MIO PADRE, 50 ANNI DOPO Una meteora, un mito

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

 mio padremio padremio padreCi si potrebbe lasciare suggestionare dall’ambiente naturale, dal clima, dalla vegetazione, fatta anche di palme e fichi d’India, dal cielo più azzurro che celeste, dal mare più ceruleo che azzurro, da una terra più rossa che nera e potrebbe pensare “questa è Africa”. Poi, vedendo i poderosi avanzi aragonesi delle mura, delle porte e del castello Luna, i palazzi rinascimentali, le chiese barocche, i monumenti del Sette-Ottocento, ci si accorge subito che d’arabo c’è ben poco, forse solo il nome. Sciacca fu, insomma, un avamposto dell’Europa di fronte all’Africa, dalla quale dista pochissimo, prima greca, poi romana, araba, normanna, angioina, aragonese, borbonica, come del resto tutta l’Italia meridionale. Era una cittadina caratteristica, un paese di pescatori, di sano sapore arcaico; oggi, purtroppo, snaturata dalla dilatazione urbanistica, soffocata dal cemento selvaggio, accerchiata da scempi edilizi, aggiogata da mostruosi cavalcavia, svincoli, superstrade, gallerie costose quanto inutili. In una delle stradine del centro storico, in una casa d’umili, ma bravi artigiani, precisamente ebanisti, da almeno quattro generazioni, nell’aprile del 1909, nacque mio padre Giuseppe, unico figlio maschio. Senza dubbio, due eventi inaspettati contribuirono a cambiargli la vita: la morte della madre, falcidiata dalla spaventosa epidemia spagnola (1918), e del padre per apoplessia (1927). Nel frattempo, ben poco intenzionato a seguire la nobile arte paterna, senza particolare opposizione del mite ed affettuoso genitore, che si era reso conto che, con i cambiamenti verificatisi dopo la grande guerra e con l’avvento ed il consolidamento del fascismo, si schiudeva un’epoca irripetibile, nuova e prospera per i ceti medi, egli, dopo aver frequentato il ginnasio ed il liceo “G.Garibaldi” di Palermo, aveva conseguito, proprio nell’estate di quell’anno, la maturità classica, con una votazione discreta in rapporto ai tempi, immaginiamo subito dopo la riforma Gentile. Coltivando, in verità, il desiderio di frequentare la facoltà di giurisprudenza a Palermo, decise di frequentare i corsi per un paio d’anni, ma non si rassegnava all’idea di pesare sulla famiglia della sorella maggiore sposata (la minore, appena sposata, emigrò negli Stati Uniti) per tanto tempo; così, nel maggio del 1930, partì per il servizio militare di leva, assegnato al 157° Reggimento Fanteria “Liguria”, di stanza a Macerata. Congedato alla fine dell’autunno successivo, ritornò a Sciacca solo per sbrigare alcune formalità burocratiche; da tempo, infatti, aveva pensato di non ritornare più in Sicilia, qualcosa d’indefinibile lo allontanava dall’amata ed odiata terra natia. L’occasione propizia gliela offrì appunto il fascismo, con l’istituzione a Roma della Regia Accademia di Educazione fisica, fondata alla fine del 1927 ed inaugurata il 6 febbraio 1928 (la cosiddetta Farnesina, i cui impianti si trovavano nella zona presso la Villa Madama), gestita dall’Opera Nazionale Balilla, presieduta dall’on. Renato Ricci, sottosegretario del Ministero della Pubblica Istruzione (poco dopo, Educazione Nazionale) e fervente animatore dell’atletica e dello sport italiano, l’una e l’altro destinati a conquistare fenomenali e memorabili primati mondiali. Mio padre vi s’iscrisse (autunno 1931) e frequentò con profitto i due anni del corso e, conseguito il diploma, già nell’ottobre del 1933 fu nominato, personalmente da Ricci con lettera datata giugno 1933, ufficiale ed istruttore dell’Opera Nazionale Balilla ed insegnante di Educazione fisica nelle scuole statali, con sede il liceo ginnasio “Tommaso di Savoia” di Santa Maria Capua Vetere. Lì, subito stabilì contatti con i personaggi di spicco della città, anche oriundi siciliani e calabresi, che qui da decenni pullulavano nelle varie istituzioni civiche e politiche, Edilio Borgia, Rodolfo Cangiano, i fratelli Giuseppe e Benedetto De Bottis, Vincenzo Vovola, Giuseppe Fusco, Andrea Scandurra, Guido Roccatagliata, Antonino Tagliavia e tanti altri; così, conobbe e sposò (1935) una maestra elementare, Lydia, figlia del comm. Filippo Cannavò, censore del Regio Riformatorio “A.Angiulli”, nonché uno dei maggiorenti della città, acceso fascista, che ricoprì cariche civiche ed onorifiche durante il ventennio. Mio padre, fascista tanto quanto bastava, ma molto motivato, se