D’Annunzio, esteta e nazionalista

Posted on 24 dicembre 2011 by alberto

     Nato a Pescara nel 1863, si affermò a soli sedici anni, quando era ancora studente presso il collegio Cicognini di Prato, pubblicando, a spese del padre, la sua prima raccolta di versi, “Primo vere” (1879); appena adolescente conseguì la licenza liceale d’onore; trasferitosi a Roma, si iscrisse alla Facoltà di Lettere, ma lasciò gli studi e preferì entrare nel mondo dei salotti, dei ritrovi galanti e dell’editoria: risolutivo fu soprattutto l’incontro con l’editore A. Sommaruga, che impose sul mercato librario il nome del nuovo scrittore. A sua volta, egli seppe amministrare abilmente la propria parte di personaggio, mantenendo il rapporto con il pubblico secondo una vera e propria legge di mercato. In questa prospettiva, si spiegano i fatti clamorosi del suo periodo romano: il matrimonio (1883) con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, dopo una fuga sensazionale, e la successiva relazione tumultuosa con Barbara Leoni; i duelli e i processi; le cacce a cavallo e le imprese sportive; si chiarisce l’importanza decisiva della sua esperienza giornalistica sulle pagine prima del Fanfulla, del Fracassa, della Cronaca bizantina, della Tribuna e del Mattino. Eletto, nel 1897, deputato della destra, passò tre anni dopo alla sinistra: un po’ teatrale era quel gesto, compiuto proprio nel periodo in cui aveva intrecciato, con l’attrice tragica Eleonora Duse, una relazione non esente, pur nell’autenticità della passione, da un calcolo sapiente, che la trasformava in un’operazione di divismo pubblicitario, come dimostra il trasferimento (1898) dei due amanti alla Capponcina, una fastosa villa presso Settignano.

Gabriele D'Annunzio

     Dopo la rottura con la Duse (1904), il poeta, per sottrarsi alla morsa dei creditori, si rifugiò (1910) in Francia. Nel 1915 ritornò in Italia e, con il discorso tenuto a Quarto il 5 maggio, si schierò alla testa degli interventisti. Prese poi parte alla guerra, mostrando coraggio e spirito d’iniziativa in numerose imprese: voli su Trieste e Trento, dove perse l’occhio destro in un atterraggio forzato (1916), incursioni aeree su Pola e su Cattaro (1917), beffa di Buccari e volo su Vienna (1918); ma queste azioni spettacolari fecero di lui un guerriero privilegiato, che ignorava la vita orrida e logorante della trincea. Terminata la guerra, si fece portavoce del mito della “vittoria mutilata” e, nel settembre 1919, alla testa di un gruppo di legionari, occupò Fiume, dove restò quale Comandante fino al Natale di sangue del 1920, inaugurando quella tecnica della coreografia totalitaria che fu presto messa a frutto con spregiudicatezza da Mussolini. Dopo l’avvento del fascismo, D’Annunzio fu esaltato ma anche un poco isolato nel suo dorato confino del Vittoriale, a Gardone, che egli trasformò in un funebre mausoleo, dove morì nel 1938.

     L’identificazione di letteratura e vita è il presupposto essenziale della sua arte, che contrappone alla prosaica realtà dell’Italia giolittiana l’estetismo, cioè il culto religioso della bellezza, volto a blandire la piccola borghesia insoddisfatta e far leva sul suo segreto bovarismo. Sbocco inevitabile dell’estetismo dannunziano è stata la scoperta di un Nietzsche svuotato di ogni tragicità ed autenticità morale, dal quale ha ricavato il mito del superuomo, realizzando artisticamente i sogni velleitari della classe media (la forza fisica e lo sfrenato erotismo, il culto per l’avventura e il disprezzo per la plebe, la difesa dell’ordine e l’aspirazione alla grandezza nazionale), ma anche una disposizione nichilistica, che affiora nei miti di “Alcyone”, come desiderio di tregua, di immedesimazione panica con la natura, e finisce con il dominare nella produzione notturna.

