Cesare Pavese tra realtà, mito e nulla

Posted on 25 dicembre 2011 by alberto

    La sera del 27 agosto 1950, in una stanza dell’albergo “Roma” di Torino, fu trovato disteso sul letto, privo di vita, un uomo sulla quarantina, di corporatura piuttosto esi

Cesare Pavese

le ed asciutta. Sparse qua e là sedici bustine di sonnifero vuote; sul tavolo le ultime pagine del diario, si leggeva: “17 agosto. Guardo il consuntivo dell’anno che non finirò; 18 agosto. Basta un po’ di coraggio, sembrava facile a pensarci; eppure donnette l’hanno fatto. Tutto questo fa schifo. Non parole, un gesto. Non scriverò più”.  Il corpo senza vita, era di Cesare Pavese, poeta, narratore, traduttore e critico, che nel giugno aveva ricevuto il Premio “Strega”  per il romanzo La bella estate.  Il suo ultimo tragico gesto e le motivazioni da cui scaturì rimangono avvolti nel più fitto mistero. Cosciente e soddisfatto del proprio successo letterario,  egli era tuttavia nel morale e nel fisico al culmine di una crisi, di cui non si delineano con chiarezza la genesi e lo sviluppo, in apparenza imperniata su una figura di donna; infatti, qualche mese prima aveva annotato: “Non ci si uccide per amore di una donna: ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela la nostra nudità, la nostra miseria, la nostra inermità, il nostro nulla”. Pavese visse tutta la sua vita nella preparazione lucida ed angosciosa del suicidio, come per una fatale vocazione al nulla.

           

Era nato il 9 settembre 1908 a S.Stefano Belbo (CN) da una famiglia piccolo-borghese. Frequentò le elementari presso un istituto privato di Torino (dove risiedevano i genitori, che a S.Stefano andavano in villeggiatura, per cui Cesare vi era nato per caso) e il ginnasio presso un istituto di Gesuiti; l’epoca del ginnasio coincise con i suoi primi interessi per la letteratura, lesse G.D’Annunzio, scrisse i primi versi e frequentò la biblioteca comunale. A sedici anni si iscrisse al liceo classico “M.D’Azeglio” e sco­prì Vittorio Alfieri, sperimentò le prime pene d’amore, si appassionò ascol­tando le lezioni di letteratura del liberale Augusto Monti. Nel 1926 conseguì la maturità, cominciò a studiare l’inglese e a leg­gere  Walt Withman. L’anno seguente si iscrisse alla facoltà di lettere, s’inoltrò nella letteratura americana, scelse Walt Withman per la tesi di laurea; s’infiammò per la soubrette Milly Monti, nome d’arte di Carla Mignone, un amore fatto di cartoline senza risposte, col quale inizia un processo di angelicazione della donna, per incapacità a concretizzare un rapporto affettivo.

    Cominciò a tradurre autori anglo-americani, per guadagnare, dopo la morte della madre (il padre era morto quando egli aveva sei anni), ma soprattutto per scoprire un mondo culturale nuovo e vivo importante per la sua poetica. Tradusse Herman Melville (Moby Dick), Sherwood Anderson (Riso nero), John Roderigo Dos Passos (42° parallelo), James Joyce (The portrait), Charles Dickens (David Copperfield)  ed altri (1932-47). Infatti, dopo il conseguimento della laurea, non potendo, per il suo antifascismo, entrare in ruolo, dovette accontentarsi di qualche supplenza nelle scuole serali;  poi, entrò nella casa editrice Einaudi come consulente. Nel maggio del 1935, nel corso di un’azione repressiva della polizia, vennero arrestate a Torino duecento persone, tra cui molti intellettuali di Giustizia e libertà; in qualche modo saltò fuori il suo nome: perquisizione, arresto, confino a Brancaleone Calabro (RC). L’esperienza del confino, durato un anno, segnò una tappa importante nell’evoluzione del suo gusto estetico. A Torino, riprese il lavoro all’Einaudi e, deluso per la scarsa fortuna  della raccolta di poesie Lavorare stanca, edite a Firenze, scrisse i racconti.

