Medicina medievale, più scienza che credulità

Posted on 26 dicembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

      Col progressivo deteriorarsi dell’organizzazione imperiale romana, le strutture sanitarie si sfaldano, si arresta la circolazione delle notizie scientifiche, si svuotano le scuole, si incendiano le biblioteche. L’insicurezza delle istituzioni e la sfiducia nell’umana ragione, abbandonano gli individui alle forze rassicuranti del soprannaturale. La diffusione del cristianesimo, coi racconti evangelici di guarigioni miracolose, dà esca al convincimento che la salute debba essere impetrata dalla benevolenza divina, piuttosto che attenderla dalla sapienza umana. Nel IV sec., la decadenza della medicina è completa: il bagaglio culturale si ridusse a compendi scarni, a dimesse compilazioni empiriche, a libretti di divulgazione popolare, ad ingenue raccolte superstiziose. Le invasioni barbariche travolsero anche questi relitti del sapere antico e si dovrà aspettare i secoli IX e X, per vedere una rinascenza della medicina araba, che raccolse l’eredità della scienza medica antica orientale greca e romana e la diffuse nella civiltà europea, grazie alla traduzione in latino. Dopo il Mille, la medicina occidentale torna a vivere, la scienza riprende slancio, critica e sperimentazione, instaura nelle università la dissezione anatomica, fino all’Umanesimo, quando si ripristinò la vocazione originaria alla razionalità, alla conquista del dato certo, affiancata dalla scienza del tempo moderno.

Lezione anatomica

      Uno studioso italiano, A.Beccaria, curò nel 1956 l’illustrazione di 145 codici occidentali pre-salernitani (IX e XI sec.), che ci tramandano un migliaio di scritti che interessano ogni aspetto dell’arte medica. Erano ricettari empirici, formule superstiziose, scritti lacunosi; piuttosto che testimonianze di una scienza in progresso, queste misere scritture sembrano relitti, scampati al naufragio del mondo antico. Il lettore rimarrebbe deluso anche del degrado culturale e filologico, se non apprezzasse almeno il quadro complessivo, che emerge di una persistenza tenace degli ideali emersi dal giuramento ippocratico. La figura del medico viene delineata con alta dignità e di rigore morale; non mancano intuizioni sottili, come quella del valore della psicologia curativa e del flusso di simpatia e fiducia tra medico e paziente, l’inno alla potenza benefica del guaritore che salda il prestigio ieratico o istrionico dei tempi oscuri con le future conquiste della medicina psicosomatica.

     Per quanto lacunoso e deteriorato, il codice  che si conserva a Kassel in Assia, rappresenta un insigne cimelio dell’antica medicina romana. I fogli superstiti sono compilati in lettere minuscole del sec. IX, con illustrazioni a colore di piante ed animali. Lambiti dalle fiamme nel corso della seconda guerra mondiale, sono state ulteriormente danneggiati, nonostante i restauri, le miniature hanno perduto l’antico splendore. Il codice conserva due frammenti del “De herba vettonica libri” del medico Antonio Musa, il liberto di Laodicea che curò Augusto da un attacco reumatico mediante l’idroterapia; e l’”Herbarius” di Apuleio Platonico, anch’esso mutilo, aggiunte anonime e numerose ricette stilate verso il sec. XI. 

    

Esculapio in trono

Le grandi miniature rientrano nel clima culturale della rinascita ottoniana. Più che ispirarsi a modelli di età carolingia, l’artista si è limitato a riprodurre il modello classico. Sulla Scuola medica salernitana, già rinomata in Europa nel medioevo, assurta a decoro scientifico nel XII sec. ebbe vita lunghissima , prolungandosi fino all’Ottocento, quando fu chiuse da G.Murat nel 1811. A parte le amplificazioni leggendarie, i medici salernitani godono fama di ricercatori geniali e guaritori efficaci. Nella stagione aurea (XII sec.), Salerno era una porta aperta sul mondo arabo e del vicino Oriente i trattati alieni dal pedantismo scolastico, diffidano della intrusioni magico-astrologiche e temperano sempre la teoria con l’empirismo della ricerca clinica. A questa tradizione si collega la raccolta “Regimen sanitatis Salerni”, che costituisce un manuale di igiene e di medicina preventiva, del quale tuttavia non si conosce né l’autore né la data né provenienza, edito molto dopo verso il 1480 a Lovanio.

     Nel luglio 1491, i fratelli Giovanni e Gregorio de Gregori ultimarono a Venezia la stampa di una miscellanea di scritti divulgativi dal titolo “Fasciculus medicinae”, si diffondeva per lo più per mare, diventata Venezia un centro della fiorente industyra libraria. Si trattava di un prontuario delle malattie più comuni, trattatelli d’anatomia, di traumatologia, di ginecologia, una lista d’erbe terapeutiche e il trattato sulla peste, già divulgato da Pietro da Tossignano nel 1480. La miscellanea risale ad un tale Hans von Kircheim, professore di medicina a Vienna, ed ebbe grande successo e diffusione anche sproporzionata. Nel febbraio 1494, i fratelli de Gregori pubblicarono la traduzione italiana del “Fasciculus medicinae” in molti aspetti innovativo, chiaro e corredato dalla “Anatomia” di Mondino e da preziose incisioni. Dopo il Mille, in Occidente si riprendono le dissezioni di animali domestici; a Salerno divennero accessibili nozioni di anatomia, dopo che Costantino l’Africano intorno al 1080 aveva tradotto il “Liber Regius” di Alì ibn al Abbas.

Le regole, scuola salernitana

     Dopo questi e simili studi,  nel 1250 Federico II di Svevia a Napoli rese obbligatorio lo studio dell’anatomia; rece abituale il ricorso all’autopsia, condannata come empia dalle autorità ecclesiastiche: con una bolla del 1300, Bonifacio VIII fulminò divieti per simili pratiche, come la bollitura dei cadaveri per estrarre le ossa. Ma gli uomini di scienza continuarono gli studi d’anatomia a Bologna, grazie al fiorentino Taddeo Alderotti, ed il suo discepolo Guglielmo da Varigemma eseguì un’autopsia. Alla scuola dell’Alderotti, nella scuola bolognese, si formò Raimondo dei Liuzzi, che ebbe collega Henri de Mondeville, celebre chirurgo. Raimondo nel 1306, conseguita la laurea in medicina, fu nominato lettore d’anatomia a Bologna, operò dissezioni sempre di animali e cadaveri umani, che descrisse nella sua “Anatomia” (1316) e la dissezione di un corpo femminile. L’opera teorica e pratica di Mondino rappresentò una pietra miliare sulla via della medicina e le sue pubblicazioni ebbero una quarantina di edizioni e, nel 1494, dopo due secoli si ebbe una traduzione in italiano a cura di Sebastiano Manilio, un umanista che curò in volgare le “Pistole a Lucilio” di Seneca ed in latino le “Epistulae familiares”  di Francesco Petrarca. Ormai si aprivano nuovi orizzonti in tutti i campi, compresa la medicina, cominciava l’età rinascimentale.