Gli ozi di Annibale, una leggenda da sfatare

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Gli ozi di Annibale“Ad Annibale vennero meno i mezzi, non il genio. La guerra è una fornace che arde senza riposo, se manca l’alimento è il crollo. Vibio Virrio, il promotore della defezione, ed altri ventisette senatori suoi seguaci si diedero la morte col veleno e Taurea Vibellio si trafisse davanti agli occhi del console romano. Questi i Capuani. Da secoli li perseguita un’odiosa leggenda, che il vincitore inventò e diffuse. E la storia altro non è che la leggenda del vincitore”. Così concluse un lungo articolo il magistrato umanista Federico Pezzella, uscito nella rivista “Eloquenza” nel 1952. Le acute riflessioni dell’esimio giurista erano maturate negli anni difficili del secondo dopoguerra, quando il clima storico e politico era marcatamente caratterizzato dalla “ragione” dei vincitori e dal “torto” dei vinti. In tutti i tempi, la logica iniqua e perversa della legge non scritta, secondo la quale i vincitori scrivono la storia, ha imposto la versione di comodo, come accadde a Capua, la seconda città d’Italia dopo Roma, che nel corso della seconda guerra punica defezionò ad Annibale e, sconfitta, pagò a prezzo caro materialmente e moralmente la ribellione all’egemonia romana. Ebbene, ancor oggi in alcuni manuali scolastici, in varie riviste storico-turistiche e in rubriche archeologiche televisive (non cito gli uni e le altre per evitare pubblicità negativa), alla Capua antica (tra l’altro spesso confusa con la nuova) si associano i famigerati ozi di Annibale, che dall’epoca di Cicerone hanno infamato il nome della capitale campana elevandola, senza un minimo di fondamento storico, ad emblema del lusso, della corru¬zione e della dissolutezza, una specie della Sodoma biblica. Il giudizio di Giorgio Pasquali, profondo conoscitore della romanità, basterebbe da solo a fare definitivamente giustizia di questo stucchevole, ma pervicace luogo comune: “Alle mollezze di Capua – egli scrisse nel 1942 – una tradizione antica attribuisce la rovina dell’e¬sercito di Annibale. Questa è favola di retori: i Cartaginesi non appaiono punto sfibrati per aver passato un inverno accantonati in Capua; ed Annibale perdette la guerra perché Roma fu tenace e perché Cartagine non poté mandargli i rinforzi”. Tuttavia, non è fuor di luogo risalire per un momento all’origine di que¬sto “topos”, tanto tenacemente radicato nella letteratura antica e moderna. Dopo Canne, ben pochi osservatori in Italia avrebbero scommesso sulla vittoria di Roma. È facile ragionare col senno di poi, ma pro¬viamo a metterci nei panni degli abitanti delle più grandi città del meridione, come Capua, Taranto, Siracusa, potenze economiche e militari quasi pari a Roma. La vittoria di Annibale appariva a tutti certa ed imminente: l’Italia sarebbe finita in potere dei Punici senza possibilità di scampo. Passare dalla parte di Annibale significava “tradire” Roma, ma forniva anche una prospettiva di salvezza e la speranza di ottenere dal duce cartaginese vittorioso, in cambio dell’aiuto prestato, una certa autonomia nell’Italia centro-meridionale. Quanto ai motivi della defezione di Capua, l’autorevole storico Alfonso Mele sostiene che l’aristocrazia campana non si sentiva sufficientemente va¬lorizzata da Roma e i “populares” si vedevano sbarrata la strada sul piano politico, per cui entrambi i partiti auspicavano un cambiamento; inoltre, la devastazione dell’agro falerno, attuata da Annibale nel 217 aC, mise in serio allarme i Capuani, ai quali la vittoria del Cartaginese, permanendo l’alleanza con Roma, non avrebbe procurato altro che danni. I romanisti Max Cary e Howard Schullard ritengono che Annibale l’indusse a passare dalla sua parte, facendole balenare la prospettiva di elevarla a prima città d’Italia, avendo capito che essa aveva una posizione strategica importante; della stessa circostanza, peraltro, si erano resi conto i Romani, che fecero tutti gli sforzi per riconquistare Capua, col preciso scopo di relegare Annibale sempre più a