Il bronzo campano. Per questo la “campana”.

Posted on 26 dicembre 2011 by alberto

La scoperta del bronzo, lega di rame e stagno, riveste nella storia dell’umanità un’importanza tale da dare il nome all’ultima fase della preistoria (età del bronzo). Da allora, la lega rivoluzionò la vita, gli assetti politico-so­ciali, le strutture economiche delle comunità del tempo. Gli autori classici serbano il ricordo di tale cambiamento, come quello di un’età meno felice rispetto alle precedenti (oro ed ar­gento), in quanto gli uomini con quella lega metallica costruirono non solo arnesi di pace, ma strumenti di guerra, del che si avverte l’eco nella letteratura greco-latina.

Il metallo così ottenuto fu impiegato, infatti, per le armi, per gli utensili, per gli ornamenti. Le tecniche adoperate dapprima furono due, la fusione a stampo e la laminatura: con la prima si utilizzavano matrici e forme di ter­racotta, mentre la se­conda consisteva nel martellare un blocchetto di bronzo fino ad ottenere una lamina. I prodotti tipici campani erano i lebeti, che avevano un corpo poggiato su piedistallo ed un coperchio ornato da statuine, mentre brocche e bacini erano realizzati per laminazione, con decorazione a sbalzo. In seguito, fu adottata la tecnica della cera persa: ricoprendo con la creta un oggetto modellato con la cera che, sottoposta al calore, si liquefaceva e nel calco si poteva colare il bronzo fuso.

Il lebete Barone

La fama dei bronzi campani è attestata fin dall’antichità. Catone ap­prezza gli “ahenea vasa di Capua, Orazio celebra la “campana suppellex ed il grammatico Porfirione, chiosando il Venosino, riferisce che ancora ai suoi tempi (III sec. dC) si producevano a Capua pregevoli “aenea vasa. Plinio parla di una particolare lega adoperata a Capua per ottenere il bronzo, chiamata cadmia, sottolineando che agli oggetti con essa prodotti spettava la palma; Svetonio, infine, ricorda che i coloni inviati da Cesare nel 59 aC, scavando antichi sepolcri, rinvennero la tomba di Capys, il mi­tico fondatore della città, contenente una “tabula aenea” con una profezia in greco. Sarebbe superfluo aggiungere che le nostre campane presero il nome dal famoso bronzo locale.

L’oggetto bronzeo di maggior pregio artistico è il lebete, la cui fattura risente di influssi etruschi ed ellenistici. Tale recipiente, di forma sferoide, aveva un coperchio decorato con figurine ed era adoperato per contenere le ceneri dei defunti. Il più famoso prende il nome dall’antiquario (Barone) che, nel Settecento, lo vendette al British Museum; esso (490 aC) costitui­sce uno dei più bei pezzi della produzione bronzea capuana. Sul co­perchio sono raffigurate la lotta tra Ercole e Caco, gare di lotta e di corsa, mentre altre figure ricor­dano il mondo dioni­siaco, come un satiro, una menade, amazzoni, sirene alate e giganti. La scena principale è la fatica erculea delle vac­che di Gerione, che Caco aveva tentato di rubare e, vinto nella lotta fu­ribonda descritta da Virgilio, è legato ad un al­bero. Analizzando i motivi iconografici del lebete, si vede nell’insieme figurativo un preciso programma pedagogico, in quanto Eracle e gli efebi raffigurati sull’orlo svolgono la funzione di proteggere il territorio, tenendo a bada il mondo selvatico, pronti a con­trastare attacchi al vivere civile.

La campana

Nella stessa tomba furono trovate un’anfora a figure nere ed una kylix a figure rosse del pittore di Evergide che, associate al lebete, formano un sistema ideologico e figurativo compiuto. Sull’anfora, infatti, è raffigurato Ercole con il toro, motivo che richiama la fatica dei buoi di Gerione, mentre sulla coppa sono dipinte scene di carattere efe­bico: un atleta tra due adulti ammantati, allusione alla pratica pe­dofila, diffusa nella Grecia antica.

Numerosi lebeti presentano come sog­getto centrale un discobolo, un lottatore, un suonatore, un crioforo (portatore di ariete) e come soggetti circolari sono ca­valieri, amazzoni, danzatrici, cavalli alati, sirene. Essi avevano origini etrusche e cumane (VII sec. aC), ma a Capua divennero oggetti d’arte, caratterizzati da ricca decorazione, nella quale coesistono la confusione tra regno belluino-vege­tale ed umano e l’affermazione dell’uomo, in concomitanza col prevalere delle filosofie antropocentriche.