta di Antonelli (11.9.1860) è fulminea e giustamente risentita, nel vano tentativo di far giustizia  delle calunnie riferite dal Cavour: false ed ingiuriose erano al contrario le illazioni del re piemontese e le arroganti minacce di sciogliere le truppe pontificie, per facilitare l’occupazione dei suoi domini senza alcuna ratio politica e giuridica.

L’attacco al regno di Napoli è più velenoso e subdolo: insomma, il principio della nazionalità prevale sul diritto internazionale. Cavour, per perseguire il suo truffaldino progetto, si dichiara  convinto che i sentimenti patriottici ormai diffusisi oltremisura nel centro-meridione, intesa come “rigenerazione morale ed ideale dalle regioni oppresse da secoli da regimi ottusi e prevaricatori”.

Vittorio Emanuele II

Cadono nel vuoto le denunce e lo sdegno del papa Pio IX nel Concistoro del 28.9.1860, che deplorò le contraddizioni insite nel principio del non-intervento delle potenze europee. Fondata e coerente è invece la posizione della Prussia: il principio della nazionalità non poteva prevalere sul diritto, è questo il succo della lettera spedita a Torino nel 13.10.1860 del barone Schleinitz, destinato a rimanere platonico e teorico. Al contrario, l’Economist è spudoratamente favorevole alla causa del Piemonte, ricorrendo a fandonie ed a farneticazioni contro il regno di Napoli, sostenendo che la “violazione del diritto si converte nel più segnalato servizio alla causa della giustizia internazionale. Dal 1815, il Borbone e il Papa hanno tiranneggiato le inermi popolazioni astenendosi ed opponendosi alle rivoluzioni nazionali dal 1821, al 1831, al 1848”. Quindi, era giusto intervenire con le armi contro quei biechi regimi.

Papa Pio IX

Infine, si conclude con le amenità dei plebisciti del 3 novembre 1860, quando la Suprena Corte proclamò in piazza S. Francesco a Napoli (oggi del Plebiscito), pronunciato dal presidente Nietta, ex sfegatato borbonico, riciclatosi per l’occasione e diventato uno dei più esaltati, come scrive Giacinto De Sivo (Storia delle Due Sicilie, Trieste 1867). Il referendum, promulgato tra il 5 e l’8 ottobre ed ufficialmente svoltosi in piena regola nel 22 ottobre, diede questi abnormi risultati: 1.302.000 sì, 10.000 no (Regno di Napoli); 432.000 sì, 6.670 no (Sicilia); 133.000 sì, 1.212 no. Sulla

Francesco II

credibilità di tali dati, spuntò una bibliografia ed una letteratura così precise, che avrebbero smontato le grossolane falsità dei risultati da far impallidire un negro.

 

Eppure, nulla sarebbe servito, in quanto ormai l’aria tirava nella direzione obbligatoria della causa nazionale e nulla avrebbe cambiato il corso di una storia già scritta.