Un genio del consenso pugnalato a tradimento dalla D.C. Achille Lauro, armatore e sindaco

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Achille LauroUn manifesto elettorale satirico (1953)Una sezione del Pnm (S.Maria C.V. 1952)All’inizio degli anni Cinquanta, rimanevo strabiliato dalla mostruosa macchina elettorale del partito monarchico, che invadeva anche la nostra pigra provincia: decine d’auto e furgoncini con giganteschi cartelli pubblicitari, aerei da turismo ed elicotteri che lanciavano migliaia di volantini, palchi comiziali faraonici, palloncini variopinti, autobus con dirigenti e galoppini del partito, vetrine dei negozi, porte e finestre con l’immagine dell’ideatore di tutto ciò: Achille Lauro. Nato a Piano di Sorrento nel 1887 da Gioacchino, un piccolo armatore, e da Laura Cafiero, a tredici anni, non mostrandosi uno scolaro ideale, il padre preferì prenderlo come mozzo nel veliero “Navigatore”, ma volle frequentare l’Istituto navale “N.Bixio” del paese natale. Appena ventenne, dopo la morte del padre (1907), dovette mantenere la famiglia e, per far fronte alla pesante situazione economica, vendette due delle tre navi ereditate. Superate le difficoltà, riprese a realizzare profitti ma, durante la prima guerra mondiale, perse anche l’unica nave. Nel 1919, sposò Angelina D’Alessandro, dalla quale ebbe tre figli (Gioacchino, Laura ed Ercole) ed in quegli anni, vide la lenta rinascita della flotta. Proseguendo l’attività con imbarcazioni noleggiate, nel 1922 acquistò all’asta il “Lloyd”, un piroscafo americano naufragato nel porto di Napoli; ribattezzato “Iris”, il primo di una flotta di cinquantacinque navi (1939), una delle più importanti d’Europa. L’armatore, nel frattempo, era entrato nelle simpatie delle alte gerarchie fasciste: infatti, iscrittosi al Pnf (1933), era stato nominato consigliere della Camera delle Corporazioni e presidente del “Napoli”, guidato, dalla fondazione (1926) alla prematura morte (1930), da Giorgio Ascarelli. Era riuscito a realizzare ingenti profitti con la concessione del monopolio di trasporti e passeggeri per l’Africa orientale italiana; ma, nel pieno del conflitto, il 19 febbraio 1942, ricevuto da Benito Mussolini, col quale si vantò di aver attuato la cogestione, lamentò la perdita di molte navi a causa della guerra. Mussolini lo compensò con l’acquisizione del 50% della proprietà di tre quotidiani napoletani (“Il Mattino”, “Roma”, “Il Giornale di Napoli”); seguì un periodo di frequentazioni, non disinteressate, con personaggi fascisti e nazisti, ricevuti nella sua villa di Sorrento, tra cui Ciano e la signora Goering. L’armatore, ritenuto responsabile di queste amicizie e di profitti di regime, il 9 novembre 1943 fu arrestato dagli “alleati” ed internato nella Certosa di Padula, dove rimase circa due anni; celebratosi il processo, fu assolto con formula piena (1945) dalla Corte d’Appello di Napoli. Con appena cinque navi, risalì la china, quando dagli Stati Uniti acquistò due scafi trasformati nei transatlantici “Sydney” e “Surriento”: intorno al 1950, con quaranta unità, aveva la più grande flotta d’Europa. Sceso in campo nell’agone politico, dalla Dc romana fu respinto per i trascorsi fascisti; abbracciò la causa dell’ “Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, in auge nel 1947, però presto naufragato. Così, Lauro ed Alfredo Covelli fondarono il Pnm, diventandone l’uno presidente, l’altro segretario. Nelle elezioni politiche (18 aprile 1948), il partito monarchico conquistò il 3% e 14 seggi in Parlamento, specie a Napoli, fausto preludio dell’imminente trionfo. Alla tornata amministrativa di Napoli (25 maggio 1952), a capo di una coalizione di destra, con circa voti 120.000 (53 seggi su 80), Lauro fu eletto sindaco, rimanendo in carica al Palazzo S.Giacomo per 2.375 giorni, più di Maurizio Valenzi e di Antonio Bassolino; cominciò così un’epoca irripetibile non solo per le iniziative culturali e per il consenso popolare, ma anche per gli interessi economici (opere pubbliche memorabili e speculazioni edilizie): fatto sta che nelle politiche del giugno 1953, i monarchici avanzarono in tutta l’Italia, conquistando 