Il sangue dei vinti. Recensione

Posted on 26 dicembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese    

L’uscita del libro “Il sangue dei vinti”, come prevedibile, vivendosi dalle Alpi alla Sicilia, giorno e notte, in un allarme perenne come per  rischio di inondazioni, incendi, frane, così per imminente e grave pericolo per le istituzioni, fondate sulla democrazia e sulla resistenza, è stata accolta da isterica repulsa, fazioso sdegno, giudizi velenosi, critica acida.

Giampaolo Pansa

Il lavoro di Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore di estrazione sinistrorsa, vice direttore dell’Espresso, è stato definito un libro-shock, che documenta una serie lunga di spietate esecuzioni, compiute per vendetta o rappresaglia dai partigiani comunisti alla fine della guerra, a cominciare dal giorno della cosiddetta Liberazione, il 25 aprile 1945, per tutto quell’anno e il seguente. L’intelligencia italiana catto-comunista è allergica alla verità storica, fatto inaccettabile ancora dopo cinquanta anni. Per una dichiarazione del premier Berlusconi, estorta con un tranello, in ogni caso contenente una verità, semplice e pronunciata con ingenuità tipica del personaggio, che “Mussolini non uccise nessuno, al massimo mandò alcune centinaia di oppositori in villeggiatura”, insorse tutta l’Italia antifascista, dal capo dello stato fino gli alunni delle elementari, costringendolo a emendazioni, abiure e scuse, cose da medioevo. Prima che il libro uscisse nelle librerie, i mass media, nella stragrande maggioranza, addomesticati ed assoldati ai padroni di sinistra, hanno scatenato polemiche roventi, con un tentativo arrogante di censura preventiva. Da mezzo secolo sui libri, nelle scuole, nel cinema, in televisione, abbiamo fatto indigestione di infamie nazi-fasciste che, intendiamoci, furono atti di barbarie e di nequizia da condannare in eterno, ma vergogna più grande è stata quella di aver confezionato una verità a senso unico, creando un clima fazioso ed artefatto, nel quale si sono formate varie generazioni. Secondo G.Bocca, il libro è una “operazione opportunistica e ventimila uccisi furono pochi rispetto a quelli caduti nella guerra voluta dall’Italia fascista”.

Milano apr.1945, un fascista preso dai partigiani

Per l’Anpi, la mattanza  nelle regioni del nord “si trattò di una reazione fisiologica”. A.Aniasi ha affermato che l’autore “è un falsario che inventa crimini inesistenti”. Non vale la pena riferire giudizi simili impastati di malafede e di indegnità, piuttosto mi sembra lodevole ed opportuno che Pansa abbia ricostruito con obiettività e scrupolo, centinaia di eccidi immotivati e compiuti con freddezza spietata, con accanimento bestiale, trattandosi di meri omicidi premeditati ed efferati per punizione, vendetta, fanatismo, odio di classe, secondo la logica perversa staliniana di eliminare fisicamente l’avversario, raccontati con lo stile gradevole del diario e della descrizione dei luoghi dei massacri. Certo, Pansa, uomo di sinistra, poteva avere una forma di lasciapassare, immaginiamo che cosa sarebbe successo, se un uomo di destra avesse scritto quel libro, almeno sarebbe stato linciato, avrebbe avuto l’inizio  di manifestazioni di ex partigiani con l’obsoleto armamentario di rito, sarebbe provocata la caduta del governo, cosa che la sinistra minaccia ad ogni occasione, anche quando piove; ma ancora oggi, questo è il fatto più grave, tacciono gli storici accademici, per tema di perdere la cattedra, tacciono i pensatori di destra che, sbarazzatisi di un nobile e prezioso bagaglio di storia, tradizione, cultura, col quale hanno barattato alcune traballanti poltrone governative; tacciono gli intellettuali cattolici per calcolo, ignavia, inettitudine, che pure avrebbero detto qualcosa interessante sui rapporti (buoni e cattivi) tra fascismo e chiesa dal 1929 al 1945; tacciono gli esperti interpellati su tutto in televisione, persino sugli effetti del sole sulla pelle, mai su questo ignobile e criminoso silenzio della verità. Ricordo che in televisione M.Veneziani (se non sbaglio), nel corso su di un dibattito sulla guerra civile in Italia, concluse amaramente che i morti della RSI furono uccisi due volte, dalla logica disumana della guerra ordinaria e civile e dal silenzio, più grave del vilipendio e della menzogna.

