Francesco De Mura a S.Maria di Capua

Posted on 27 gennaio 2012 by alberto

di Antonella D’Amico

     Nella chiesa di S. Maria Maggiore è custodita una tela di Francesco De Mura, collocata nella cappella del Monte dei Morti, edificata (1722-77) in sostituzione del primitivo oratorio dell’omonima confraternita. È un autentico gioiello del periodo tardo-barocco, in cui spiccano il pregevole altare in marmi policromi, opera d’artigiani napoletani, realizzato nel 1732, un bellissimo coro ligneo del XVIII secolo e le statue di S.Scolastica, S.Teresa, S.Rita, e S.Chiara. A suscitare l’interesse dello spettatore, è senza dubbio la splendida pala d’altare dell’artista napoletano, posta in una magnifica cornice marmorea, raffigurante la Deposizione di Gesù dalla croce. Il dipinto, che si presenta in buono stato di conservazione, è stato realizzato da un rappresentante della cultura figurativa del Settecento formatosi nell’atelier di Francesco Solimena, che lo considerava il suo discepolo prediletto, da cui riprese il gusto della decorazione ampia, subendo anche l’influenza di Luca Giordano per le tematiche luce-colore.

L'altare e la Deposizione nella Cappella

     De Mura si era rivolto alla ripresa dei modelli solimeneschi, appropriandosi degli strumenti linguistici, che il maestro aveva saputo forgiare, per fornire una prima risposta alle nuove esigenze di chiarezza compositiva, compostezza formale e moderna comunicatività. Trascorso il tempo necessario per l’apprendistato della “formula solimenesca”, De Mura, ricco di un complesso apparato di mezzi tecnici ed espressivi, s’avviò alla sperimentazione di uno stile che facesse sembrare, mediante uno schiarimento della tavolozza di Solimena, meno carica e solenne la ragionata e composta monumentalità del maestro. La sua “filosofia” era legata ad un fare pittorico moderatamente classicista, alla necessità di liberare le sue opere da un tono sostenuto e didascalico. Si avvicinò molto all’ultimo Giordano, alleggerendo la grandiosità scenografica appresa da Solimena e rendendo più tenui e lievi i chiaroscuri.

La Madonna col bambino

     A questo periodo di transizione risale la pala d’altare, datata 1757, è carica di pathos; Cristo, deposto dalla croce, viene accolto nel grembo materno ed adagiato sul lenzuolo bianco che, secondo la tradizione, viene portato da Giuseppe d’Arimatea. Tutti i “cattivi” non vengono raffigurati; sul luogo dell’esecuzione, il Calvario, ai piedi della croce vuota e raccolti in preghiera davanti al corpo esanime del Cristo, ci sono solo i parenti più intimi: Giovanni, l’Evangelista, alle spalle del Nazareno, la Maddalena che sorregge delicatamente la mano di Gesù e ne bacia le ferite in segno d’adorazione; quest’ultima è facilmente riconoscibile, perché ha accanto a sé il vasetto degli unguenti, il suo tipico attributo iconografico, che fa riferimento tanto alle cene evangeliche durante le quali ha lavato e profumato i piedi di Gesù, quanto alla necessità di preparare il corpo di Cristo per la sepoltura. Dislocate sul lato sinistro, nascoste in penombra, appaiono le Pie Donne; quella di sinistra è completamente avvolta nel suo mantello e a mala pena si scorge parte del volto, quella di destra sembra incredula nel vedere Cristo ormai morto. Poi, la Madonna, straziata dal dolore, alza gli occhi al cielo pieni di lacrime ed apre le braccia in segno di sottomissione alla volontà divina.

     È una scena dolorosa di composta disperazione attorno al  corpo esamine di Gesù, resa dal pittore con intenso lirismo e con delicati colori e tenui chiaroscuri. De Mura drammatizza ed evidenzia la verità umana del personaggio: il Cristo, vestito solo col perizoma, è colto subito dopo la deposizione; il corpo dalla linea arcuata è reso con un modellato vibrante, messo in rilievo dalla luce che ne risalta la muscolatura e i lineamenti del volto, ancora contratti per il dolore subito durante l’agonia. Ai piedi di Gesù, sulla destra, l’artista ha collocato gli strumenti della passione: i chiodi, che gli hanno trafitto i piedi e le mani, la tenaglia che è servita ai suoi carnefici per liberarlo dalla croce, simbolo quest’ultimo di morte, ma anche lignum vitae, l’acronimo I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, Gesù di Nazareth re dei Giudei), la motivazione della sentenza di morte, la corona di spine e, disposta sulla sinistra, la tunica rosso porpora per la quale i centurioni tirarono a sorte. Alle spalle di questi personaggi, nella parte alta del dipinto, campeggiano, visibilmente addolorati, i puttini che aleggiano tra nuvoloni grigi che alludono all’evento straordinario, secondo cui nel momento della morte di Gesù si fece buio su tutta la terra. L’opera è un esempio dell’arte di un esponente che seppe conferire ai suoi dipinti ricchezza formale e slancio narrativo, degni del migliore Settecento napoletano.