    Completò (1936-38) la raccolta Notte di festa, piena di vibrazioni intime e liriche: il suburbio, il difficoltoso adattarsi del ceto rustico alle attività  industriali, i traumi e le interiori delusioni. Lavorò a Il carcere, nel quale rivisse l’esperienza del confinato, una prigionia amaramente blanda, movimentata da donne e da giovinastri facoltosi e oziosi, nello squallore accrebbe la solitudine. Scrisse (1940) La bella estate, una storia di modelle e commesse, che si svolse nelle soffitte della bohème torinese. Nel 1941 la critica si accorse di lui per la pubblicazione di Paesi tuoi, un dramma rusticano tra verismo verghiano e  realismo americano. Quindi, per sfuggire all’occupazione tedesca, si rifugiò nel Monferrato. Alla Liberazione,  di nuovo a Torino, mise mano ai Dialoghi con Leucò  ed a Il compagno. Nella prima opera, rielaborò alcuni miti della grecità arcaica e dionisiaca, popolata da titani, mostri, divinità ctonie; il se­condo, dietro l’impegno politico, nascose il desiderio di spezzare il cerchio di solitudine. Nel 1948 scrisse La casa in collina, ambientato in Piemonte nella prima stagione partigiana; Il diavolo sulle colline, nel quale, mentre alcuni goliardi trascorrono qualche settimana in campagna presso un conoscente depravato e malato, lui colto da un’emorragia, la moglie si incapriccia di uno di essi; Tra donne sole, storia di una giovane che in una sartoria fa amicizie nel giro della borghesia danarosa e spregiudicata, con la conclusione del suicidio di una ragazza. Dopo l’ultimo amore infelice per un’attrice americana, scrisse La luna e i falò (1949), con i motivi cari, le langhe, gli amici, le donne, l’incombente senso di delusione, nonostante i tentativi di sublimazione letteraria.

Cesare Pavese

 

La sua poetica sfugge ad una precisa classificazione: rimase a metà strada tra il decadentismo, del quale condivise la tendenza a sentire il fondo della realtà negli aspetti più riposti e incomunicabili della coscienza, e il realismo, del quale po­lemicamente rifiutò la pretesa di voler comprendere l’uomo in una dimensione oggettiva fredda e impersonale. Fu proprio questa sua inde­cisione di fondo a procurargli non poche amarezze, anche da parte dei suoi compagni di fede marxista, che si vedevano traditi e disapprovavano i suoi sconfinamenti dall’ortodossia irrinunciabile, anche in campo letterario. “Pavese non è un buon compagno” sembravano dire quando egli era ancora vivo e, dopo la sua morte, la critica divenne proprio spietata verso di lui, se nel 1954 Alberto Moravia lo definì “decadente, solitario e delirante, vanitoso e megalomane, fino in punto di morte afflitto da un estetismo inguaribile”.

    Anche il suo ideale dell’amore pare impostato su basi etiche: la donna è la radice, la forza che può radicare alla vita, alla casa, ai figli, che trasforma l’uomo da spetta­tore a protagonista, che abolisce la provvisorietà, la solitudine: “il vero fallito non è chi non riesce nelle grandi cose, ma nelle piccole: non arrivare a farsi una casa, non conservare un amico, non contentare una donna, questo è il vero fallito”.  Scrive Natalia Ginzburg: “Non ebbe mai una moglie né figli né una casa. Quando veniva da noi scrutava con cipiglio i figli che ci nascevano, le famiglie che ci costruivamo; pensava anche lui a farsi una famiglia, ma in modo che la cosa col passar del tempo si faceva sempre più complicata e tortuosa, tanto che non ne poteva germogliare nessuna conclusione”.

    Il Piemonte è un elemento sempre vivo e presente nelle pagine del poeta e dello scrittore. Ragioni storiche, fra cui l’antica struttura contadina e la natura conservatrice della monarchia sabauda, permettono di comprendere il gusto popolare ruvido e sobrio del piemontese, fortemente attaccato tanto al lavoro secondo i canoni dell’etica calvinista, quanto al proprio scenario naturale: montagne, vallate, colline, inconfondibile, una presenza addirittura invadente, quasi un termine di paragone continuo, una suggestione. Tema d’obbligo diventò, nella poetica di P. il contrasto tra città e campagna: la campagna richiamò al grezzo e rustico mondo dei villani che vivevano con naturalezza, la città rappresentava la scaltrezza della vita, la malizia e lo squallore di case ammucchiate. Ciò che univae idealmente  città e campagna era la finestra, un motivo assai ricorrente, ma il contrasto rimase, trasferendosi sui colori: il bianco e il nero,  chiarore e oscurità. La finestra, mentre collegava, opponeva e distaccava sempre gli interni cittadini dalla campagna: la collina rievocava un’immagine di libertà e di felicità, un’evasione, la città una mancanza, la collina pienezza.

