Droysen, scopritore dell’ellenismo

Posted on 24 dicembre 2011 by alberto

    Lo storico e filologo tedesco Johann Gustav Droysen nacque a Treptow nel 1808 e fu professore di storia nelle università di Kiel, di Jena e di Berlino; svolse anche un’intensa attività politica (eletto deputato nell’Assemblea Nazionale di Francoforte, fu tra gli estensori del progetto della Costituzione tedesca del 1848). Pose al centro della sua storiografia la tesi secondo cui l’unità nazionale tedesca dovesse essere attuata dalla Prussia, grazie alla sua potenza militare. Egli pubblicò, tra le prime opere storiche “Lezioni sulla guerra di liberazione” (1848), riguardante la lotta nazionale antinapoleonica del 1813; “I ducati dello Schleswig-Holstein e il regno di Danimarca”; 1856, “Storia della politica prussiana” (1856). Le teorie e le esperienze storiografiche furono raccolte nel “Compendio di storiografia” (1868), recentemente uscito nella traduzione di Silvia Caianiello, col titolo “Istorica”). Morì a Berlino nel 1884.

Johann Gustav Droysen

     Nel campo della storia antica, si segnalano in particolare la “Storia di Alessandro Magno” (1833), la “Storia dei successori di Alessandro” (1836), monografia che, a cominciare dall’edizione del 1878, prese il titolo di “Storia dei diadochi”, e la “Storia della formazione dei sistemi statali ellenistici” (1843); le predette tre opere, nel 1878 furono da lui ripubblicate sotto il titolo complessivo “Storia dell’Ellenismo”; a lui si deve la scoperta della definizione filologica, culturale e storica della civiltà ellenistica, compresa la  coniazione del termine ellenismo. I lavori sulla storiografia, sulla filologia e sulla letteratura greca costituiscono pietre miliari, purtroppo conosciuti con un certo ritardo nella cultura italiana che, ancorata alle posizioni estetiche aristoteliche, sottovalutava con ottusa tenacità il bagaglio storico e letterario ellenistico.

     In linea di principio, lo sviluppo storico è la connessione di cause e conseguenze, ma il problema principale è quello del metodo: che cosa bisogna studiare, chi deve studiare la storia. La storia, l’oggetto da indagare, non è una scienza, come sosteneva già Sesto Empirico (Ad.mat.1.266), una selva senza metodo; Eschilo (Pr. 461) fa dire a Prometeo che egli “diede la memoria agli uomini, operosa madre delle arti”. La scuola critica (B.G.Niebuhr, L.Ranke), lascia in ombra l’interpretazione, la comprensione, in quanto intese il concetto delle fonti della conoscenza,  essa non poteva giungere ai fatti puri. Essendo l’uomo alla base della storia, per Aristotele (An. 415) “la funzione più naturale degli esseri viventi è di produrre un altro individuo simile a sé, affinché partecipi dell’eterno e del divino; ciascuno sopravvive non in se stesso, ma in un individuo simile a sé”. In questo contesto, il concetto di specie umana, secondo la natura non meramente animale, è la storia: essa è vivere e creare in questo comune e progressivo lavoro dell’umanità. Con infinita lentezza, la profonda trasformazione del mondo cominciò con Alessandro Magno e si diffuse con il dominio universale di Roma anche oltre l’Occidente, divenuto, nel cristianesimo, il fondamento di una nuova visione del mondo, che prese corpo in Agostino con la “Città di Dio”.

     Una premessa metodologica storiografica mi sembra propedeutica alla complessa indagine sull’ellenismo, il cui senso culturale così sarebbe più completo e più comprensibile. Lo storico Teopompo, da semplice retore ha avuto la presunzione di comprendere le cose politiche meglio dei politici dell’epoca (di Droysen, s’intende). Anche i cosiddetti storici di Alessandro erano autori di romanzi, “incensamenti” da storiografi regi. La Grecia si ammalò di questa smania di piacere del tempo, propria delle scuole di retorica, trapiantatesi presto a Roma, inquinando la storiografia seria; diventata proprio insopportabile fino ad Ammirano Marcellino, fino ai bizantini, ormai divenuta storiografia cerimoniale, decadendo in servilismo e in cattivo gusto.

     Per condannare la storiografia ellenistica, nelle campagne di Alessandro non è importante per le tre o quattro battaglie vittoriose, quanto la capacità di approvvigionamento e la forza di resistenza dei soldati macedoni nella marcia in un ambiente diverso da quello usuale. Alessandro non è stato determinante nelle campagne, né per l’ambizione personale, né per il talento del personaggio, ma non per la visione complessiva di rappresentarsi e di plasmare in sé l’idea della potenza. Egli aveva ragione a scegliere l’Achille omerico come modello per l’emulazione, piuttosto che Temistocle, perché la poesia, a detta di Aristotele, questa è “più filosofica della storia”. Per Alessandro il fine non era l’ellenizzazione dell’Asia, ma il dominio del mondo: la storia poi ha dimostrato che la sua ambizione fu lo strumento per conseguire tale scopo.

     Fatta questa premessa storiografica e metodologica, il termine “ellenismo” esisteva già ed era usato nell’antichità classica, anche se con accezioni diverse. Nella forma avverbiale (hellenistì), Senofonte lo usò come “alla maniera greca” (An.7.6), Platone come “in lingua greca” (Tim.21c); nella forma nominale (hellenismòs), Dionigi (Or.ant. 3.214) nel senso di “corretto uso della lingua greca”; Sesto Empirico (Adv. math.1.176) ed il Vecchio Testamento (Mac. 2.4.13) come “imitazione dei costumi greci”; infine, come nome proprio (Hellenistès)  nel Nuovo Testamento (Ap. 6.1) in quanto “fautore dei greci” e  Giuliano (Ep. 84). Ma, per la prima volta, il filologo riprese quel termine con accezione storico-culturale, indicando con nuova coscienza il periodo caratterizzato dall’espansione greca nei vastissimi territori dell’antico impero persiano e della nascita di una civiltà che fonde tratti ellenici e locali. Grazie alla scoperta di Droysen, i grecisti designano ellenistico il periodo della letteratura greca che va dalla morte di Alessandro (323 aC) alla conquista romana dell’Egitto (battaglia di Azio, 31 aC).