A S.Angelo in Formis nel 1944 un crimine degli “alleati”

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Il plotone fa fuoco su V.TedescoDon G.Ferriero prega per F.AschieriLa lapide attuale ai Caduti Dopo l’8 settembre 1943, l’azione bellica nei territori occu¬pati dagli anglo-americani fu condotta dall’organizzazione clandestina, formata da fascisti residenti nella Italia meridionale, e dai servizi speciali, composti da agenti segreti da inviare nelle zone occupate, con l’incarico di svol¬gere attività di informazione e di sabotaggio ai danni degli alleati. Di essi, che impie¬garono oltre quattromila agenti, uomini e donne, quasi tutti giovani e tutti volontari, facevano parte i tredici soldati della Repubblica Sociale Italiana catturati, giudicati con rito abbreviato e condannati a morte da un tribunale alleato, tradotti nelle carceri di S.Maria C.V. Nel 21 gennaio 1944, nella cava di S.Angelo in Formis, i primi ad affrontare la morte furono Mauro Bertoli da Massa e Luigi Cancellieri da Monteroni. Fuggiti da Bari, i due si erano arruolati volontari nelle file repubblicane, con l’intenzione di entrare nei ser¬vizi speciali; erano alla loro quinta missione quando, nel dicem¬bre 1943, gli inglesi li catturarono. La mattina, su un camion furono trasportati sul luogo dell’esecuzione: un campicello alle falde del Tifata, nascosto da una propaggine tufacea della collina, il «vallone del sangue italiano», come lo definì don Angelo Scarpellini. Colà, legati a pali, caddero fulminati dalle raffiche dei mitra britannici. Don Lorenzo Nacca, all’epoca parroco di S.Erasmo, che li assi¬stette fino all’ultimo, così si espresse: “I supremi valori della fede cattolica furono per essi il via¬tico sicuro per affrontare sereni e coscienti la realtà ultrater¬rena…Consumarono il pranzo con tale giovialità da far pensare a me che tra la vita terrena e quella celeste per essi non c’era alcun distacco. Luigino mi chiese la corona del Rosario, che baciava spesso fino al momento della morte. La Patria aveva per essi un valore degno di essere collaudato col sangue, il duce era per essi qualcosa di sacro e merito¬rio della propria immolazione. Tradotti al posto dell’esecuzione, mi raccoman¬darono le madri: ‘Dica loro che il nostro cuore non morirà, le conforti’. Affron¬tarono la morte senza scomporsi, con la fronte alta e senza paura”. Li seguirono nella triste sorte, il 16 aprile, Marino Cantelli da S.Giovanni in Persiceto ed Enrico Menicocci da Marsiglia. Li assistette don Umberto Piccirillo, parroco di Portico che lasciò questa testimonianza: “L’arciv. Salvatore Baccarini mi ordinò di recarmi nel carcere di S.Maria C.V. per por¬tare la parola di conforto ai due giovani fascisti. Alle sette, mi trovavo nel carcere e bruciavo dal desiderio di avvicinare subito i giovani, per dire la parola della religione ad essi che erano in procinto di spiccare il volo per l’eternità. Un nodo mi stringeva la gola. Li abbrac¬ciai e li confessai, i sacramenti loro amministrati furono la mia edificazione. Alle ore 9,45 uscimmo dalle celle, su tre macchine ci accompagnarono alla cava; a due paletti già pronti, furono legati con una fune. Una scarica di otto fucili li fulminò all’istante”. Il 30 aprile, furono fucilati Italo Palesse da Cavalletto d’Ocre, Franco Aschieri da Milano, Mario Tapoli da Roma, Vincenzo Tedesco da Napoli. Sulla fine di questi quattro agenti speciali abbiamo la commossa testimonianza di don Giuseppe Ferriero, allora par¬roco di S.Pietro, della quale riporto stralci: “Li trovai