NEL TURBINE DELLA TRAGEDIA DEL 28 APRILE 1945 Il grecista Goffredo Coppola fucilato a Dongo

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

“Nemmeno nella giornata del 23 (aprile 1945, nda) si notarono segni di disordine. Graziani era passato da Desenzano a Vidigulfo ed adesso stava per trasferirsi a Mandello, nuova sede del commando verso Como, il partito si era sistemato a Milano in via Mozart. Ho trovato Farinacci, siamo arrivati! Invece, Goffredo Coppola mi tiene un poco sotto braccio per dirmi a mente il testamento di Epicuro. Lui aveva scritto una Vita di Epicuro e me ne aveva donato una copia…mi ricorda le parole del filosofo ai discepoli. Siamo già a questo, all’eredità dei discepoli? Ma Coppola è sereno, mai sereno come allora. Vero è che sono sereni più i filosofi che i generali. Ce ne stanno tre o quattro di generali: bestemmiano perché loro devono stare lì e quelli vengono avanti”. Scrisse così Bruno Spampanato nel “Contromemoriale” (1952) per rievocare gli ultimi giorni di Mussolini e dei gerarchi fascisti. A Giulino di Mezzegra, presso Dongo, in quel pomeriggio del 28, c’era anche il prof. Goffredo Coppola, docente di letteratura greca e magnifico rettore dell’Università di Bologna; dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, mantenendo fino all’ultimo l’impegno (condiviso dal collega Pericle Ducati) di difendere l’onore dei vinti. Insieme a Mussolini ed ai massimi capi del fascismo repubblicano, nell’estremo tentativo di resistere nel ridotto della Valtellina o di riparare in Svizzera, fu arrestato e fucilato dai partigiani comandati da Walter Audisio. Con Mussolini e Coppola, furono uccisi senza processo, neppure sommario, i fratelli Clara e Marcello Petacci, il segretario del Partito fascista repubblicano Alessandro Pavolini, i ministri Fernando Mezzasoma (Cultura popolare), Paolo Zerbino (Interni), Ruggero Romano (Lavori pubblici), Augusto Liverani (Comunicazioni), il federale di Como Paolo Porta, il prefetto Luigi Gatti, i giornalisti Nicola Bombacci, Ernesto Daquanno ed Idreno Utimpergher, i colonnelli Francesco Barracu e Vito Casalinovo, il capitano Pietro Calistri, il presidente della Confagricoltura Mario Nudi. Goffredo Coppola era nato a Guardia Sanframondi (Bn) il 21 settembre 1898 da Pietro e Maria Ricca. Frequentate le scuole elementari in paese, nel 1912 s’iscrisse al ginnasio-liceo “P.Giannone” di Benevento. Durante gli anni del liceo, come tanti altri compagni, fu chiamato al fronte (1917), distinguendosi nella guerra sul fronte del Carso, pluridecorato per varie azioni rischiose e sempre riuscite. Ripresi gli studi liceali, conseguì la maturità classica nel 1920 e, affascinato dalle materie letterarie, s’iscrisse nell’Università di Napoli, facoltà di Lettere e Filosofia, essendo alunno del famoso grecista vitelliano Alessandro Olivieri, dal quale gli fu trasmesso l’amore per il teatro comico e l’interesse per la papirologia; appena studente universitario vinse il premio “G.Cantoni” (1921), intitolato al famoso fisico, patriota e senatore milanese (1819-1897), riservato agli allievi degli atenei particolarmente segnalatisi per merito. Conseguita la laurea (1924), si trasferì a Firenze per collaborare nella Scuola Fiorentina di Papirologia, dove rimase per circa nove anni, studiando anche commedia e poesia ellenistica e letteratura greca cristiana, da cui uscì l’edizione critica e commentata di Menandro (Torino 1927), facilmente superata e svalutata dagli studiosi successivi (bravi, che ardua impresa!), a seguito della casuale scoperta del “Dyskolos” (1958), che consentì una valutazione più profonda dell’opera del famoso commediografo ellenistico. Fatto sta che quel lavoro, definito da critici antifascisti velenosamente “libro non spregevole” (la prima edizione completa in Europa) gli fece ottenere la docenza di letteratura greca, prima a Firenze, poi a Cagliari, dove scrisse una memoria su “La grotta delle vipere” ed un corpus di epigrafi latine e greche, apprezzato da Gaetano De Sanctis, che non era fascista, ma