La paideia nell’antica Grecia

Posted on 29 gennaio 2012 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

        La storia dell’educazione in Grecia risale ad Omero, per meglio dire, ai poemi omerici, che costituiscono il fondamento della cultura greca ed occidentale. Il sistema politico e sociale, descritto nell’Iliade e nell’Odissea, sia pur con non trascurabili differenze, si fonda su una struttura feudale, al vertice il sovrano o signore, circondato da un’aristocrazia guerriera, costituita da anziani e giovani, che formano la classe nobiliare, il popolo in armi, opposto al demo, popolo dei villani. In tale contesto, l’educazione è in età omerica, appannaggio dell’aristocrazia dei guerrieri, veri e propri cavalieri. Essi, i giovani, rendono servigi al sovrano, riempiono le coppe, gli fanno anche da seguito, hanno parte nei sacrifici accanto ai sacerdoti, partecipano ai giochi, danzano, conducono una vita di corte, che presuppone regole e modelli pedagogici.   

Il centauro Chirone e Achille

     L’educazione cavalleresca cominciava fin da bambini; figura tipica di educatore è quella di Chirone, pedagogo di Achille. Il centauro insegnò ad Achille caccia, equitazione, giavellotto, lira, chirurgia e farmacopea; si delinearono, così, il fine dell’educazione e la figura del perfetto cavaliere: oratore e guerriero. Omero è stato il vero educatore della Grecia, come dice Platone, fin dalle origini, come aggiunse Senofane, e per tutta la storia greca. Per Senofonte, la paideia omerica mirava a formare l’uomo perfetto. In effetti, la forza educativa di Omero risiedeva nell’atmosfera etica, nello stile di vita dei suoi eroi. Più che Odisseo, la cui esperienza, accortezza, astuzia e saggezza sembrano avvicinarlo ad un avventuriero levantino, Achille incarna l’ideale del perfetto cavaliere, con l’essenza dell’etica aristocratica: l’amore per la gloria.

     La brevità della vita e la percezione dell’aldilà inducono a ricercare il valore (aretè) nel senso cavalleresco della parola, ciò che fa dell’uomo un prode; la gloria è il riconoscimento obiettivo del valore; di qui, il desiderio di conseguirla nella competizione, nel primato, nell’agone che J.Burckhardt individuò l’aspetto qualificante dell’anima greca. Primeggia l’imperativo categorico del guerriero omerico: l’etica dell’onore comporta l’orgoglio, la rivalità, la gelosia, la contesa. L’eroe naturalmente suscita il desiderio di emulazione, come Fenice ricorda ad Achille ed Atena a Telemaco. L’esempio eroico, quindi, è un paradigma, un modello da seguire; come realmente fu, se è vero che Alessandro e Pirro sognarono di essere come Achille.

      La seconda tappa della pedagogia greca è Sparta, polis militarista e aristocratica, conservatrice per eccellenza, che si compiace di mantenere usi abbandonati dovunque, in cui K.O.Muller volle vedere uno spirito razzista. Sparta nei sec. VIII-VI è una polis militarista e l’ideale guerresco è attestato nelle elegie di Tirteo: lo scontro non è più individuale, ma collettivo, la fanteria degli opliti è la regina della battaglia. La rivoluzione ebbe notevoli conseguenze, come notò Aristotele, nel campo morale e sociale: al sovrano si sostituisce la polis, stato totalitario in quanto la città è tutta per i cittadini, li fa nascere, crescere, morire: “È bello morire per la patria” canta Tirteo. L’aretè  non è più quella agonistica, individuale, di Omero, ma è il valore in battaglia, un bene collettivo.

    

Chirone ed Achille

Come acutamente osservò W.Jager, l’educazione spartana non selezionò eroi, ma forma una città di eroi. Oltre all’etica militarista, c’è la pratica delle gare ginniche; la maggior parte dei vincitori delle gare olimpiche furono spartani; Tucidide ci informa che agli Spartani si attribuivano le innovazioni della nudità completa dell’atleta e dell’uso di spalmarsi le membra con olio; Plutarco riferisce che lo sport era praticato anche dalle donne, cosa confermata da testimonianze archeologiche. C’è ancora l’educazione musicale che fa da tramite dalla ginnastica (la danza) alla poesia (il canto); Plutarco dice chiaramente che Sparta fu capitale della musica greca nell’età arcaica.

