Le stele campane, la vita incisa nella pietra

Posted on 26 dicembre 2011 by alberto

Uno studio esauriente sulle stele capuane fu condotto verso il 1940 da Lidia Forti, che prese in considerazione un gran numero di esemplari custoditi nel Museo Campano, oppure ancora visibili in loco in un’area alquanto vasta tra Capua, S.Maria C.V., S.Prisco e Casapulla; di ognuna indicò con estrema precisione la prove­nienza, il testo dell’epigrafe ed il tema raffigurato. La tipologia delle stele capuane non si incontra in altre parti d’Italia, mentre qualche somiglianza è stata rilevata con quelle tarentine. Nel Lazio, infatti, il busto è inserito in un ri­quadro rettangolare e nel settentrione siffatte pietre tombali hanno forma più snella e allungata e, quasi sempre, contengono il solo busto del de­funto. L’uso di rappresen­tare le figure per intero o quasi è, in effetti, di derivazione più greca che italica. La lavorazione di tali stele risente dell’arte provinciale, intesa in senso positivo, capace cioè di valorizzare l’elemento locale; si tratta, infatti, di lavori eseguiti da artigiani campani, per l’esattezza capu­ani, ed il travertino usato è quello del Tifata. I magistri lapidarii erano particolarmente esperti in quell’arte e non mancavano,  in molti casi, di ca­pacità artistiche individuali, pur ispi­randosi, in linea di massima, a correnti d’arte greca. L’apparente roz­zezza nasconde il tentativo di esprimere nelle figure umane, con efficace ed elementare fissità, il dramma impenetrabile, come la pietra che la raffi­gura, della morte.

Il tipo più diffuso delle stele campane è quello cd. ad edicola, di chiara derivazione attica, che ebbe larghissima diffu­sione a Capua e in Campania nell’età repubblicana . Esse ci of­frono non solo elementi utili per valutare lo stile e l’arte di questo parti­co­lare tipo di monumento, ma anche e soprattutto per conoscere il conte­sto so­cio-economico nel quale ebbero diffusione. In linea di massima, il corpo centrale è occupato dagli altorilievi di una o più figure umane (fino a cinque) ed in genere si tratta dei membri di una famiglia, marito, moglie, fratelli, figli, raffigurati fino ai fianchi o alle ginocchia e spesso per in­tero. Le figure presentano i caratteri tipici della statuaria romana di deri­vazione ellenistica: gli uomini sono rappresentati togati, le donne con la tunica e col capo velato (il tipo della pudicitia), sempre di fronte. Gli altorilievi sono racchiusi in un’edicola, costituita da un basamento sor­montato da due pilastrini che reggono un timpano, spesso con la testa della Gorgone al centro e gli acroteri ai lati.

Le iscrizioni attestano la varietà di categorie sociali che ricorrono a tale tipo di monumento funebre. Si tratta di medi funzionari, piccoli com­mercianti ed artigiani, coloni operanti a Capua in detta epoca, insomma la plebs optima et modestissima di cui parla Cicerone. Già in precedenza, il Nissen e il Mommsen avevano de­finito i caratteri peculiari delle stele ca­puane, riconducendole ad un’arte rozza, ma non priva di efficacia e, no­tando che la loro diffusione era limi­tata in pratica al solo agro campano, osservarono che tipica di tali stele era l’abbreviazione OHSS (ossa hic sita svnt) incisa sui pilastrini. Anche il Frederiksen dedica molto spazio a questi piccoli monumenti funebri, la cui omogeneità sul territorio cam­pano denota che essi rappresentano il frutto di una solida tradizione locale della pietra funeraria. Lo stile del ri­lievo è quello italico, caratterizzato da una superficie livellata che rende i volti con occhi grandi e tratta schema­ticamente il drappeggio.