sud e di ridurgli lo spazio di manovra. Infine, secondo il grande Gaetano De Sanctis, la Campania sottostava a malincuore ai Romani sia per l’ingentissimo tributo di leve militari, che era obbligata a fornire, sia per il sostanziale assoggettamento politico a Roma; e Capua aspettava il momento opportuno per ribellarsi. L’errore di calcolo è evidente “a posteriori”, quando la vittoria di Annibale, per merito dei Romani e per l’inadeguatezza delle ri¬sorse dei Punici, si rivelò remota, impossibile e forse neanche voluta. Le inspiegabili esitazioni di Annibale e la tattica del logoramento, adottata da Fabio Massimo, fecero allontanare mese dopo mese la vittoria, che sembrava in pugno al Cartaginese dopo Canne. L’incredibile riscossa romana, che nel volgere di pochi anni non solo ridusse all’obbedienza le città ribelli, ma costrinse anche Annibale a ritornare in Africa (dove lo attendeva la fine del sogno ad opera di Cornelio Scipione a Zama, 202) fu adoperata dalla storiografia annalistica come strumento di propaganda; di conseguenza, le città ribelli, prima fra tutte Capua, che ospitò Annibale e il suo esercito, acquistarono la fama di arroganza, di su¬perbia e di dissolutezza. Considerando a parte il greco Polibio per un brano di dubbia autenticità, viziata dalle interpolazioni molto tarde del retore Ateneo e del lessico Suida, il primo a dare credito e risonanza alla versione annalistica fu Tullio Cicerone quando (63 aC) contrastò tenacemente la proposta, avanzata dal tribuno Servilio Rullo, di dedurre a Capua una colonia. Nelle tre orazioni pronunciate in senato, intitolate “De lege agraria”, l’Arpinate non perse occasione per dare di Capua un’immagine distorta e partigiana. “È il luogo – egli tuonò – dove per la fertilità dei campi e per l’abbondanza di ogni bene, ebbero origine la superbia e l’arroganza, è una città i cui abitanti, nati in mezzo a magnificenza ed opulenza di antica data, non seppero godere con moderazione la loro prosperità; corruppe perfino Annibale”. Mi sembra evidente che Cicerone utilizzi un metodo annalistico per i suoi interessi di parte, essendo gli “optimates”, da lui rappresentati, contrari alla deduzione di colonie. Nell’opera di Tito Livio, storico ufficiale del regime augusteo, la denigrazione di Capua è sistematica, faziosa e pesante. Già quando sintetizza i precedenti della città, sottolinea il modo in cui i Sanniti vinsero i Capuani, facendone strage mentre erano “sprofondati nel sonno e nella crapula”. Allo scoppio della prima sannitica, egli insiste sul fatto che i Campani, “afflosciati da una vita agiata, portarono loro aiuto più di nome che di fatto”; durante la medesima guerra, una legione romana svernò a Capua, che già allora si rivelò deleteria per la disciplina militare e distolse le menti dei soldati “snervandoli, con la facilità di tutti gli ozi e piaceri”. Dopo Canne, Annibale si diresse verso Capua, “città per lunga prosperità e per favore di fortuna dedita alla mollezza non solo per vizio congenito, ma anche per l’affluirvi di ogni sorta di piaceri”; in questo clima, ci fa capire, maturò la defezione. Arriva così alla colossale menzogna: “A Capua Annibale tenne l’esercito per tutto l’inverno: così quelli che nessuna sofferenza aveva vinti, vinsero l’eccesso degli agi e l’immoderata voluttà; il sonno e il vino, i banchetti e le meretrici, i bagni e l’ozio snervarono corpi ed animi. Annibale, come se fosse uscito da Capua con un esercito diverso, non ottenne più la disciplina”. Non desta meraviglia, a questo punto, che l’invenzione annalistica abbia influenzato altri scrittori greci e latini successivi. Strabone non esita a dire che “i Campani, quando accolsero l’esercito di Annibale, a tal punto infiacchirono con i piaceri i soldati, che Annibale capì di essere in pericolo, avendo uomini che erano diventati donne”; Floro scrive che “in Campania i Cartaginesi si infiacchirono a tal punto, che è stato detto a ragione che Capua fu la Canne di Annibale”; Silio canta “Soavi amplessi, molto vino e sonno vincono quelle schiere che né le spade né i