     A metà del sec. VI, si registra un arresto dell’evoluzione, in coincidenza con l’irrigidimento delle strutture politiche aristocratiche. Gradualmente, Sparta rinunciò alle arti, alla cultura, agli agoni ginnici, pur ridursi a puro addestramento premilitare. Nel tempo di Licurgo, l’educazione spartana ha come fine unico e ultimo l’addestramento all’uso delle armi. Lo stato si occupa del cittadino prima ancora della nascita (eugenetica), poi li seleziona in base alla prestanza fisica, rifiutando i deformi e i malati; dopo i sette anni, l’educazione dello spartano è tutta sotto l’autorità dello stato fino a venti anni, quando i giovani entrava nelle formazioni militari degli adulti. L’ideale supremo è la nazione, alla quale si sacrifica tutto, anche la vita: lo spirito di disciplina, la gerarchia, l’imperio della legge vigono in un clima di austerità e di ascetismo, che rifiuta per principio la civiltà e le sue  delicatezze ritenendole deleterie. Attinente all’educazione è la pederastia, nei confronti della quale già gli antichi, come Platone, avevano atteggiamenti e valutazioni diverse. Pur assente in Omero, per R.Flacelière, essa era molto antica, legata agli usi e costumi dell’età feudale e fenomeno costante della società guerriera, in cui c’è esclusione notevole delle donne, propria dell’ambiente militare.

     Inoltre, l’amore omosessuale trasmette all’amato il desiderio di aretè; in tal senso, la pederastia diventa paideia, come ribadisce Senofonte, che mirava alla formazione del carattere e della personalità. Tale scopo avevano gli insegnamenti che Teognide trasmetteva a Cirno, i precetti che Socrate dava ai discepoli “con il vischio della passione amorosa”, Platone a Dione, Aristotele a Termia, Euripide ad Agatone. Non diverso è il caso di Saffo: nel suo thiasos, si praticava la danza, la musica, il canto, il banchetto, le feste religiose, gli agoni atletici, in un’atmosfera di civettuola grazia e malizia tutte femminili, in cui maestra e discepole erano legate da amore omosessuale, ricco di finalità pedagogica.

     La più antica educazione ateniese durò fino alla metà del V sec. Secondo Tucidide, Atene lasciò l’etica militarista ed adottò un genere di vita più evoluto; l’obbligo militare si riduce l’efebia ai diciotto anni e la stessa oplomachia deve intendersi come competizione, non come militarismo. D’altro canto, per l’evoluzione politica di Atene, P.Girard ha assegnato un diverso ruolo all’atletica ed alla ginnastica. L’equitazione e la caccia sono sport e passatempi per nobili; i cavalieri sono la seconda classe nell’ordinamento di Solone. Dagli agathoi al demos passava con la pratica dell’atletismo, anche l’ideale di vita raffinata. Estesa ormai al popolo, l’educazione ad Atene deve trovare una struttura; nasce così la scuola in prospettiva di progresso civile, disdegnato da Teognide e da Pindaro, che per primo affronta il problema dell’insegnabilità dell’aretè.

     La nascita della scuola pubblica non fa scomparire di colpo l’educazione privata, come attestano Aristotele e Quintiliano, ma quella pubblica è sempre più diffusa. Il primo insegnamento era l’educazione fisica, impartita ai ragazzi nella palestra dal peditriba: corsa, lancio del disco e del giavellotto, salto, lotta, pugilato. Teognide e Platone sono concordi nel vedere inscindibili musica ed educazione. Al centro si colloca la poesia, quando il convito è accompagnato dal canto. I fanciulli dovevano imparare a memoria i poemi omerici, le elegie dei poeti Teognide e Solone; con il suo ideale di eunomia, e con quell’umanesimo che esalta la gioia della vita, l’amore, il vino, il canto, la caccia, l’ospitalità, attività tipiche della società aristocratica.

     Accanto al pedotriba e al citarista, c’era il maestro di lettere, il didaskalos. L’apparizione di questa terza branca si fissa nelle guerre persiane quando, prima della battaglia di Salamina (480 aC), Plutarco racconta che i Trezeni assunsero maestri di scuola per i bambini ateniesi sfollati, accolti nella loro città. L’educazione ateniese era più artistica che letteraria, più sportiva che intellettuale, di stampo etica e si riassumeva nella parola kalokagathia, bellezza fisica, gentilezza morale.