     Il vero esordio poetico, dopo le rime acerbe di “Primo vere”, è costituito da “Canto novo” (1882), dove la lezione carducciana è filtrata da un gusto personale dell’esuberanza vitale e dell’esaltazione panica, ancora limitata alla fisicità naturale. Nel 1882 apparve anche il libro di racconti “Terra vergine”, al quale fecero seguito il “Libro delle vergini” (1884) e le novelle di “San Pantaleone” (1886), ripubblicate con il titolo “Le novelle della Pescara” (1902): è evidente in questo ciclo la suggestione del Verga, limitata ad un bozzettismo esterno, che esclude l’intima partecipazione dello scrittore e accentua i motivi del turpe e del deforme. Nel clima di raffinata eleganza del periodo romano, egli aveva allargato il suo orizzonte letterario e preso contatto con la scuola parnassiana, facendosene influenzare nei preziosi arabeschi dell’”Intermezzo di rime” (1883), dell’”Isotteo”, della “Chimera” (1890), delle “Elegie romane” (1892) e raggiungendo la più alta espressione del suo compiaciuto erotismo con il romanzo “Il piacere” (1889), che costituisce il codice dell’estetismo dannunziano.

D'Annunzio pilota nella I g.m.

 Le suggestioni del misticismo irrazionalistico e dello psicologismo della letteratura russa indussero D’Annunzio a tentare il superamento del suo istintivo sensualismo, alla ricerca di un’artificiosa bontà: nacquero così i versi del “Poema paradisiaco” (1893), che anticipa modi crepuscolari, e i romanzi “Giovanni Episcopo” e “L’innocente” (1892). L’accostamento al profeta di Zarathustra lo condusse alla poetica del superuomo: dal ritmo cupo ed ossessivo del romanzo “Il trionfo della morte” (1894) si passa alle “Vergini delle rocce” (1896), un romanzo che celebra l’ideale politico del superuomo in una serie di astratti motivi decorativi, e al “Fuoco” (1900), il cui turgore di metafore e immagini segna il pieno avvento linguistico dell’Imaginifico. Accanto all’esperienza narrativa, si svolgeva intanto quella teatrale, in cui ricorre la stessa tematica del superuomo: da “La città morta” (1898), forse la migliore tragedia dannunziana, a “La Gioconda” (1899) e “La Gloria” (1899), dove il motivo superumano raggiunge toni parossistici. La catarsi è raggiunta nel primo e, soprattutto, nel terzo libro delle “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, cioè in “Maia” ed “Alcyone” (1904), dove la parola si dissolve in una germinazione stupenda di immagini e suoni, echi e assonanze, mentre negli altri libri (Elettra, Merope, Asterope) prevalgono accenti di oratoria civile.

     Gli esiti della poesia alcionia si avvertono in parte nel dramma “La figlia di Iorio” (1904) e nel romanzo “Forse che sì forse che no” (1910), mentre l’eloquenza superumana prosegue nelle tragedie “Francesca da Rimini”, “La fiaccola sotto il moggio”, “Fedra” e nei lavori scenici composti in Francia (“Le martyre de Saint Sèbastien”, musicato da C.Debussy; “La Parisina”, musicata da P.Mascagni). L’ultima stagione dannunziana è quella “notturna” delle prose autobiografiche: la “Contemplazione della morte”, “La Leda senza cigno”, “Le faville del maglio”, “Il venturiero senza ventura”,  “Il compagno dagli occhi senza cigli”, “Notturno” e il “Libro segreto”. In esse la scrittura, pur frantumata, si svolge attraverso rapide illuminazioni ed ariose divagazioni, in uno stile lucido e disincantato, la cui rarefatta perfezione costituisce la migliore lezione che il poeta ha lasciato al Novecento.