Carducci e il mito di Roma

Posted on 29 gennaio 2012 by alberto

 di Alberto Perconte Licatese

  

NELL’ANNUALE DELLA FONDAZIONE DI ROMA

  (21 aprile 1876)

 

Flora

 

Te redimito di fior purpurei

april te vide sul colle emergere

dal solco di Romolo torva

riguardante sui selvaggi piani:

 te dopo tanta forza di secoli

aprile irraggia, sublime, massima,

e il sole e l’Italia saluta

te, Flora di nostra gente, o Roma.

 Se al Campidoglio non più la vergine

tacita sale dietro il pontefice,

né più per Via Sacra il trionfo

piega i quattro candidi cavalli

 questa del Foro tuo solitudine

ogni rumore vince, ogni gloria;

e tutto che al mondo è civile,

grande, augusto, egli è romano ancora.

 Salve, dea Roma! Chi disconosceti

cerchiato ha il senno di fredda tenebra,

e a lui nel reo cuore germoglia

torpida la selva di barbarie.

 Salve, dea Roma! Chinato ai ruderi

del Foro, io seguo con dolci lagrime

e adoro i tuoi sparsi vestigi,

patria, diva, santa genitrice.

 Son cittadino per te d’Italia,

per te poeta, madre dei popoli,

che desti il tuo spirito al mondo,

che Italia improntasti di tua gloria.

 Ecco, a te questa, che tu di libere

genti facesti nome uno, Italia,

ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,

affisa ne tuoi d’aquila occhi.

 E tu dal colle fatal pel tacito

Foro le braccia porgi marmoree,

a la figlia liberatrice

additando le colonne e gli archi:

 gli archi che nuovi trionfi aspettano

non più di regi, non più di cesari,

e non di catene attorcenti

braccia umane su gli eburnei carri;

 ma il tuo trionfo, popoì d’Italia,

su l’età nera, su l’età barbara,

su i mostri onde tu con serena

giustizia farai franche le genti.

 O Italia, o Roma! quel giorno, placido

tonerà il cielo suI Foro, e cantici

di gloria, di gloria, di gloria

correran per l’infinito azzurro.

 

     Questa poesia, da mezzo secolo quasi scomparsa dalle antologie italiane scolastiche, in quanto troppo patriottica  o retorica, fu composta per il 21 aprile 1876 e pubblicata l’anno dopo nelle prime “Odi barbare”, concepita per varie circostanze esteriori ed interiori. La prima è la proclamazione di Roma capitale (1870), dopo millequattrocento anni dalla caduta della città eterna. Inoltre, in quell’anno cadeva, per un calcolo cronologico controverso (se il 754 o il 753 aC fu la data dell’inizio della storia romana),  il 2630° anniversario della fondazione di Roma. Ancora, rilevante fu la visita della vecchia e nuova capitale nel 1874 e nel 1876, quando il poeta anche soggiornò in Umbria (per cui compose “Alle fonti del Clitumno”). Un altro motivo, di ordine spirituale e politico, fu l’irrobustirsi  del sentimento storico per l’antichità classica, greca e romana, coltivata sin dagli anni giovanili (“Giambi ed Epodi”). Erano, insomma, i tempi maturi  per dare a Roma, all’Italia e al mondo civile, una testimonianza di attaccamento profondo e sentito alla cultura, alla storia, all’arte latina, con le poesie cosiddette romane, questa e, subito dopo, “Roma” e “Dinanzi alla terme di Caracalla”, quando l’edizione delle “Odi barbare” segnò una fase, secondo i critici, decisiva nella produzione poetica del Carducci, nella quale gli elementi storici e culturali (dottrina) e l’ispirazione personale e le idee estetiche (poesia) si contemperarono e trovarono equilibrio, pacatezza e maturità piena.

I Fori imperiali

 

     Il poeta di  Valdicastello, nella rievocazione storica ed epica della fondazione della “città quadrata”, nata dal solco augurale tracciato da Romolo sul colle Palatino e destinata a dominare sulle incolte pianure attraversate dal Tevere e, nel corso del tempo, sul Lazio, sull’Italia e sul mondo per dodici secoli.  Aprile è il mese della piena primavera, cantata dai poeti greci e latini, da Mimnermo a Lucrezio, da Alceo ad Orazio, da Pindaro a Virgilio, non per niente in quel mese gli antichi romani festeggiavano le Palilie (il 21 aprile, dedicate a Pale, la dea tutelare delle greggi e dei pastori) e le Floralie (il 28 aprile, dedicate a Flora, la dea della  fioritura). Dopo tanti secoli, il sole di aprile irraggia di nuovo Roma eterna e l’Italia, salutata mistica della nostra gente. Se non salgono più i consoli trionfatori sul Campidoglio, Roma è di nuovo grande, ancor più grande nella sua solitudine, dei fori, delle rovine, delle sublimi memorie. Soltanto uno storico germanico, freddo nel cuore ed ottenebrato nella mente, come Th.Mommsen, poteva disconoscere la grandezza di Roma. Chinato davanti ai ruderi del foro, egli concepiva la visione di un nuovo e solenne trionfo, che tutto il popolo d’Italia, ritornato libero, giusto, civile celebrerà sul fatidico colle, mentre Roma l’accoglierà in un abbraccio tra passato, presente, futuro un trionfo ancor più magnifico, quando il cielo sereno tonerà (segno di buon auspicio) e canti di gloria si diffonderanno per l’infinito. Quanto alla metrica, sulla quale lo stesso Carducci scrisse che chiamò barbare queste odi “perché tali sembrerebbero a giudizio dei Greci e dei Romani, sebbene composte nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno purtroppo a moltissimi Italiani, sebbene composte ed armonizzate di versi e di accenti italiani”, essa in questa ode è di struttura alcaica, vale a dire costituita da strofe tetrastiche, vale a dire quattro versi, due endecasillabi, un enneasillabo, un decasillabo, con mirabile coincidenza tra accenti tonici e quantitativi.

