La cattedrale di Sessa Aurunca

Posted on 27 gennaio 2012 by alberto

di Antonella D’Amico

Il duomo di Sessa Aurunca è una collezione di ambienti e pezzi che ne fanno un “museo vivo”, certamente il monumento più illustre della cittadina, che sorge su una colata di trachite del vulcano di Roccamonfina. Nell’anno 1103, iniziarono i lavori per la costruzione della nuova cattedrale, che sarebbe diventata, in seguito, sede vescovile. Il complesso fu edificato per volere di Giacomo, vescovo di Sessa (1093-1108), proveniente dal monastero di Montecassino, certamente testimone della costruzione della famosa basilica voluta dall’abate Desiderio, il quale per l’occasione radunò maestranze europee e orientali. Partendo dall’esempio cassinese, si può intravedere un anello di congiunzione tra il sostrato culturale, fondamentalmente latino, e un gusto popolareggiante e fantasioso, che insediava la sudditanza delle maestranze e dei committenti alle tradizioni derivanti dal mondo antico, riprendendone certamente modelli e linguaggi, che venivano arricchiti da espressioni autonome ed autentiche. Quando s’iniziò ad elevare la cattedrale, accanto al reimpiego di pezzi classici, furono prodotte ex novo sculture originali di pregevole fattura. Nonostante i rifacimenti settecenteschi, il monumento conserva in pieno la sua bellezza originaria. L’edificazione durò, presumibilmente, un decennio e fu portata avanti dall’attiva e costante cura del vescovo Giovanni II, anch’egli proveniente da Montecassino, e consacrata nel 1113; ma i lavori non si conclusero con la consacrazione che, con probabilità, coinvolse solo la cripta, ossia l’unica parte indispensabile per officiare messe.

La Cattedrale di Sessa Aurunca

 

Nella delineazione del percorso del cantiere, per necessità bisogna considerare un periodo di tempo, difficile da quantificare in termini precisi, in cui i lavori subirono una brusca interruzione. L’opera fu ripresa con il completamento della muratura dei fianchi, attraverso il riutilizzo di grandi blocchi di marmo ricavati da qualche edificio antico, forse lo stesso teatro romano di Sessa. In seguito, ci si occupò della fabbricazione dei portali laterali della facciata, i cui archivolti furono recuperati dalle cornici, già realizzate nella prima fase del cantiere, ma non ancora montate; infine, del portale centrale, le cui asimmetrie con quelli laterali, dimostrano che fu eseguito in un periodo successivo. L’archivolto del portale centrale è chiuso esternamente da una cornice piuttosto sporgente, retta da due leoni e composta da una sequenza di foglie d’acanto intervallate da un lacunare. Nella parte bassa della parete fa la sua prima comparsa il motivo decorativo, che lo arricchisce ulteriormente. Si tratta del sistema in cui è stato inquadrato il finestrone, chiuso da colonne con animali stilofori. Questa è una chiara citazione di un modello pugliese, la cattedrale di S.Nicola di Bari e del fiore all’occhiello dell’architettura medievale campana, la cattedrale di Casertavecchia, nel cui mezzo si apre un finestrone dall’ornato prossimo a quello del portale di Sessa. Ciò senza dubbio, dimostra quanto marcata fosse la penetrazione, in Campania, dei motivi compositivi d’impronta cassinese.

Il portico centrale è stato decorato sapientemente con le storie di S.Pietro e, al culmine delle arcate, fa bella mostra di sé il ciclo dei mesi, elemento utile a differenziare ed isolare, le vicende religiose dell’apostolo Pietro, prive di connessione tematica con l’agiografia del santo.

Anche l’interno è ricco di elementi decorativi, come il pavimento a mosaico che si dispiega come un pregiato tappeto guarnito con delicati motivi geometrici che dona all’ambiente un tono di fantastica sontuosità. Si tratta di un pavimento realizzato con la famosa tecnica chiamata “opus alexandrinum”, ovvero con piccoli ed irregolari elementi lapidei, di solito bianchi e neri, disposti su un fondo monocromo. Purtroppo, una ristrutturazione compiuta alla metà del XVIII secolo, ad opera del vescovo Francesco Caracciolo, per il prolungamento del presbiterio, ha privato il rivestimento di una cospicua parte della sua decorazione musiva. La stessa tecnica è stata utilizzata per l’abbellimento del pulpito, forse il tesoro più prezioso della cattedrale, realizzato durante l’episcopato di Pandolfo, come attesta l’iscrizione leggibile alla base del pannello destro; anche il candelabro del cero pasquale risale allo stesso periodo. Il basamento, opera di uno scultore locale conosciuto come il Pellegrino, fu commissionato da due vescovi diversi: Pandolfo, per il quale montò il pulpito, e Giovanni, per cui realizzò la base del candelabro e un secondo pulpito. La fattura della colonna tortile si conserva in ottimo stato; i materiali utilizzati hanno significati ben precisi: il marmo si riferisce alla natura umana e il mosaico con stelle dorate su fondo rosso alla natura divina. È ripartito in tre sezioni, grazie a due annodamenti a fascia fregiati con bassorilievi; le figure che popolano il fusto hanno come tema la processione, la veglia pasquale, il canto dell’exultet e la gloria divina.

Facciata, particolare

 

Nel corso della trasformazione settecentesca dell’interno della cattedrale, il pulpito fu spostato dalla sua sede naturale e portato dove ancora oggi si trova, tra la terza e la quarta colonna a partire dal transetto, nella zona antistante l’imboccatura della scala che, sulla destra, conduce alla cripta. La medesima fu realizzata in quella stessa occasione, chiudendo quella che si trovava nella navata laterale. Probabilmente, lo stato attuale deriva dalla fusione di diverse parti destinate a due pulpiti distinti; il risultato finale si presenta come un’opera complessa e stratificata, poco unitaria, passando da un sistema a due amboni, di tipo salernitano, a quello attuale con un solo pulpito.