Calendario e calendari

Posted on 27 gennaio 2012 by alberto

 

di Alberto Perconte Licatese    

Il titolo potrebbe suggerire al distratto lettore ben altre fantasie, oggi di moda, complici la pubblicità, l’arrivismo ed il grossolano affarismo; il lettore più esigente si aspetterebbe riflessioni filosofico-morali di memoria leopardiana (il pensiero corre al  “Dialogo tra il venditore di almanacchi e il passaggere”); nulla di tutto questo, vorrei solo soffermarmi sul significato, sul piano storico e scientifico, dei vari calendari nel corso del tempo.

    

Un calendario di moda

Il termine (lat. calendarium, derivato a sua volta da calendae, il primo giorno del mese) designava propriamente il libro dei crediti, i cui interessi scadevano in quella data, quando il pontefice annunciava (vb. lat. calare) le dolorose scadenze ed i giorni festivi ricorrenti nel nuovo mese; più tardi, la parola significò le regole di divisione del tempo. I fenomeni astronomici periodici, secondo i quali in tutti i calendari conosciuti era ed è tuttora compiuta la suddivisione del tempo, sono il giorno solare medio, il mese sinodico e l’anno tropico. A queste periodicità astronomiche è stata sovrapposta la settimana, inizialmente con un significato religioso, poi accettata e applicata anche nella vita civile.      

Un calendario tradizionale

     Nel corso della storia dell’umanità, per definire l’epoca dei vari eventi si è fatto riferimento ai due astri, che più direttamente influenzano la vita sulla terra, il sole e la luna; oppure ad entrambi, prendendo come base la durata delle periodicità: si sono così avuti calendari lunari, che fanno riferimento al ripetersi delle fasi lunari; calendari solari, riferiti alla posizione del sole fra le stelle, e calendari lunisolari, che si accordano meglio ad entrambe periodicità lunare e solare.

     Ai popoli primitivi la determinazione del tempo interessava solo in riferimento alle stagioni adatte alla caccia, alla pesca, alla raccolta dei frutti, alle opere dell’agricoltura. Essi subordinavano queste attività ai fenomeni atmosferici (caldo, freddo, pioggia, siccità) e le mettevano in relazione con il momento in cui nel cielo apparivano determinate costellazioni. In processo di tempo, questi riti trovarono il loro focus centrale nel capodanno, che fu individuato come l’inizio di un ciclo completo.

     Il calendario più antico fu usato in Cina, che divideva l’anno in dieci mesi, ognuno di trentasei giorni. Fu inoltre usato, anche un calendario lunare, composto da dodici mesi, che si alternavano di 30-29 giorni. L’inizio dell’anno cadeva nella lunazione corrispondente all’entrata del sole nella costellazione dei Pesci (febbraio).

     Nell’area mediterranea, gli Ebrei accolsero nel loro calendario i nomi dei mesi babilonesi, fissato solo nel sec. IV dC. Nell’Arabia l’era musulmana fu stabilita dal califfo Omar, facendola iniziare dal passaggio di Maometto dalla Mecca a Medina (egira, 16 luglio 622). Nella Grecia antica, l’anno constava di dodici mesi lunari, di 30-29 giorni. L’anno risultava, pertanto, di 354 giorni e, per supplire alla parte mancante, s’introduceva di tanto in tanto un mese supplementare, con criteri diversi per le singole poleis.

     Il primo calendario di Roma (romuleo), aveva l’anno di 304 giorni, contenuti in dieci mesi con inizio a marzo; in seguito, ad una riforma attribuita a Numa Pompilio, ebbe l’aggiunta dei mesi di gennaio e febbraio. Le frequenti modifiche apportate dai pontefici persuasero Giulio Cesare nel 46 aC a promulgare la riforma preparata dall’astronomo alessandrino Sosigene. Essa eliminò ogni dipendenza del calendario dal ciclo lunare e stabilì che ad ogni tre anni di 365 giorni dovesse seguire un anno di 366. Il giorno supplementare era il sesto prima dell’inizio di marzo; perciò, tale anno era chiamato bisestile (bis-sextus pr. Kal. Mart.). Cesare conservò la numerazione dei giorni in ogni mese: il primo giorno del mese era chiamato Calende, le None erano il 7º giorno (mar-ma-lu-ot), e il 5º giorno degli altri mesi; le Idi il 15º giorno (mar-ma-lu-ot) e il 13º negli altri mesi; i giorni si contavano a ritroso, a partire da queste date. Fin dal sec. II dC fu usata anche la settimana, di origine babilonese-ebraica; i nomi, tuttora usati, dei sette giorni della settimana derivavano da divinità pagane, tranne il sabato (ebraico) e la domenica (cristiana). Nell’8 dC, Ottaviano Augusto stabilì di far cadere l’anno bisestile ogni quattro anni.

     Nel sec. VI, il monaco Dionigi il Piccolo propose delle modifiche, che conservarono tutte le caratteristiche del calendario precedente, cioè la durata dell’anno tropico (365,25 gg.) e della lunazione (29,53 gg.), sovrapponendogli il ciclo metonico, cosicché ne risultava semplificato il computo della Pasqua e delle altre feste mobili.

La commissione presieduta da Gregorio XIII

    

Nel 1582 si rilevò l’esigenza di una correzione, voluta da papa Gregorio XIII. L’errore del calendario giuliano era già stato notato nel 730 dal venerabile Beda; nel sec. XIII, tornarono sull’argomento Ruggero Bacone, Giovanni da Sacrobosco e Giovanni di Sassonia. La questione fu dibattuta anche nei concili di Costanza (1414-18) e di Basilea (1431-49). La riforma avvenne solo nel 1582, quando Gregorio XIII convocò una commissione di prelati ed astronomici, che fissò la durata dell’anno tropico in 365,24 gg. solari medi. Di conseguenza, si rendeva necessario correggere l’antico calendario ecclesiastico. La riforma gregoriana consistette nel correggere le date, per ovviare agli errori accumulatisi nei secoli e nello stabilire che fossero bisestili gli anni divisibili per quattro e che, degli anni terminanti con due zeri, fossero bisestili solo quelli divisibili per quattrocento.

     Nel 1793 la rivoluzione francese istituì un proprio calendario, in cui l’anno era di 12 mesi di 30 giorni con cinque giorni supplementari alla fine; gli anni si computarono non più secondo l’era di Cristo, ma secondo l’era repubblicana: esso fu abolito nel 1806 e si ritornò a quello gregoriano. Dal 1922 al 1945, in Italia, fu usato oltre al gregoriano anche quello fascista, che prese il suo avvio dalla data della marcia su Roma (28 ottobre 1922) e contava gli anni in numeri romani, es. 1925-III EF (Era Fascista)

     I calendari religiosi trascurano la successione delle stagioni per imperniarsi sulle date fondamentali della vita religiosa, cioè le feste. Nella Chiesa cattolica, l’anno liturgico, secondo il rito romano, incomincia con l’Avvento, un periodo di quattro settimane, che precede la nascita di Cristo (Natale, 25 dicembre) e della sua prima manifestazione pubblica (Epifania, 6 gennaio). Dopo l’Epifania segue un ciclo, il cui numero è in rapporto con la data della Pasqua, la cui festa coincide con la domenica del plenilunio seguente all’equinozio di primavera e che è preceduta dalla Quaresima. Il periodo post-pasquale si prolunga per altri cinquanta con le feste dell’Ascensione e della Pentecoste.