Milano,1945 l'attrice V.Rol rapata dai partigiani

       Venendo al libro, che raccomando in particolare ai giovani che, grazie alla subcultura sessantottina, ancora imperversante  nella scuola e nei mass-media, essi vivono nell’atmosfera ovattata del post-consumismo, senza ideali, principi, modelli e valori, per il momento preferisco sorvolare su alcuni dettagli, espressione della mentalità sinistrorsa, che traspare da qua e da là; sarebbe anche approfondire la figura della bibliotecaria Livia e del rispettivo padre, che forse adombrano persone familiari; non abbondano cause ed effetti, né valutazioni critiche complessive e giudizi e contesti organici, nei quali si muovono persone e vicende non sempre inquadrate in una visione più globale; soprattutto, a costo di essere ingeneroso, affermo che Pansa ha svaligiato parecchia bibliografia precedente, in particolare Giorgio Pisanò, autore della sua monumentale “Storia della RSI”, uscita tra il 1969 e il 1974; per dirla in breve, egli ha scritto per la gran parte di persone, luoghi, vicende già pubblicate e note ai più maturi. Ma ribadisco che Pansa ha fatto benissimo a riproporre eventi quasi dimenticati, grazie al suo libro, che sicuramente stimolerà a ricerche e pubblicazioni ulteriori. Desidero dire dei pregi, soprattutto della forma tra il racconto, il diario, il dialogo, col risultato di un’esposizione tutto sommato leggera, che compensa in una certa misura la crudezza e la trucità dei fatti. Lo storico togato, in casi simili, arriccia il naso, notando che mancano bibliografia, note, indici di luoghi e persone. Questo non significa che il racconto non sia documentato, anzi le fonti sono indicate nel corpo del lavoro e tutte recenti ed attendibili.

Piacenza, apr.1945, esecuzione partigiana

                                            

     Le vicende, spesso sconcertanti ed orrende, si snodano con un metodo tra cronologico e topografico, dalla esecuzione di Benito Mussolini, di Clara Petacci e di quindici gerarchi a Dongo (28.4.1945, preceduta da alcune atrocità commesse anche prima, non tutte riferite da Pansa), che secondo l’autore “morirono con dignità”, mentre i partigiani vollero esporli all’indegno ludibrio di piazza Loreto; ai massacri di Milano, di fatto la capitale della RSI, dove furono uccisi duemila fascisti, e nelle altre province lombarde, poi in Piemonte e, in particolare a Torino, si compirono stragi efferate; alle mattanze della Liguria e del Veneto (dove spicca l’orrore di Oderzo, dove cadde il sammaritano Franco Gagliardi), del Piave, di Chioggia, delle carceri di Schio; quindi in Emilia-Romagna, con la penosa storia dei sette fratelli Govoni, e nel triangolo rosso, dove si scatenò la furia criminale contro fascisti, uomini e donne (fu riservato particolare trattamento alle ausiliarie della RSI, rapate, stuprate, seviziate, finite a bastonate, ma “morirono come uomini”), preti, partigiani non comunisti. Quando “si rischiava che bruciasse tutta la casa”, vista la piega presa della “seconda guerra civile”, vale a dire quando la violenza cominciò a colpire anche i “compagni”, il ministro P.Togliatti, per mettere fine alla lotta fratricida, capì che era opportuno varare l’amnistia (set.1946). Fino ad allora le vittime, mancando cifre ufficiali, l’autore propende per il numero di ventimila. Nonostante l’opinione di G.Bocca, a parte l’entità e l’efferatezza riproposte nel libro, fu una quantità più che rilevante.