non per la sua esaltante esperienza dell’Urbe mussoliniana e per essere entrato nel meccanismo totalitario, genialmente ideato per coinvolgere nell’innovazione tutte le componenti della società italiana, svolse l’attività d’insegnante nel ginnasio-liceo e curò, con particolare perizia e passione, l’organizzazione delle attività ginnico-sportive dell’Opera, specie nel sabato fascista, riservato agli esercizi ed ai saggi atletici, partecipando inoltre ai Campi Dux a Roma, a campionati provinciali a Napoli, almeno fino al 1940, nei quali ottenne lusinghieri riconoscimenti con le squadre d’allievi da lui preparati. Il fisico d’atleta, la concezione spartana di vita, il carattere mite ma volitivo ed il carisma del ginnasta di razza suscitavano negli allievi ammirazione, affetto e simpatia umana, tanto è vero che ancor oggi non pochi (più o meno anziani), lo ricordano con piacere e con un pizzico di nostalgia, non solo per l’uomo, che la meritava, ma anche perchè la giovinezza si ricorda sempre bella ed è rimpianta, nonostante le difficoltà, gli stenti e le angustie della vita. Lo scoppio della guerra, all’inizio, non gli procurò eccessivo pensiero ma, col passare degli anni, cominciò a preoccuparsi: infatti, richiamato nell’agosto 1943 per espletare mansioni sedentarie presso il Distretto militare di Caserta. Il 6 settembre successivo, la sua particolare fortuna volle che proprio l’ala orientale (rimasta per mezzo secolo sventrata, da pochi anni in parte restaurata) della vecchia caserma “A.Pollio” di fronte alla reggia vanvitelliana, fu bombardata dagli alleati e mio padre dal secondo piano precipitò nel vano cantinato. Ricoverato nell’Ospedale militare di Casagiove, in realtà, oltre a fratture ed escoriazioni, non riportò danni fisici particolarmente gravi; nel frattempo, diventato critico il momento storico e politico, egli pensò bene lasciare l’ospedale e tornare a casa con la bicicletta che usava per andare a Caserta. Purtroppo, il trauma cranico, al momento sottovalutato dall’autorità medico-militare, dopo qualche anno, determinò un progressivo calo della vista. Per quanto volitivo e tenace di temperamento, si rendeva conto del proprio disagio, riuscendogli sempre meno agevole la vita di relazione e l’attività didattica e di allenamento, declassata ormai, per le limitazioni ideologiche che il nuovo regime “democratico” impose tagli finanziari ed educativi alla disciplina ginnico-sportiva, nel giro di pochi anni ad una materia riempitivo. Egli, in ogni caso, non si diede per vinto: per fare svolgere esercizi ed allenamenti, utilizzava il campo sportivo “M.Piccirillo”, un campetto dietro la villa comunale, un cortile interno delle scuole elementari al corso Garibaldi, locali mal adattati a palestre d’istituto, insomma tutto quello che poteva, sobbarcandosi ai rigori dell’inverno, pur di svolgere le ore di lezione all’aperto, partecipava con varie squadre di volenterosi studenti ai campionati atletici provinciali, non trascurava nulla, specie agevolato dalla disponibilità del tetragono preside Alfredo Sabetti; invece, fu poco sostenuto dal successore Alberto Bignone, ormai adeguatosi al nuovo regime. In condizioni così proibitive, non prese neppure un raffreddore e non mancò dalla scuola neanche per un giorno. Nell’autunno del 1957, l’asiatica, la prima influenza del dopoguerra col marchio d’origine, non risparmiò neppure lui; da essa non si riprese più. I medici attribuivano i decimi di febbre e i dolori articolari ad una forma reumatica, invece il “Pascale” di Napoli, all’inizio della primavera del 1958, emise la sentenza inappellabile: quel male poco noto ed allora del tutto inguaribile, nel giro di alcune settimane, devastò la sua tempra di atleta. Non pronunciò frasi famose o ad effetto, vita e letteratura davvero sono due cose diverse. Eppure, ricordo che un pomeriggio d’aprile, nel delirio degli ultimi giorni, lo sentii nominare il cavallo. Il destriero, dalla sua lontana ed infuocata terra, aveva superato ostacoli ed aveva raggiunto traguardi, che lo avevano esaltato e soddisfatto: la bella avventura era finita. Il cavallo, animale fiero e nobile, forse, gli evocava l’armonia delle forme muscolose ed atletiche, la purezza interiore ed il decoro esteriore, l’obbedienza non servile, il carattere dolce e riservato; forse, ne udiva l’assordante scalpitio di memoria pascoliana che, simbolico e misterioso come la morte, muovendo da remoti lidi, si allontana verso l’ignoto.