Voltaire, ottimista o pessimista?

Posted on 14 dicembre 2011 by alberto

di Alberto Perconte Licatese

François Marie Arouet  (Parigi 1694-1778) crebbe in un ambiente borghese e colto, compì gli studi presso i gesuiti del collegio Louis-le-Grand, tra condiscepoli di nobile origine, destinati alle più alte cariche e generosi di aiuto nei momenti difficili della sua movimentata esistenza. Essa si aprì all’insegna della mondanità nella società elegante e libertina del salotto di Ninon de Lanclos, dove egli si fece notare per la finezza dell’ingegno. Rientrato a Parigi dopo un breve soggiorno in Olanda al seguito dell’ambasciatore di Châteauneuf, compose poesie satiriche, che gli crearono qualche guaio e lo costrinsero ad un prudente esilio presso Fontainebleau, poi a Sully-sur-Loire. Una satira politica sul regno di Luigi XIV gli costò undici mesi di prigione alla Bastiglia (1718), ma il successo della rappresentazione della sua prima tragedia, “Oedipe”, gli aprì l’accesso all’alta società e la pubblicazione del poema “La Ligue” gli procurò l’assegnazione di una pensione da parte del re.

Voltaire

Ormai celebre, mutò il cognome borghese in Voltaire (anagramma di Arouet le Jeune); l’eredità paterna e alcune felici speculazioni lo posero al riparo da preoccupazioni economiche. Tale felice situazione precipitò per un incidente occorsogli col cavaliere di Rohan, che lo fece imprigionare. Ne uscì poco dopo per riparare in Inghilterra, dove rimase circa tre anni. A contatto con nobili, poeti e filosofi, espressi da una società democratica al confronto con quella francese, arretrata e assolutista, non poteva che ispirargli sentimenti critici, suffragati da argomentazioni storico-filosofiche, razionalistiche e laiche. Pubblicò così il poema “La Henriade” e le tragedie “Brutus”, “La mort de Cèsar”, il poema “Le temple du goût”, ed il saggio storico “L’histoire de Charles XII”.

Nel 1733, la pubblicazione delle “Lettres philosophiques” che segnarono la nascita dell’illuminismo francese e per Voltaire l’avvio della lotta alle istituzioni: religione, scienza, arte, filosofia, vita politica e sociale sono sottoposte al vaglio della critica. L’opera fu condannata al rogo ed egli si rifugiò a Cirey, presso Madame du Châtelet. Vi trascorse dieci anni, lavorando a numerose tragedie, come “Mahomet”, Mèrope, e al poema eroicomico “La Pucelle d’Orlaeans. Agli anni di Cirey risalgono anche i primi contatti epistolari con Federico di Prussia, che il filosofo considerava l’ideale del monarca illuminato, seguiti da una missione presso il giovane principe, che sfoceranno in un’amicizia non esente da delusioni.

Nel 1745, grazie al primo ministro d’Argenson, Voltaire ritornato alla corte di Francia, produsse tragedie, commedie, l’opera storica “L’histoire de la guerre de 1741”. Appena coronato nell’Acadèmie française, nel 1747 cadde di nuovo in disgrazia e tornò a Cirey, dove compose altre tragedie. Dopo la morte di M.me de Châtelet (1749), accettò la nomina a ciambellano di Federico di Prussia (1750). Nonostante le affinità ideali, le due personalità non tardarono a scontrarsi, prendendo a pretesto per una clamorosa rottura un litigio di Voltaire con Maupertuis, presidente dell’Accademia prussiana, attaccato nella “Diatribe du docteur  Akakia”.

Nel 1753, di nuovo in Francia, oltre che collaborando all’ “Encyclopèdie”, si dedicò all’”Essai sur les moeurs”, storia delle civiltà, mossa non dalla Provvidenza, ma dalla Ragione, ed al più famoso racconto “Candide ou l’optimisme” (1759), dove si fa più preciso il rifiuto dell’ottimismo di G.W.Leibniz, cui oppone una lezione di saggezza e di lucida accettazione della condizione umana. Candido è l’ingenuo imbottito di formule filosofiche, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili ma, dopo una serie di disavventure, disilluso, non si accontenterà più di formule vuote. E’ difficile definire Voltaire ottimista o pessimista, piuttosto è più corretto sostenere che egli abbia avuto una posizione intermedia, con sfumature diverse nel tempo, attaccando sia l’ottimismo leibniziano, sia il tetro e “sublime misantropo” di B.Pascal. In realtà, la sua critica è aspra e corrosiva contro tutto ciò che si urta con la ragione, con la giustizia, con la religione, indipendentemente dall’assolutismo dei principi, reagendo, con virulenza perfino incredibile, con una profusione di libelli, editi anche con pseudonimi, contro gli squilibri sociali ed economici, abusi giudiziari, la tortura, il parlamento, la curia cattolica.

Proseguì l’attività letteraria con altre opere, come “L’ingènu”, contro le ipocrisie sociali e la corruzione della corte, e col “Dictionnaire philosophique”. Un clima più liberale, stabilitosi a Parigi dopo la morte di Luigi XV e con l’assunzione della carica di primo ministro da parte di R.J.Turgot, gli permise di ritornarvi per assistere al trionfo della rappresentazione di “Irène (marzo 1778)”. Morì di lì a poco, senza ottenere la sepoltura a Parigi, dove dopo i suoi resti furono trasferiti nella gloria del Pantheon per decreto della Costituente, che in lui riconobbe uno dei massimi artefici della caduta dell’Ancien Règime.