furori di Marte domarono. Venere complotta per snervare i Punici che si cullano in tiepidi bagni le membra illanguidite»; Valerio Massimo riconosce che “la mollezza dei Campani fu utilissima a Roma: infatti, avvolgendo fra lusinghe l’invitto Annibale, lo consegnò ai soldati romani. Con sontuosi banchetti, con fiumi di vino, con la fragranza dei profumi, con i piaceri carnali, attrasse un condottiero ed un esercito irriducibili”. Restano immuni da tale “topos” neppure pensatori profondi come Seneca, secondo il quale “gli agi della Campania snervarono quell’uomo che neppure le nevi delle Alpi avevano potuto domare: vinse con le armi, fu vinto dai vizi»; ed anticonformisti, come Luciano, che se la ride: “Annibale ha dimenticato quel che faceva a Capua in compagnia di baldrac¬che e perdendo nei piaceri le occasioni propizie della guerra”; finanche un lucido e razionale studioso della storia antica, quale N.Machiavelli, sembra convinto che “fanno gli acquisti non mediocre danno quando si acquista una città piena di delizie, come intervenne a Roma prima nell’ acquisto di Capova, e dipoi ad Annibale. Simili città si vendicano contro al vincitore sanza zuffa e sanza sangue, perché riempiendogli de’ suoi tristi costumi, gli espongono ad essere vinti”. La storiografia moderna, sin dagli inizi dell’Ottocento, ha cercato di smontare questo castello di menzogne costruito dalla tradizione sul tema compatta, pedissequa, uniforme ed acritica a danno di Capua. Nel 1812, G. De Vaudoncourt osservò che “un’armata disciplinata e ben condotta non si disorganizza in un quartiere d’inverno e non rovinano la salute dei soldati accampamenti e bivacchi, se essi hanno disciplina e coraggio; si¬mili argomentazioni sembrano buone per i retori”; e, nel 1830, J. Michelet fece questa realistica considerazione: “Si è detto che gli ozi di Capua corruppero l’esercito di Annibale, ma non si è riflettuto che i vincitori di Canne avrebbero trovato una Capua in qualsiasi altro luogo”. Nel passato secolo, il citato De Sanctis sostenne che “alla resistenza dei Romani, e non come si pretese fin dall’antichità, al riposo (rimasto cele¬bre col nome di ozi capuani) che i soldati cartaginesi presero a Capua, è da attribuirsi il mutato aspetto della guerra annibalica dopo Canne. In realtà, non diminuì in niun modo per quel riposo il valore dei soldati né si oscurò il genio di Annibale”; Giulio Giannelli scrisse che “Annibale, soggiornando in Campania, in quel periodo di tempo, che qualche stolto annalista battezzò ozi di Capua, doveva cominciare a nutrire preoccupazioni e dubbi sullo svolgimento del suo piano di guerra”. Tra gli stranieri, B.L. Hallward ha scritto che “la ridicola favola degli ozi di Capua è il prodotto della penna di un retore ignorante di cose militari che, per fini moralistici, ignora anche che Annibale non fu mai vinto in Italia. La mancata vittoria di Annibale è da attribuire solo alla forza di Roma che, non essendo caduta dopo Canne, non sarebbe più caduta”; e G.P. Baker, nella sua accurata biografia di Annibale, non fa cenno agli ozi e sostiene che “egli perse perché si trovò di fronte una potenza più organizzata politicamente, più determi¬nata nel perseguire un obiettivo, più omogenea nei livelli di comando e di bassa forza.” Come si vede, alla fine la storiografia contemporanea, vagliate le vicende ed i protagonisti della seconda guerra punica alla luce di validi e probanti elementi politici e strategici, ha avuto ragione della stupida, infamante ed odiosa leggenda degli “ozi di Capua”. Ci auguriamo che questa gratuita idiozia scompaia per sempre dai (pochi, per fortuna) testi scolastici, dalle riviste e dalle trasmissioni televisive, sperando che gli estensori, aggiornando le fonti ormai logore e ricorrendo ad argomenti più originali ed intelligenti, rendano un servigio alla verità storica ed all’immagine “turistica” dell’antica Capua, per fortuna oggi illustrata da una bibliografia nutrita e documentata, dalla presenza del ricchissimo museo archeologico e dalle iniziative culturali ed artistiche di alto livello.