Le Floralie, di G.B.Tiepolo

    

 La critica letteraria sulla produzione carducciana si divide in due grandi filoni: il primo, articolatosi nei primi quattro decenni del Novecento con varie sfumature, ma tutte tendenti, in particolare nel ventennio fascista, all’esaltazione della componente storico-patriottica, in coincidenza con il forte impulso data dal regime totalitario alla romanità; il secondo, a cominciare dal primo dopoguerra fino agli anni Ottanta, caratterizzato da un dibattito, apertosi e chiusosi in occasione delle celebrazioni del cinquantenario della morte (1959), con discussioni e polemiche, senza pervenire  ad un riesame critico, fondato sulla individuazione di una tesi centrale che coordini le ricerche e tendenze.

     Sulle due fondamentali correnti, mi limito a dare qualche accenno, ritenendo che entrambe non abbiano reso un grande servigio al poeta maremmano, l’una per l’esaltata ipervalutazione delle varie componenti della sua poesia, l’altra per l’impietosa svalutazione, ora dell’ispirazione, ora delle forme stilistiche, delle tematiche di fondo. Già i vociani (G.Prezzolini, G.Papini, E.Thovez, R.Serra), C.De Lollis, D.Petrini ed altri assimilarono l’opera del Carducci al gusto decadentista, sconfinato nell’età pascoliana e dannunziana, alcuni considerandolo romantico, altri trovando letteraria e convenzionale la commozione del poeta, alcuni giudicando valida la prima produzione, altri la seconda; poi, G.Mazzoni (1930) innalzò l’uomo, l’artista, il patriota, il critico, riprendendo in gran parte i giudizi di G.Chiarini, G.Pascoli, F.Torraca, G.Albini, D.Zanichelli, D.Ferrari. Un decennio dopo, A.Vicinelli e F.Galdenzi, i bardi del regime, seguirono un carduccismo ed una romanità di maniera e ad uso propagandistico, come l’additò G.Bottai (1940): “Roma ci riconduce all’umanità, essa fa della scuola un regnum hominis, essa rivive nei libri, programmi, biblioteche, esplorazioni archeologiche, nell’anima stessa della scuola”. B.Croce (1946) insistette sul Carducci poeta-vate e, sceverando la poesia dalla non poesia, individuò la vera poesia espressa con moti sentimentali di gusto ottocentesco ed apprezzata come un ritorno al classicismo nelle “Primavere elleniche”. L.Russo (1959) cercò di liberare Carducci dalla retorica, rintracciando una valida e genuina produzione del toscano. W.Binni (1960) notò discontinuità e contaminazioni nell’ispirazione storica e nei toni poetici, con tendenza al decadentismo, rivalutando solo l’ultima fase di “Rime e Ritmi”, nonostante l’involuzione politica ed ideologica. Infine, N.Sapegno (1961) salvò alcuni motivi, ma il resto è solo retorica, ancor più a partire dalle “Odi Barbare”.

G.Carducci

      Mi piace, invece, riportare un brano significativo e pertinente di Francesco Flora (certamente non fascista), scritto nel 1940 sulla romanità di Carducci: “Vengono quindi le odi della serena contemplazione, che culmineranno nell’epos, al quale potrebbe essere stupenda premessa l’ispirata ode “Ad Alessandro d’Ancona”. Ma quale sentimento anima questo rivivimento della storia? Sembra a me sia la medesima passione morale che ispira i semplici ideali del Carducci e che egli cantò tante altre volte nei “Giambi ed Epodi”. Quando i suoi affetti possono idealizzarsi in un mito storico, in una evocazione di tempi aurei, il Carducci purifica il suo canto: lo fa splendere nel sole che illumina Roma, tuonar tra l’azzurro che dice alla città di Romolo l’augurio antico per la gloria futura. Il suo sentimento della storia non è la religiosa accettazione del passato, come una realtà che la morte ha purificato, lasciando incorrotto soltanto quel che fu umano e positivo: è un modo di sentire il mito e la leggenda che traducono in forme serene gli affetti del poeta: la patria degli avi che diedero forza, fede, bellezza, santità al mondo, la patria del Campidoglio e dei Comuni, di San Francesco e di Mazzini: il passato in cui si leva il sole e canta Omero. Già in “Juvenilia”, canti d’amore, paesaggi, nostalgie, c’è il richiamo della Grecia e del libero genio umano e della madre Roma. Ora egli compone in grandi strofe la passione di romanità che nutriva nelle odi “Nell’annuale della fondazione di Roma”, “Roma”, “Dinanzi alle terme di Caracalla”.