era preparato ed onesto; infine, a Bologna, succedendo ad Antonio Vogliano. Scrisse da allora una gran mole d’articoli su quotidiani e riviste (specie la “Nuova Antologia”), cogliendo sempre l’occasione di contaminare la letteratura e politica, come quando tesse l’elogio funebre di Girolamo Vitelli (1935), e contando sull’appoggio del bolognese Luigi Federzoni, cui dedicò la “Cimossa carducciana” (1935) e, sulla terza pagina del “Popolo d’Italia”, pubblicando articoli storico-letterari in chiave sempre più palesemente ideologica di matrice fascista. Gli interventi sul centenario di Giosuè Carducci e sul bimillenario augusteo furono considerati espressioni tipiche culturali del regime, come osservò, con viscerale antifascismo, Piero Treves, recensendoli sulla “Nuova Italia”. Affrontando temi più pertinenti, Coppola pubblicò la monografia “Cirene e il nuovo Callimaco”, per la quale si guadagnò l’approvazione del generale Rodolfo Graziani per il nazionalismo del lavoro, frutto anche della visita in Cirenaica, ospite delle organizzazioni politico-militari di quella colonia. Altra occasione costituirono le sanzioni, quando Coppola sfogò sul “Popolo d’Italia” il risentimento contro l’Inghilterra, puntando i suoi strali contro il filologo ginevrino Gilbert Murray. Le “Elleniche di Ossirinco”, fu una raccolta di nuovi frammenti fiorentini, nella quale il grecista Marcello Gigante (“Gnomon”1965) individuò un chiaro “privilegiamento fascista della romanità”, allora enfatizzata e strumentalizzata a scopi politici, tanto vero che l’unico scritto latino di Coppola fu “Il teatro tragico a Roma repubblicana” (1940). Sulla monografia “Augusto” (Torino 1941), sempre i critici di campo avverso, grava il peso della cultura del “ducismo fascista”, la “Biografia di Epicureo” (Milano 1942) “oscilla tra il romanzo e le belles lettres alla maniera di Alfredo Panzini “, infine la “pulita” traduzione dei “Caratteri” di Teofrasto (1947*). Del suo impegno culturale e politico, condiviso dal collega archeologo Pericle Ducati nell’Università di Bologna, invece di essere una prova del valore letterario e filologico delle opere del grecista sannitico, fu documento dell’ostinato proposito di sostenere e predicare la “resistenza repubblicana ad oltranza”. Il profilo del grecista, redatto da Piero Treves, risente troppo del marcato antifascismo e dell’imperante crocianismo per essere obiettivo e correttamente contestualizzato . Il dibattito sugli intellettuali che aderirono al fascismo è abortito sul nascere, viziato com’era, da mancanza di serenità di giudizio e di scarsa documentazione. L’intellettualità postbellica si trovò di nuovo ad un bivio, pur essendo meno drammatica la scelta rispetto a quella presentatasi già nel 1925. I letterati poeti scienziati, il giorno dopo il delitto di Giacomo Matteotti, scelsero il campo, gli uni e gli altri spinti da ferma convinzione, buona fede, calcolo, opportunismo, debolezza umana, entusiasmo; quelli che aderirono al fascismo, capeggiati da G.Gentile (tra cui L.Pirandello, G.Ungaretti, A.Soffici, G.Volpe, A.Maiuri), in molti casi trassero vantaggi, cariche onorifiche, prebende, potere, molto spesso con ragione e merito; quelli che scelsero la strada del dissenso, guidati da B.Croce (tra cui E.Einaudi, E,Cecchi, L.Salvatorelli, C.Alvaro, E.Montale), ebbero una vita talora normale, talora difficile, emarginati o tarpati nella carriera, spesso oscurati dal regime, che disponeva di una macchina poderosa per fabbricare consenso ma, tranne casi isolati, furono né uccisi, né carcerati, né perseguitati, né maltrattati. Dall’estate del 1943 fino alla primavera del 1945, tutti coloro che ebbero la fortuna di sopravvivere, in grandissima parte, senza scrupoli, preferirono salire sul carro dei vincitori con spudoratezza; pochi conservarono le idee che avevano, spesso pagando per la loro dignità. Nel caso di uno studioso, come Coppola, che ebbe meriti nel campo delle lettere greche, il buon gusto suggerirebbe di astenersi da critica acida e da giudizi sommari.