Cesare Mori, il prefetto di ferro

Posted on 26 marzo 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

Il prefetto Cesare MoriIl famoso prefetto, che sradicò la mafia dalla Sicilia nel giro di due anni, nato a Pavia nel 1872, crebbe in un orfanotrofio e fu riconosciuto dai genitori naturali nell’ottobre del 1879. Desideroso di avviarsi alla carriera militare, studiò presso l’Accademia Militare di Torino ma, sposatosi con una ragazza, Angelina Salvi, che non disponeva della dote richiesta dai regolamenti militari dell’epoca, dovette dimettersi. Passò, quindi, nella Polizia di Stato, diventò commissario di pubblica sicurezza, operando prima a Ravenna, poi a Castelvetrano (Tp), quindi passò a Firenze come vice questore. Ritornato in Sicilia, conseguendo buoni risultati contro la malavita, passò ancora a Torino come questore, poi a Roma e a Bologna. Nel 1921, con la carica di prefetto di Bologna, fu tra i pochi membri delle forze dell’ordine ad opporsi allo squadrismo dei fascisti. Si ritirò in pensione nel 1922 e si fissò ad abitare a Firenze con la moglie. Per la sua fama di uomo energico, fu richiamato in servizio all’inizio del giugno 1925 dal ministro degli Interni Luigi Federzoni ed inviato come prefetto a Trapani, dove arrivò il 6 giugno 1925 e vi rimase fino al 20 ottobre, quando fu nominato da Mussolini prefetto di Palermo con poteri straordinari su tutta l’isola con l’incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. Si insediò, quindi, a Palermo il 22 ottobre dello stesso anno e vi rimase fino al 1929. Ivi attuò una durissima repressione nei confronti della malavita, colpendo soprattutto bande di briganti e signorotti locali. Nel Capodanno del 1926, compì la sua più famosa azione, l’occupazione di Gangi (Pa), roccaforte di cospicui gruppi di criminali. Con numerosi uomini dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo della Polizia, passò al rastrellamento del paese casa per casa, arrestando banditi, piccoli mafiosi e vari latitanti. I metodi attuati in occasione di quell’azione furono particolarmente duri e, a quanto pare, nel corso di blitz polizieschi, Mori non esitò ad ordinare agli uomini dell’ordine di usare donne e bambini come ostaggi, per costringere i malavitosi ad arrendersi. Proprio per la durezza dei metodi utilizzati, egli passò alla storia come il “prefetto di ferro”. Con i suoi metodi spietati e sbrigativi, che il momento esigeva, anche se ricordavano, in un certo senso, la cosiddetta “lotta al brigantaggio” post-risorgimentale, Mori continuò la sua azione per tutto il biennio 1926-27. Ben presto, secondo la storiografia antifascista pullulata nella seconda metà del Novecento, a partire dalla caduta del regime, le sue indagini avrebbero cominciato a svelare i rapporti esistenti tra mafiosi ed uomini dello stato, motivo per cui il 16 giugno 1929, Mussolini, secondo l’ambiguo principio giuridico latino “promoveatur ut amoveatur”, lo nominò senatore e richiamò a Roma, mentre per tutta l’Italia la propaganda dichiarava orgogliosa che la mafia era stata sconfitta. Mori da senatore continuò ad occuparsi dei problemi della Sicilia, ormai senza potere effettivo e quasi emarginato, scrisse le sue “Memorie” (1932) ed il libro più importante “Con la mafia ai ferri corti”. Nel famoso discorso dell’Ascensione (26 maggio 1927) Mussolini disse chiaramente che dopo un anno (dall’arrivo di Mori in Sicilia alla fine del 1926) di azione repressiva del fenomeno delinquenziale della cosiddetta mafia, i reati si erano più che dimezzati o in qualche caso quasi scomparsi. “Vengo alla mafia. Anche qui parlerò chiaro: la stampa di tutto il mondo dovrà ammettere che la chirurgia fascista è veramente coraggiosa e tempestiva. Ecco un bollettino del prefetto Mori: gli omicidi erano scesi da 675 a 299, le rapine da 1216 a 298, le estorsioni da 238 a 121, gli abigeati da 696 a 126. Questo bollettino è il migliore elogio che si può fare a quel prefetto (Cesare Mori, nda) ed ad un altro funzionario, che collabora con lui, il magistrato L.Giampietro, il quale in Sicilia ha il coraggio di condannare i malviventi. Qualcuno mi domanderà: quando finirà la lotta contro la mafia? Finirà non solo quando non ci saranno più mafiosi, ma soltanto il ricordo della mafia sarà scomparso definitivamente dalla memoria dei siciliani”. Ancora oggi si discute sull’efficacia della lotta alla mafia, alla camorra e a tutti i simili fenomeni di criminalità organizzata. Credo che a nessun politico, sociologo, magistrato non sfiori l’idea che, per lottare la violenza brutale e devastante, morale ed omicida, l’unica risposta dello stato e l’unico mezzo più semplice ed immediato: carta bianca alle forze dell’ordine. Ma si frappongono cinquanta anni di democrazia radicale, di permissività, di velenosa ideologia marx-leninista, di garantismo, di leggi libertarie, di disintegrazione delle istituzioni, passata per progressismo, di capovolgimento della piramide della gerarchia, di permissivismo, di buonismo e di pietismo, trionfanti nei vari settori della società, che impediscono di fatto ogni attività destinata a ridursi solo a rituali demagogici e retorici, a conseguire risultati scarsi o, addirittura, a fallire del tutto. Il prefetto Mori scrisse le sue memorie nel 1932 e il libro più famoso “Con la mafia ai ferri corti” (ripubblicato dall’editore Pagano di Napoli). Si ritirò, infine, a Venezia, dove morì nel 1941, quasi dimenticato da tutti, in un’Italia ormai avviata verso i drammi della guerra. Lo scrittore Luigi Sciascia, nel libro “Il giorno della civetta” riportò che il confidente Diego Marchia, detto Zecchinetta, parlando al capitano Bellodi, disse: “Nel 1927 c’era qui un maresciallo…un giorno me lo vedo spuntare in casa con un mandato d’arresto…erano tempi brutti, c’era Mori…ma come mi ha trattato…cu si mitte cu li sbirri, dice il proverbio, ci appezza lu vinu e li sicari”. Il giovane capitano dei carabinieri osservò: Nel 1927 c’era il fascismo: Mussolini faceva i deputati e i capi di paese…ora i deputati e i sindaci li fa il popolo”. Ancora, il regista Pasquale Squitieri girò nel 1977 il film dal titolo “Il prefetto di ferro” ed, infine, di recente lo storico Arrigo Petacco ha scritto su Mori, muovendosi tra verità e stantii luoghi comuni, tra esagerazioni propagandistiche e documenti stranamente scomparsi (sui quali si baserebbe la spiegazione dell’allontanamento del prefetto per pretese indagini svolte e decisioni scese “dall’alto”); egli, con un minimo di obiettività, ha riconosciuto che “l’incorruttibile funzionario mise in ginocchio la piovra” e, con onestà mentale, ha insinuato nel lettore il dubbio nell’attuale riuscita di tali imprese, con tutte le difficoltà e le trasformazioni non solo nell’Italia, ma anche nel mondo di oggi.