40 deputati, la Dc perse la maggioranza assoluta, contro la quale Lauro decise di seguire opposizione dura; tuttavia, l’anno dopo, per dissidi con Covelli, uscì dalla stella e corona e fondò il Pmp. Nella tornata comunale del 27 maggio 1956, a Napoli il suo nuovo partito conquistò la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi, riportando oltre 300.000 preferenze (record imbattibile) ed egli diventò arbitro della politica cittadina, una potenza nazionale e mondiale, quando calavano a Napoli politici, economisti, giornalisti, turisti da ogni parte; uscì un altro quotidiano “Napoli notte”, s’inaugurò il nuovo stadio “S.Paolo” e il Napoli acquistò Vinicio, ritornarono Piedigrotta e il Festival di Napoli. Tutto ciò si realizzava grazie ad una rete d’interessi, che andavano dagli imprenditori, che lucravano con l’edilizia, al ceto medio, affascinato dal suo carisma, al popolino, esaltato dal recupero delle tradizioni locali, ai tifosi, quando egli, presiedendo il “Napoli”, lo mantenne nell’alta classifica della serie A per un decennio. Nel pieno dei successi di Lauro, in corrispondenza col calo vistoso della Dc nell’Italia meridionale, il partito di Amintore Fanfani, fautore dell’apertura alla sinistra, preparata la controffensiva, gli dichiarò guerra; nell’aprile del 1957, gli ispettori ministeriali, inviati a Napoli da Fernando Tambroni, allora ministro dell’Interno, riscontrarono presunte gravi irregolarità della giunta comunale. Le politiche, sopraggiunte nel maggio 1958, segnarono il lento declino del politico e dell’armatore, sconfitto nel collegio di Castellammare dall’astro biancofore emergente Silvio Gava; approfittando del momento, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi firmò (dic.1958) il decreto dello scioglimento del consiglio comunale: dimissioni di Lauro e l’invio del commissario prefettizio dr. Alfredo Correra. Lauro fu accusato di gravissimi illeciti ma, stranamente, non si celebrò nessun processo. Per paradosso, il post-laurismo provocò danni più gravi del laurismo: in realtà, il sacco edilizio, secondo la tesi di recente riportata dal medico radicale Achille Della Ragione, autore di una minuziosa biografia, non fu imputabile a Lauro, ma a molti affaristi, che se ne servirono, per le manovre speculative, anche sotto Correra. Il film “Le mani sulla città”, di Francesco Rosi, servì alla propaganda delle sinistre, abituate, per forma mentis giacobina, ad addossare ogni colpa ad un uomo che non si era arricchito con la politica, anzi è arcinoto che spesso pagasse di tasca sua. Lo scenario è completato da tradimenti, trasformismi, meschinità. Significativo fu l’articolo di Alberto Giovannini, apparso sul “Roma” (lug.1961) col titolo “I sette puttani”, che bollò i voltabandiera che, prezzolati, passarono da un giorno all’altro alla Dc. Nel 1959, per fronteggiare la grave crisi, Lauro e Covelli riunificarono i due partiti monarchici nel Partito democratico italiano unità monarchica (Pdium) ed, ancora nelle elezioni comunali del novembre 1960, l’armatore a Napoli ebbe un lusinghiero successo (30 seggi su 60) e fu eletto sindaco (feb.1961) ma, alcuni mesi dopo, il consiglio bocciò il bilancio e lo costrinse a dimettersi; arrivò il secondo commissario, il dr. Ferdinando D’Aiuto. Inoltre, anche i risultati politici furono deludenti per Lauro (1963 e 1968). Nel frattempo, nel 1967 rimase vedovo di Angelina e, nel 1970, sposò Eliana Merolla, dalla quale ebbe la figlia Tania. Ad ottantacinque anni suonati, riprendendo l’attività politica (1972), Lauro confluì nella lista del Msi-Dn, guidato da Giorgio Almirante, che puntava alla formazione di una forte destra nazionale, con risultati sorprendenti e preoccupanti per il centro. Rieletto nel 1976, pochi mesi dopo, con vari esponenti del partito, non senza lo zampino della “balena bianca”, aderì alla scissione della “fiamma” e contribuì alla formazione dell’effimera Dn: non fu eletto neppure deputato. Si chiuse amaramente la sua attività politica; almeno, il combattivo vegliardo, morendo quasi centenario nell’amata Napoli (1982), si risparmiò di assistere al fallimento della flotta, la sua più diletta creatura.