Sant’Angelo perchè “in Formis”

Posted on 26 dicembre 2011 by alberto

 di Alberto Perconte Licatese

 

     Un’antica tradizione, seguita anche da me in una pubblicazione di alcuni anni or sono, collega il toponimo in formis con la presenza in loco di acquedotti di epoca romana. Tale interpretazione nasce da un’accezione particolare della parola latina forma, adoperata in due o tre casi per designare tali strutture architettoniche (nelle quali i Romani furono maestri), precisamente da parte di Frontino e di Cassiodoro. Tali riferimenti hanno dato spunto agli eruditi del Settecento per stabilire una precisa relazione tra la parola e la cosa designata, senza considerare un importante passaggio metonimico, pure dovrebbe risultare evidente nei lessici specializzati, come quelli di Ambrogio Calepino e di Emidio Forcellini. Francesco Granata fu uno dei primi autori a stabilire tale connessione in apparenza plausibile, seguito da molti, e perfino da Jacques Heurgon che spiega che “in formis  à cause de l’acquéduc qui passait à proximité”; anche il grande archeologo Amedeo Maiuri scrisse che “ai piedi del monte è tutto un pullulare di ruderi, di case, di ville, di terme, di acquedotti…le antiche  formae si sono mutate in canali, vasche, doccioni”;  tempo fa, l’arch. Armando Trimarchi sostenne che “la basilica fu chiamata in formis  per le numerose sorgenti minerali che esistevano nelle vicinanze” e il soprintendente Arrigo Jacobitti ribadì che il sito si chiama “in formis per la presenza di acquedotti che raccoglievano le acque delle sorgenti monte Tifata”, mentre don Francesco Saverio Paradiso, il solerte ed erudito parroco della basilica benedettina, diede due etimologie.

     Prima di procedere, mi sembra opportuno soffermarsi sul significato  della parola lat. forma. Essa è voce derivata per metatesi dal gr. morfé, il cui senso fondamentale è “figura, aspetto, bellezza, disposizion­e ordinata delle parti”; di essere animato, indica l’aspetto fisico, con particolare riguardo alla bellezza del corpo o di parte di esso; per gli oggett­i inanimati, vale modello, stampo, disegno, figura geometrica, carta grafica o topografica, tono, tenore (di lettere, discorsi, editti), involu­cro che assume la forma del contenuto, come cornici, casse, da cui anche il significato di canali, tubi per cui passa l’acqua, poiché questi ultimi si costruivano adoperando involucri di legno; quindi, per metonimia, anche acquedotto. Quanto alle testimonianze, l’uso che ne fa Frontino è pretta­mente tecnico, mentre Cassiodoro è autore abbastanza tardo per fare testo ed Ulpiano adopera il termine con significato estremamente generico. Frontino, nel primo richiamo, parlando di un vizio antico quanto l’uomo, il furto d’acqua, dice che i contadini dell’epoca foravano le formae rivo­rum, intendendo con ciò, non gli acquedotti nel loro insieme, ma i canali o, meglio ancora, gli involucri che contenevano i canali  in cui scorreva l’acqua (rivi); nel secondo passo, tra gli ostacoli che me­nomavano il funzionamento degli acquedotti, annovera il malcostume, degli agricoltori di far passare le strade campestri proprio attraverso le formae;  anche in questo caso, mi sembra che intenda riferirsi, più che agli acquedotti in genere (la presenza di strade sotto le arcate o a fianco non avrebbe danneggiato il funzionamento degli impianti), ai canali di scor­rimento nei punti dove correvano a fior di terra, per cui l’attraversamento comportava sicuramente danno, rotture e perdite di liquido, specie se effet­tuato con carri tirati da bestie. Infine, affinché non si pensi che la parola forma  avesse in quel periodo storico cambiato significato, c’è da osservare che autori contemporanei a Frontino, come Tacito, Svetonio e Frontino, usano il termine nell’accezione classica di “aspetto, bellezza”.

Piuttosto, la spiegazione del toponimo in formis,  è da ricercarsi in una delle ultime fasi della centuriazione dell’ager Campanus. Già Granio Liciniano riferisce che la missione del pretore P.Lentulo ebbe pieno successo e la sua forma agrorum, incisa su una tavola di bronzo, fu affissa nel tempio della Libertà sull’Aventino a Roma. Velleio Patercolo racconta che successivamente Silla, per ringraziare la dea Diana di avergli propiziato la vittoria su Norbano, fece dono al santuario delle sorgenti di acque terapeutiche e di tutti i campi circostanti, suggellando l’atto di donazione con un’inscriptio  affissa alla porta del tempio, ed ancora ai suoi tempi (età di Tiberio) il beneficio era testimoniato da una tabula  bronzea all’interno dell’edificio sacro. È difficile dire se l’inscriptio  e la tabula  fossero la stessa cosa, anche se Alfonso De Franciscis sembra convinto che siano due cose distinte, ma questo cambia poco la sostanza: l’inscriptio sarebbe un’iscrizione  all’ingresso del santuario e la tabula una mappa all’interno del tempio, sulla quale erano riportati i confini delle proprietà fondiarie della dea, documento dell’identica natura della  forma affissa da Lentulo nel Tempio della Libertà che, aggiunge De Franciscis, si potrebbe col­legare con la forma divi Augusti  figurante nelle iscrizioni. Nella prima di queste, l’imperatore Vespasiano opera una restitutio  dei confini dei ter­reni dedicati da Silla al tempio di Diana Tifatina, ex forma divi Augusti, cioè una conferma del privilegio in base alla mappa fatta disegnare da Augusto. Nel tempio di Diana Tifatina, in conclusione, si custodivano una o più formae, vale a dire le mappe catastali che definivano i possessi fondiari del santuario. Da qui nascono le determinazioni ad formam, ad formas, in  formis, che figurano nei documenti

Arcangelo Michele, abside cattedrale

 

 Francesco M.Pratilli, che era indagatore più acuto e documentato di quanto certi suoi detrattori ritenessero, fu uno dei pochi ad avvertire nel topo­nimo un’eco della forma  di Augusto, ma l’opinione allora prevalente lo fece scendere a compromesso: il toponimo sarebbe nato da una casuale coincidenza del doppio significato del lat. forma, mappa catastale e ac­quedotto, circostanza che obiettivamente può aver creato una certa con­fusione. L’oscillazione singolare / plurale rientra in una normale alter­nanza morfologica di nomi simili; più strano può sembrare il fatto che la denominazione in formis  sia più recente rispetto a quella ad arcum Dianae  o ad montem  o de monte,  come risulta dai documenti. Sono pro­penso a spiegarlo con la volontà di cancellare il ricordo della divinità pa­gana da parte dei cristiani (ad arcum Dianae) e, mentre ad montem  po­teva essere troppo generico, ad formas o in formis costituiva un richiamo oggettivamente più interessante anche per i proprietari terrieri, che di sicuro avevano necessità di controllare confini e rendite in quel catasto e di registrare atti e variazioni. Altrimenti, non si spiegherebbe come ancora nel 1200 si facesse chiaro riferimento ad un’istituzione di età sillana. Infine, nella fondamentale opera del grande studioso Michele Monaco (Sanctuarium Capuanum, 1630) sulla ricognizione delle chiese della diocesi di Capua, nei sottotitoli figura l’espressione forma sanctuarii, nel senso chiaro di “mappa, topografia, organica ubicazione delle varie chiese di detta diocesi”.