che cantavano. Appena mi videro, stettero zitti e mi si strinsero intorno. Dissero che si erano già confessati, feci recitare l’atto di dolore e li comu¬nicai. Il pianto dei carcerati ci accolse all’uscita del corridoio, i due risposero inneggiando all’Italia fascista. Salii con loro sulle jeep. Arrivammo, il romano si toglie la camicia nera, non vuol farsela bucare, passo al napoletano, bruno, carino, ha sul capo una bustina bianca con un’aquila nazista. Mi raccomandano le lettere che hanno scritto ai loro cari…Bacio i due, che rifiutano di essere bendati. I soldati caricano i dodici moschetti. Tre comandi secchi, vidi cadere i cari giovani…Si vanno a rilevare gli altri due, appena mi vedono sorridono, quello di Aquila si toglie anche lui la camicia, lo legano, desidera una sigaretta, un capitano gliela dà e accende. Lo stesso fa per l’altro, il milanese, simpatica figura di giovane buono. Infondo loro coraggio, poi i soliti co¬mandi secchi, li vidi piegarsi. Ascoltai il loro rantolo: i colpi non erano stati precisi come la prima volta. Che strazio nel mio cuore!” Alle spalle del Cimitero di S.Maria C.V., il 6 maggio furono fucilati Alfredo Calligaro da Campolongo, Domenico Donnini da Urbania, Virgilio Scarpellini da Ranica, Giulio Sebastianelli da Cupramontana. Appartenevano tutti alla «X Mas». Il sacerdote che li volle assistere, don Alfredo Contini, cappellano del carcere di S.Maria, morì poco dopo l’esecuzione a causa dell’emozione, per cui non risultano testimonianze. Nulla si conosce dei primi due; quanto a Scarpellini, egli, ritornato a casa dopo l’armistizio, non rassegnandosi all’idea della sconfitta della Patria, appena costituita la RSI, corse a Bologna ed ottenne di far parte dei servizi speciali. Infine, Paolo Poletti da Firenze, fu ucciso il 19 maggio, nel carcere di S.Maria C.V. Gli alleati usavano procedere agli interrogatori in villette isolate presso Torre Annun¬ziata, dove torturavano le spie che cadevano nelle loro mani. Il Poletti fu seviziato tanto ferocemente che impazzì. Tradotto nel car¬cere di S.Maria, il ragazzo urlava e si strappava i vestiti; ingiuriando gli americani, nel delirio si avvicinò al cancello della cella, lasciato stranamente aperto, e fece alcuni passi nel corridoio, quando il sergente americano scaricò la pistola contro il prigioniero. Sarebbe troppo lungo riferire i particolari della ricostruzione triste vicenda, che senza dubbio sarebbe stata obliata, come tante altre. Mi limito a dire che il 4 novembre 1966 (il giorno dell’alluvione di Firenze) un comitato partitico cittadino, del quale mi onoro di aver fatto parte, pubblicò un opuscolo ed appose una piccola lapide sul luogo della testimonianza della fedeltà, del patriottismo e dell’olocausto della vita, di cui tutti gli italiani dovrebbero essere fieri o, quanto meno, memori. Dopo che andò in onda in televisione, nell’aprile del 1994, la trasmissione “Combat film”, che proponeva le agghiaccianti sequenze di alcune di quelle esecuzioni, volli ascoltare di nuovo (per l’ultima volta) le parole dei reverendi Lorenzo Nacca ed Umberto Piccirillo (allora gli unici testimoni viventi, qualche anno dopo passati a vita migliore) nelle rispettive abitazioni di S.Andrea e Portico. Entrambi mi confermarono le dichiarazioni rilasciate all’epoca, aggiungendo particolari sconvolgenti e toccanti e, mentre essi parlavano, ancora con forte commozione dopo mezzo secolo, di quelle atroci esecuzioni, forse sproporzionate ai reati contestati, io presi appunti, che con cura conservo.