L’esame di alcune di esse, una volta risolto il problema della data­zione, ci fornisce dati importanti per tracciare il quadro  della vita sociale ed economica di Capua repubblicana. La più famosa di queste stele, quella di Publilius Satur, suscita particolare in­teresse perché nella parte inferiore figura la vendita di uno schiavo (venalicium), tema che fa pensare alla tarda età re­pubblicana. Notevole anche la stele di Q.Hordonius, che si trova al Seggio dei Cavalieri a Capua e presenta ben cinque figure. Altri elementi di valutazione per la data­zione delle stele sono stati l’acconciatura dei ca­pelli e il drappeggio delle figure femminili, che le farebbero collocare nel I sec. aC, mentre la toga exigua, tipica dei monumenti presillani, le sposta ancora più indietro nel tempo. È’ chiaro, in ogni caso, che esse do­vettero ricoprire un arco ampio di tempo, dalla fine del II sec. aC all’età augustea. Se ne cono­scono almeno centoventi in tutta la Campania. La tradizione di tali stele, infatti, è anti­chissima e risale alle prime fasi della cultura osca in Campania e la loro scomparsa in avanzata età augustea è dovuta alla diffusione dell’uso del marmo, che comporta con­versioni di tecniche e di maestranze, cui Capua non è culturalmente preparata, e di­versità di domanda, perché per la manifattura di una stele capuana in marmo sarebbe occorso un blocco molto grande, con spese di trasporto e di lavorazione elevate, fuori della portata eco­nomica dei clienti abituali degli artefici di tale manufatto.

Mi limiterò, quindi, a considerare alcune stele ancora visibili in loco. La stele di travertino, incastrata nel muro esterno di un  palazzo di via Mazzocchi, presenta il pilastrino di sinistra rotto; quello su­perstite è di stile ionico; nel frontone si vede la testa della Medusa, al cen­tro tre figure con il volto alquanto guasto: una donna, leggermente ri­volta verso il compagno, al quale con il braccio sinistro cinge il collo e con la destra stringe la mano; quanto alla seconda figura maschile, po­trebbe trattarsi di un fratello; fra le figure principali sono inseriti tre pic­coli busti molto consunti, forse i figli; sull’epistilio, l’iscrizione ci ricorda i nomi dei defunti raffigurati. All’interno dello stesso palazzo, c’è un’altra stele più piccola, sfuggita alla Forti, ma non al Mommsen, con due figure femmi­nili, coperte da pallae talares, che si tengono per mano.  In via Melorio, nel palazzo Fortini, invece, ci sono due stele, una recante un busto muliebre dal viso deteriorato, col braccio destro ripiegato sul petto ed in mano un groppo di pieghe, ed una più grande, con pilastrini dorici, testa della Medusa sul frontone e, nel campo, due figure, una donna col capo ve­lato rivolta verso il compagno, cui cinge il collo col braccio sinistro e stringe la mano con la destra. Nello stesso cortile, sono visibili una stele senza figure umane, ma solo con l’epigrafe, un’ara di età imperiale con una breve iscrizione, una lapide dalla scritta indecifrabile ed un avanzo di iscrizione funeraria.

 Sulla sorte delle stele, dei blocchi iscritti e di altri pezzi d’antichità che si trovavano nel giardino del palazzo  Teti in via R.d’Angiò ed erano visibili fino a qualche anno fa, è calato il più fitto mistero. Tra l’altro, c’era una stele che presentava al centro una figura femminile e due blocchi di travertino con iscrizioni attestanti la conferma dei benefici al tempio di Diana da parte di Vespasiano e l’esistenza del culto di Mitra a Capua prima della scoperta del mitreo. Le stele erano generalmente piantate a terra lungo le strade sia in città, sia fuori le mura. Nel Museo di Capua antica si trovano alcune stele ben conservate, la più grande delle quali presenta quattro figure per intero, marito e moglie che si tengono per mano e due figli, risalente al I sec. dC, mentre nelle altre è contenuto un solo personaggio, una figura maschile per in­tero ed un bu­sto maschile; una, infine, non presenta rilievi, ma solo l’epi­grafe . Mi sembra il caso di includere in questa rassegna la grande stele che si trova a Capua, in via Principi Normanni, che mostra nel campo centrale ben cinque busti a rilievo, raffiguranti quattro uomini ed una donna al centro; fra la seconda e la terza figura si nota un uccellino ri­volto a sinistra. Una grande quantità di stele si trova nel Museo Campano e per le strade di Capua, ma anche ad Aversa, a Sessa e in vari centri del­l’agro Campano.