 

Nello scenario letterario del tempo, specie negli anni giovanili subì il fascino del mito America che, sin dagli anni Venti, inva­deva l’Europa. L’America era diventata, dopo la prima guerra mondiale, un centro di forza  politica ed economica, che non solo faceva sentire la sua influenza come tale, ma rappresentava agli occhi dell’Europa un modello nuovo e affascinante di organizzazione industriale, di efficienza, di produttività, di cultura, di vita. Il Babbitt  di Sinclair Lewis,  lo sbarco culturale americano in Europa,  emblema della società affaristica e spregiudicata, era espressione di un nuovo realismo narrativo che, benché diversamente interpretato, esercitò una pressione significativa anche sulla cultura italiana, che vedeva aprirsi dinanzi un orizzonte vasto e fecondo, influenzando uomini come Elio Vittorini e il nostro, ai quali gli americani apparvero come i protagonisti di un’evoluzione in senso moderno.                                                                                                                                                                                         Oltre a Lewis, Pavese provò interesse per Walt Withman, Herman Melville, Edgar Allan Poe ed altri nei quali, freneticamente tradotti, trovava esperienze, simboli, linguaggi nuovi, ma la nozione più importante trasse che qualcosa stava mutando nell’animo dell’uomo contemporaneo; per questo, il suo stile non coin­cise con il realismo e il neorealismo, il che lo pose in anti­tesi non soltanto con la cultura ufficiale, burocratizzata e asservita, ma anche con la cultura di opposizione ligia all’ortodossia marxista. Lettore di Soren A. Kierkegaard, non dovette rimanere insensibile di fronte a quella tensione al mistero che caratterizza la filosofia del danese, se scriveva nel 1948 che il suo interesse non era stato mai il vero, ma ciò che noi siamo; lo studioso di etnologia concentrò la sua attenzione sull’esperienza primitiva e selvaggia dell’umanità precisata, sulla linea freudiana e junghiana, da Levy Bruhl, che gli servì non soltanto a ribadire, ma anche a drammatizzare e sublimare le propensioni psicologiche per la natura semplice.

    Affascinato da tali idee, proiettò l’irrazionale, ritornò a leggere Friedrich W.Nietzsche, si infiammò per il mondo classico. Studiò Giambattista Vico ed Erodoto, si accostò al mito fino a respirarne il mistero e ad “abbracciare le ombre”. La scoperta del mito fu per lui forse l’ultimo tentativo di saldare razionale e irrazionale che erano e rimasero due mondi troppo distanti, il mito  per lui costruito soltanto in vista  della morte. Non fu il solo in quell’epoca a riscoprire il mito che, per Thomas Mann, non fu tanto rievocazione del passato, quanto una favolosa dimensione della vita, del mondo e dell’uma­nità; in J.Joyce diventò una struttura immanente psicologica e razionale; in entrambi subentrò l’ironia, frutto di una chiara co­scienza della distanza storica che consentì di rivivere modernamente il mito. Pavese non riuscì ad afferrare il sen­so di questa ironia, non rimase spettatore, ma diventò attore, penetrò nel mito in prima persona, attraversò le sabbie mobili e finì con lo smarrirsi e chiudersi  in trappola.

 

Suggestionato dalle idee di Sigmund Freud e di G.B.Vico, dimostrò di non aver compreso il senso ludico dell’arte e in lui, piemontese e monolitico, ogni circuito di idee tese a chiudersi. Si convinse  che ogni esistenza fosse un mito, che l’io e il mito coincidessero. Il mito conquistato conquistò Pavese che, privo del senso dell’ironia e dominato da un moralismo tutto piemontese, alfieriano,  non riuscì a rinunciare all’impegno morale e il mito rappresentava tutto, il segreto inafferrabile e il fuoco vitale,  arte e vita si confusero.

    Ne I fratelli Karamazov,  Fedor M.Dostoevskij fa dire ad un suo personaggio che la cipolla viene sfogliata per cercarne il cuore: le tuniche si susseguono, strato dopo strato, ma, arrivati all’ultimo, non resta più nulla, il cuore segreto non c’è più. Una cosa del genere avvenne a Pavese: la rivelazione del mito, del proprio mito, coincise con un processo di svuotamento; di lenta scarica vitale, il preludio della morte: chi ha toccato il ramoscello d’oro deve morire.

    Il mito, era niente altro per Pavese che uno scudo, un tentativo di difesa che soddisfaceva l’unica sua vera grande vocazione; quella del nulla, nell’arte come nella vita, una specie di tensione, riposta e repressa finché possibile, all’autoannullamento, come se nella morte, dell’arte o dell’artista, potesse essere colta una perfezione più alta e più sublime di quella che si era illuso di aver trovato, nel ritmo, ossessivamente sentito e vissuto, del banale e tragico quotidiano.